Le idee, i programmi, le passioni, le letture e i sogni della segretaria di circolo del Pd di Sant’Anastasia.
Grazia Tatarella compirà 37 anni a giugno prossimo, si è sposata dieci anni fa dopo un fidanzamento lungo altrettanto e ha due figli, Luciano e Roberta, rispettivamente di otto e tre anni. Sociologa, collabora con l’Università Federico II di Napoli e si occupa di ricerche accademiche. Dal 2010 è segretaria del circolo del Partito Democratico di Sant’Anastasia. È nata sotto il segno zodiacale dei Gemelli, come sempre accade per questa rubrica, trovate il suo tema natale allegato in coda all’intervista.
Grazia, perché hai deciso di studiare sociologia e in cosa consiste il tuo lavoro?
«È un settore appassionante e non mi sono mai pentita di aver preso questa strada, era la facoltà giusta per me. Ho scelto un indirizzo economico e poi un dottorato in ricerca sociale, specializzandomi in ricerca qualitativa. Oggi collaboro con l’Università, grazie a borse di studio e assegni di ricerca, al momento sto lavorando a un progetto ministeriale che consiste in interviste in profondità a gruppi di giovani milanesi e napoletani, dai 18 ai 34 anni, usciti dal sistema formativo durante la crisi. Lo scopo è studiare e comprendere il divario tra Nord e Sud rispetto al problema. Paradossalmente i napoletani, che stavano peggio, affrontano meglio le conseguenze».
Era questo che avevi in mente quando hai intrapreso il percorso di studi?
«Sì, l’ho capito alla fine del corso di laurea, anche se l’intenzione originaria era avvicinarmi al settore delle risorse umane. Ma poi, per stilare la tesi, sono rientrata in un progetto dipartimentale che si occupava di studiare l’immigrazione delle donne che lavoravano come colf e badanti in provincia di Napoli, in particolare a San Giuseppe Vesuviano e Ottaviano. Ed è allora che ho cominciato a capire che era la ricerca la mia strada. La stesura della tesi è durata quasi tre anni, con la cattedra di Istituzioni di Sociologia, quella con cui collaboro tuttora. Il titolo era “Collaborazioni domestiche a Napoli, il caso delle polacche e delle ucraine”, con una panoramica generale dell’immigrazione italiana in particolare dai paesi dell’Est dopo la caduta del Muro di Berlino. Fu uno studio interessante, queste donne andavano a fare le colf e si insediavano con precise strategie, si integravano, mantenevano intere famiglie e figli agli studi nelle loro terre e poi li facevano venire a Napoli».
La politica, invece? Quando ha cominciato a far parte della tua vita?
«L’ho sempre avuta dentro, una passione. Mio padre era militante del Pci, commentavamo a tavola le notizie di politica e cronaca dei telegiornali. Infatti ero l’unica, in classe, che sapeva rispondere in merito alle domande degli insegnanti. Anche agli avvenimenti politici locali, quelli di Sant’Anastasia, ci sono sempre stata. Ai tempi dell’elezione di Mario Romano, per esempio, avevo 14 anni, andai in sezione a festeggiare. Quando fu eletto Enzo Iervolino ero in Comune ad attendere i risultati».
Eri pur sempre un’adolescente all’epoca, proprio nessuna ribellione alle idee di papà?
«Confesso che quando Berlusconi è sceso in campo c’è stato un momento, molto breve per fortuna, in cui l’ho visto come “il nuovo”. Poi mi sono ripresa. Ho sposato quelle idee con le quali ero cresciuta, ho fatto miei quei valori, li ho metabolizzati con la passione civica che ancora mi è propria».
Dopodiché hai cominciato l’esperienza di politica attiva.
«Fino al 2007 non avevo una tessera di partito. Poi, mentre era in corso un progetto di ricerca con la Regione Campania, ho conosciuto Rosanna Cimmino, carissima amica venuta purtroppo a mancare due anni fa. Parlammo molto, mi fece appassionare, mi convinse a frequentare il partito. Mi iscrissi al Pd, mi candidai all’assemblea costituente di quell’anno e fui eletta delegata regionale. Da quel momento ho collaborato alla costituzione del circolo locale con il direttivo guidato da Rosaria Esposito. Fin quando, nel 2010, il congresso mi indicò quale candidata unitaria alla segreteria, senza altre mozioni. Decisi allora di assumere a tempo pieno questa responsabilità e, ovviamente, prima di accettare chiesi la collaborazione di mio marito Francesco. Perché guidare un partito non è cosa che si fa a cuor leggero, devi metterci tempo e io avevo un bimbo piccolo di 4 anni e la volontà di allargare la famiglia, come è poi accaduto. Senza il suo sostegno, non avrei potuto».
I tuoi bimbi sono ancora piccoli, capiscono cosa fa la mamma da segretaria di un partito?
«Chiedono, parliamo, tento di stimolare il ragionamento rispetto alle cose. Roberta è ancora piccola ma Luciano è nella fase di rifiuto, mi dice: “Mamma, da grande non farò mai il segretario di circolo”. Io gli faccio capire che la politica non consiste solo nell’andare in sezione di sera ma anche nel fare qualcosa di buono per il luogo in cui viviamo, per la sua scuola. C’è stato un periodo in cui lo portavo con me, ora non più. Capii che non era il caso quando, il giorno dopo le primarie, lo trovai nella sua stanza con una scatola di scarpe allestita a urna, mentre scriveva il suo nome su un foglietto e lo infilava dentro. Fece anche lo spoglio e disse: “Mamma, mi hanno votato tutti”. Praticamente giocava alle elezioni, i bimbi assorbono, ascoltano tutto, anche quando non ce ne accorgiamo, poi magari rendicontano a scuola. Non che sia accaduto nulla di strano, era un gioco per lui, ma da quel momento evito di portarlo con me».
Qual è l’aspetto positivo e quale il negativo di essere una donna nel ruolo di segretario di circolo? Non sono in molte, nella nostra provincia.
«No anzi, siamo pochissime. Per una donna è sicuramente più difficile perché i tempi della politica non sono pensati per noi. Se non avessi la collaborazione della famiglia, marito e genitori, non potrei uscire alle nove di sera e tornare magari alle due di notte, come è accaduto spesso in campagna elettorale. Se poi mi venisse in mente di fissare una riunione alle cinque del pomeriggio non ci troverei nessuno, senza parlare della concomitanza, mettiamo, di una partita del Napoli. Sono costretta a scaricarmi il calendario del campionato per fissare le riunioni, ed è una cosa che non sopporto. Mi sono adattata: ceno insieme a marito e figli, sistemo tutto e poi esco per andare in sezione. E naturalmente, mio malgrado, fisso le riunioni quando non ci sono partite di calcio. C’è anche un risvolto positivo: una donna che fa politica riesce ad emanciparsi di più, a gestire meglio e diversamente gli equilibri anche in casa».
Lo scrittore Gesualdo Bufalino diceva che il sociologo è colui che va alla partita per guardare gli spettatori. Il fatto di essere una sociologa, appunto, ti aiuta in politica?
«Moltissimo. Soprattutto la visione weberiana mi ha aiutato tanto perché la sociologia ti dà la possibilità di avere una visione del mondo a 360 gradi. Karl Weber studiava la società attraverso la sociologia comprendente, ossia il mettersi nei panni dell’altro spogliandosi dei propri. Una visione che mi consente di mantenere sempre la calma, di essere ago della bilancia, ritengo che la mia formazione mi aiuti anche, spesso, ad ingoiare qualche rospo».
Sei alla guida del Pd anastasiano dal 2010, pensi che con te il partito si sia radicato di più sul territorio?
«Intanto abbiamo sanato quelle che erano le grandi divisioni interne. Qualcuno che la pensa diversamente, vivaddio, c’è. Gli scontri interni pure, ma siamo riusciti a non avere, come accaduto in passato, “pezzi” di partito che fanno altro. Ho lavorato molto per riconquistare chi ci aveva abbandonato dopo la scelta delle elezioni del 2010, sono le divisioni che ci hanno fatto perdere. Ci siamo certamente radicati di più e ogni giorno tento di coinvolgere il più possibile. L’anno scorso, per le amministrative, siamo giunti ad una candidatura unitaria, quella di Antonio De Simone, e questa è la prova che stiamo arrivando all’obiettivo».
Sì, ma avete perso.
«Era la candidatura migliore, forse avremmo potuto osare, sulla scia di Renzi, con un giovane. Ma credo che i tempi non fossero ancora maturi».
Risultato a parte, rivendichi in positivo l’impronta che fu data lo scorso anno alla campagna elettorale?
«L’impronta l’ha data il partito. Qualche pecca l’avrà avuta l’organizzazione ma, vista la “tegola” che ci arrivò improvvisamente addosso con una campagna elettorale non certo nelle previsioni, anche se stavamo già lavorando a tutta una serie di iniziative che avevamo messo in piedi, era oggettivamente difficile. Del resto, subito dopo, ho messo correttamente le mie dimissioni nelle mani del presidente, mi sembrava giusto all’indomani di una sconfitta. Ma il partito ha ritenuto di proseguire in questo cammino».
Da rappresentante del partito sul territorio, a tuo parere il premier Matteo Renzi sta esaudendo le aspettative?
«All’epoca votai per Cuperlo, ma oggi Renzi è il mio segretario. In un partito che si rispetti funziona così. Lui rappresenta quel che l’Italia voleva, un cambio radicale di classe dirigente. Sta osando tanto, procedendo a carro armato su alcune riforme, alcune condivisibili, altre meno. Bisogna farlo lavorare, considerando il momento di difficoltà per il Paese in cui si è trovato ad operare».
Non ti infastidisce che un rappresentante del tuo partito sia alla guida del Paese senza essere passato per le elezioni?
«Noi abbiamo votato un partito. Bersani, Letta, Renzi, sono espressioni di questo partito votato a maggioranza dagli italiani. Certo poi ci sarebbe da mettere in campo una discussione seria sulla legge elettorale e sulla possibilità per i cittadini di scegliere anche il premier».
Ecco, la legge elettorale. Condividi l’Italicum che sarà al vaglio del Parlamento?
«Non appieno, io sarei per le preferenze. Al Comune e alla Regione votiamo così, non si comprende perché al Governo centrale debbano esserci liste bloccate. Nell’immaginario collettivo si fa passare così l’idea di un nominato, non di un eletto. Un conto è andare alle urne e scegliere chi votare, un conto è delegare». (ndr, nel frattempo deputati Pd del calibro di Bindi e Bersani sono stati “sostituiti” nella commissione affari costituzionali).
La politica è per tutti o per pochi?
«La politica è, deve essere, per tutti. L’errore dei partiti negli ultimi anni è aver chiuso troppo rispetto alle persone comuni. Il Pd è stato il primo a organizzare le parlamentarie, Bersani le fece svolgere pur con tutti i limiti organizzativi: noi abbiamo portato in Parlamento chi aveva già preso voti sul territorio. L’idea passata tra la gente, di un Parlamento di nominati, ha contribuito alla disaffezione nei confronti della politica, portando molti a votare per il Movimento 5 Stelle e sperando così in una rivoluzione che assolutamente non c’è stata e non ci sarà. La politica siamo noi, è la gestione di noi stessi nel quotidiano: se non si va più a votare – e accade perché l’astensionismo è cresciuto – vuol dire che si ha un sentimento di repulsione verso la nostra stessa “casa”, verso lo Stato».
Nelle ultime settimane il Pd napoletano guidato da Carpentieri si è accaparrato attenzione mediatica in negativo, per le divisioni, per la difficile scelta dei candidati sui territori, per gli scontri, infine per i commissariamenti a Ercolano e Giugliano. Non pensi che in tutto ciò ci sia un filino di masochismo?
«Lo stai chiedendo a chi nell’ultimo congresso non ha sostenuto Carpentieri e questa maggioranza, proprio per una mozione congressuale che a differenza dell’altra, quella del candidato e segretario uscente Gino Cimmino, non dava giusto spazio ai territori. Mi chiedo a cosa servano i segretari a livello locale se poi, quando si tratta di fare delle scelte, Napoli pretende di entrarci a gamba tesa. Noi dovremmo adottare una prospettiva diversa, far sì che il nostro sia un partito orizzontale e non verticale, un partito nel quale – come accadeva quando Cimmino era segretario – le direzioni si facevano nei territori. Tu dici masochismo, io dico che oggi il partito napoletano ha una vocazione al suicidio, proprio perché si tende ad accentrare le decisioni a Napoli, svilendo i rappresentanti dei territori, quelli che le realtà le conoscono davvero e lavorano ogni giorno per migliorarle, gli unici che sono coscienti appieno delle dinamiche e degli equilibri. In questi giorni credo che si risolverà la situazione dei comuni in elezione per la scelta dei candidati sindaci ma in tutto ciò si vota il 31 maggio e il tempo perduto non ce lo restituisce nessuno».
Se non ricordo male la segretaria provinciale ha creato qualche problemino anche a Sant’Anastasia, in occasione delle elezioni per la Città Metropolitana, no?
«Qualche problemino, sì. Ci siamo ritrovati in lista Pd due candidati, il nostro Antonio De Simone e Carmine Capuano (ndr, esponente del Psi), senza che ne sapessimo nulla. Una segreteria provinciale, a mio parere, deve avere l’obbligo di consultare il partito locale quando siano richieste candidature di esponenti di altre formazioni politiche. In particolare quando il partito in questione ha già un candidato nella stessa città».
Nel circolo Pd di Sant’Anastasia ci sono molti giovani, lo sei anche tu. Il tuo premier è un quarantenne. Mi dici come, secondo te, i ragazzi vanno formati alla politica?
«Innanzitutto vanno motivati, oggi sono tanti i giovani che si allontanano dalla politica e questo mi spaventa. Le speranze ci sono e c’è bisogno di ricambio generazionale. Quando si è al governo coinvolgere è più semplice, ma dall’opposizione ci si deve comunque preparare a governare, far crescere le giovani leve che dovranno assumere ruoli dirigenziali. Certo, non li adeschiamo con promesse di assessorati ma facciamo sì che il partito diventi luogo di condivisione con serate tematiche: per il 25 aprile, per esempio, il nostro gruppo di giovani sta preparando un’iniziativa per discutere della Liberazione. Difficile comunque, molto difficile. In campagna elettorale, come sempre accade, la sezione è popolata di ragazzi che man mano, presi dai loro impegni quotidiani, si allontanano».
Come mai secondo te? Manca la passione, non si riesce a coinvolgere adeguatamente o altro?
«Una bella fetta di giovani di oggi vede la politica come la radice di tutti i mali. Lo so bene perché le interviste che sto facendo tra Napoli e Milano me lo confermano. Ho inserito nel gruppo di ricerca domande specifiche: “Ti interessi di politica?” e “Hai votato alle ultime elezioni?”. Nell’80 per cento dei casi, i giovani tra i 18 e i 34 anni, sia a Napoli che a Milano, rispondono che la politica è corruzione nonché causa della crisi economica. In più o non hanno votato o lo hanno fatto in maggioranza per il Movimento 5 Stelle. Una situazione drammatica, considerando che a quell’età dovrebbero essere la nuova classe dirigente. Ma ancor più drammatiche sono le risposte ad un’altra domanda, ossia “Come si trova lavoro?”. Ebbene sia i napoletani, sia i milanesi, sono pienamente convinti che per quanto si studi, ci si formi, ci si impegni, senza raccomandazione non andranno da nessuna parte, nemmeno a fare il netturbino comunale. Noi che siamo impegnati nei partiti abbiamo il sacrosanto dovere di lavorare per cambiare, con i fatti, queste idee malsane».
Tornando al tuo ruolo nel partito di Sant’Anastasia, mi racconti una serata tipo in sezione? C’è ancora l’accesa dialettica tra “leoni”?
«C’è, ma le litigate sono molto più contenute, facciamo gruppo. Il tutto finisce in sezione e ha una base di dialogo costruttivo, del resto i “leoni” ai quali ti riferisci hanno qualche anno in più che gli ha conferito consapevolezza, sanno bene che le divisioni indeboliscono e non rafforzano. Serata tipo: si comincia su temi generali per finire su quelli locali che ovviamente accendono di più ma poi concretizziamo, con un’organizzazione capillare. Intanto cerchiamo anche di far diventare la fine delle assemblee un momento di socializzazione, una maniera per renderci coesi. Ecco perché chi ci segue poi vede, sui social network, bei gruppi conviviali».
I tre consiglieri comunali Pd (ndr, Antonio De Simone, Peppe Maiello, Raffaele Coccia) lavorano bene insieme? La linea politica che poi arriva in Consiglio la si decide sempre nel partito?
«Collaborano molto e bene. Prima dei consigli comunali ci incontriamo, magari anche con altri consiglieri dell’opposizione, stabiliamo linee comuni e ovviamente ci si divide gli argomenti, sempre nel massimo rispetto dei ruoli».
Nelle ultime settimane gli scontri con la maggioranza non sono mancati, in particolare su argomenti come la mancata adesione del Comune di Sant’Anastasia al Patto per la Terra dei Fuochi, ma anche sulla sede della caserma dei carabinieri e sulla ventilata chiusura degli uffici Asl poi scongiurata. Toni spesso un po’ troppo accesi, non credi?
«La politica spesso alza un po’ i toni. A volte si esagera, ma ormai da anni vengono costantemente rivolte offese al nostro partito e ai nostri consiglieri, ciò ci induce a replicare in maniera dura. Intanto, di recente, abbiamo presentato una denuncia in Procura per le mancate risposte alle nostre interrogazioni. Devo riconoscere che l’attuale sindaco è alquanto moderato nelle esternazioni, ma intorno a lui c’è chi continua ad utilizzare toni ed espressioni che gli fanno solo danni».
Il sindaco Abete è insediato da quasi un anno ormai. Voi cosa avete prodotto, con i limiti naturalmente di trovarvi all’opposizione?
«Abbiamo scongiurato la chiusura degli uffici dell’Asl e non è una rivendicazione mediatica, su quel fronte davvero il consigliere Coccia ha fatto l’impossibile insieme a Tonino Amato e alla Commissione Trasparenza. Per il resto, considerando che qualunque cosa proponiamo ce la bocciano a priori e per principio, direi che ci siamo attivati tantissimo, in primis lottando contro l’assegnazione del centro Liguori quale sede della Caserma dei carabinieri e suggerendo sedi alternative, anche con una lettera inviata al Ministro Pinotti tramite la nostra Teresa Armato. Importante per noi, in questo momento, è la proposta di adesione al Patto della Terra dei Fuochi (ndr, la proposta è già stata discussa in Consiglio nel momento in cui sarà pubblicata questa intervista e la maggioranza dell’assise l’ha bocciata). Con il rifiuto dell’amministrazione in tal senso, il nostro paese sta perdendo soldi che altri comuni limitrofi hanno intercettato, che servirebbero per le bonifiche ambientali per le quali le possibilità delle casse comunali non basteranno mai».
La motivazione del diniego è nella volontà di non «marchiare» Sant’Anastasia come territorio inquinato, l’assunto che il «marchio Terra dei Fuochi» sia infamante.
«Ma non scherziamo, è ridicolo, proprio di chi è avvezzo a nascondere la polvere sotto il tappeto. Qui ci sono aree come la ex Corderia, la ex Fag, la Preziosa, Gianguglielmo, sotto le quali non sappiamo cosa c’è. Ci sono sversamenti abusivi, e non parlo dei rifiuti urbani, pericolosi. Amianto, scorie di non si sa cosa. Aderire al patto non significa marchiarsi con infamia di un’etichetta, bensì poter avere a disposizione aiuti economici della Comunità Europea. Sono anni che si va avanti così, tutti diciamo che forse sotto alcuni terreni ci sono rifiuti pericolosi per la salute e nessuno fa nulla, è il momento che l’amministrazione si assuma le proprie responsabilità. Non è che qui ci sia una produzione agricola di chissà quale entità ma io ritengo che un cittadino voglia sapere se il pomodoro o l’albicocca di turno che si ritrova sulla tavola viene da un terreno dove sono interrati, è una possibilità, fusti tossici. Occorre un’azione di controllo su terreni agricoli e falde acquifere, ma senza finanziamenti non si può fare».
Questo è, diciamo, l’argomento di attualità. Immagino che l’opposizione segua quotidianamente le attività amministrative…
«Certamente, siamo tutti i giorni a fare interrogazioni – senza risposta – sulla manutenzione per esempio del cimitero comunale o delle scuole, sulla questione del ridimensionamento scolastico, sugli sversamenti in via Macedonia o via De Filippo, per dirne qualcuna».
Ma in un anno l’amministrazione Abete avrà fatto qualcosa di buono. Oppure no?
«Non perché io sia il segretario del principale partito di opposizione, ma devo pensarci. Ecco, direi che hanno tenuto molto bene i fiorellini nelle aiuole e che, guardandosi in giro per la città, si vede almeno un po’ di colore. Soprattutto quelli rossi sono carucci da guardare. Ironia a parte, a me preoccupa soprattutto quanto accade nelle periferie, totalmente abbandonate. Nella zona della Starza ci sono alcune aree dimenticate dalla civiltà dove le mamme, quando piove, devono prendere in braccio i bambini e indossare gli stivaloni impermeabili per portarli a scuola. Un degrado sconfortante».
C’è una scuola nuova, presto anche la Chiesa con uno spazio per l’oratorio.
«Ed è importante che nasca qualche centro di socializzazione ma di tutte le altre scuole che cadono a pezzi vogliamo parlare? Il plesso di via Sodani è in condizioni strutturali spaventose, lì non ci manderei mai mia figlia. Vogliamo parlare delle barriere architettoniche? I fiorellini sono belli ma un paese civile si può chiamare tale quando chiunque può andare dovunque».
Sai una cosa? Io condivido le priorità, non le discuto. Ma non credi che la vera grande assente a Sant’Anastasia sia la politica culturale?
«Hai messo il dito nella piaga, ma quando qui metti l’accento sulla cultura sembra che tu stia dicendo cose strane. In ogni caso, come partito di Sinistra è un argomento che prediligiamo, lo sai».
No, veramente non lo so. Anzi credo che siccome in politica, se non ad alti livelli, è difficile attrarre consensi con la Cultura, quest’ultima sia trattata alla stregua della sorellastra brutta e cattiva di Cenerentola.
«Invece concordo con te e penso che la politica non debba sempre seguire l’onda del facile consenso. Ecco perché stiamo lavorando per organizzare presentazioni di libri e cineforum con dibattiti. Per me sono tra le priorità. Abbiamo anche provato a promuovere un ciclo di letture di classici in sezione, cominciammo in quindici , siamo rimasti in tre. Però non ci arrendiamo, bisogna insistere. In estate chiederemo piazza Siano per un ciclo di proiezioni di film cult e saranno i Giovani Democratici ad occuparsene. Ci saranno anche convegni e presentazioni di libri, con temi importanti sviscerati attraverso la narrazione di storie. In ogni caso per noi cultura è anche altro, è educazione alla civiltà e all’eguaglianza, ecco perché stiamo per presentare al Comune la proposta di istituire il registro delle unioni civili».
Non sarà facile. Ne deduco che tu sia d’accordo con i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Anche sulle adozioni?
«Sicuramente sono favorevole. Anche per le adozioni. Poco tempo fa non la pensavo così perché nelle fasi di socializzazione primaria un bambino potrebbe forse avere problemi. Ma perché negare il diritto a due gay che si amano di avere dei figli?»
Magari perché non è un diritto naturale.
«Sì, però è diritto alla vita e alla famiglia. Mi metto nei panni di queste persone e penso che ci sarà un perché se la scienza è andata avanti anche su questo fronte. Ho amici omosessuali e so che hanno una sensibilità spiccata, molto oltre quella femminile, sarebbero ottimi genitori. Del resto chiunque deve potersi esprimere culturalmente e sessualmente come crede, senza paura di essere discriminato. Purtroppo la società in cui viviamo è dura non solo per i gay ma anche per altre categorie, come i Rom, come gli immigrati».
Ma tu non credi che quando si pretendono gli stessi diritti di tutti si debba accettare di avere anche gli stessi doveri? Parlo di rispetto delle leggi, dell’adempiere agli obblighi quotidiani pagando le tasse?
«Se questo non accade è colpa dell’assenza di un’integrazione adeguata. Questa non è più l’epoca in cui noi italiani comandiamo e chi viene da fuori si deve adeguare, è l’era della globalizzazione. Non è che dobbiamo dare una casa a tutti ma, se si attua una politica seria di gestione delle frontiere, qui la richiesta di manodopera c’è. Non dimentichiamo che in altri periodi storici gli immigrati eravamo noi italiani. Anche i fenomeni di follia, di degenerazione nel terrorismo, sono sintomi di integrazione fallita. Nel momento in cui si fa un’integrazione falsa, settaria, li si sottopaga dal punto di vista economico, è ovvio che nascano sentimenti di odio nei confronti degli autoctoni. Io conosco immigrati che pagano le tasse, che lavorano, che rappresentano una fetta importante del mercato del lavoro italiano, specialmente in quei settori in cui gli italiani non vogliono più impegnarsi».
C’è un obiettivo che, da segretario politico, vuoi assolutamente raggiungere?
«L’obiettivo di un segretario politico è vincere le elezioni. Ma quando finirò il mandato, a meno che la giunta Abete non vada a casa prima, saremo ancora in questa consiliatura. Dunque mi dedicherò a costruire un partito in grado di governare tra quattro anni e a mettere su un gruppo giovane che rappresenti l’evoluzione della classe dirigente Pd con grandi potenzialità».
Sei competitiva, ambiziosa? Dove vorresti essere tra vent’anni?
«Non mi metto in competizione con nessuno, chi lo fa crea sempre contrapposizioni, però tento sempre di migliorarmi. Quanto alle ambizioni, anche se non sarà semplice, vorrei proseguire la carriera universitaria. Ho visto tanti colleghi precari abbandonare, ma il mio desiderio rimane insegnare in maniera strutturata».
E in campo politico ambizioni non ne hai?
«Ho svolto due mandati da segretario, di sicuro non sarò candidata al prossimo congresso, rimarrò militante».
Qualcuno però, già nelle ultime due elezioni amministrative, aveva fatto il tuo nome per la candidatura a sindaco.
«Penso che per le prossime elezioni passeremo per le primarie e io non sarò nel novero dei candidati. Mi piacerebbe molto collaborare al governo della mia città, ma non ho l’ambizione di diventare sindaco. Non mi sento pronta io e non credo che Sant’Anastasia sia ancora pronta per un sindaco donna. Poi è vero che ho fatto esperienza da segretario politico ma non ho mai ricoperto alcuna carica elettiva e ritengo invece che, prima di buttarsi a capofitto in un’esperienza del genere, si debba aver compiuto passaggi precisi».
Non sempre e non spesso, guardati in giro.
«Forse è per questo che le cose non funzionano al meglio».
Che mamma è Grazia?
«Mi preoccupo di essere troppo spesso assente, ma sono premurosa e non invadente perché desidero che i miei figli acquistino fiducia in sé stessi. Tendo molto a renderli autonomi, capaci di gestirsi pur potendo contare sempre su noi genitori».
Gli ultimi libri che hai letto e quello che in assoluto ti ha più lasciato il segno?
«Ho finito da poco “Le catene della Sinistra” di Claudio Cerasa. Un libro che mi ha aiutato a sciogliere alcuni nodi che mi erano poco chiari, rispetto all’evoluzione della sinistra italiana dal Pci ad oggi. Il libro che mi ha colpito di più in assoluto è “Il cacciatore di aquiloni” di Khaled Hosseini. Mi è piaciuta anche la trilogia Millennium dello svedese Stieg Larsson».
Qual è il politico, di qualunque epoca, che hai più ammirato?
«Enrico Berlinguer».
Non credi che avrebbe un po’ storto il naso, lui, rispetto al Pd?
«Assolutamente sì, ma quella era un’epoca diversa. I tempi cambiano, la società si evolve e lo fa anche la risposta politica».
Vorrei mi dicessi cosa hai condiviso di più dell’operato del Governo Renzi e quello che invece proprio non ti va giù.
«Parto dal negativo: non condivido una parte della riforma del lavoro, far decadere alcuni tipi di garanzie per determinate categorie non è cosa degna di un partito di sinistra. Anche la riforma della scuola mi causa qualche perplessità ma non è ancora legge, dunque confido che l’iter legislativo accomodi un po’ le cose. La cosa migliore che abbia invece fatto il governo Renzi è il ricambio generazionale un po’ a tutti i livelli, oltre che l’aver affrontato una serie di riforme cui nessuno aveva messo mano».
Quale legge italiana cambieresti, se potessi decidere?
«Introdurrei le preferenze nella legge elettorale e penserei ad una seria riforma delle pensioni».
Hai una caratteristica «erre» moscia: questo simpatico difetto di pronuncia, posto che così si possa chiamare, ti ha mai creato imbarazzo?
«C’è stato un periodo in cui pensavo a frequentare un corso di dizione o magari a chiedere l’intervento di un logopedista. Però poi mi ci sono affezionata, ne ho fatto un tratto distintivo anche se spesso, avendo erre sia nel nome che nel cognome, quando mi presento devo fare lo spelling. Succede anche se sono all’estero, solo in Francia non ho problemi. Alla fine è un vantaggio, mi si riconosce subito. Anche mia sorella e mio fratello ce l’hanno, ci scherziamo su dicendo che è l’effetto del viaggio di nozze a Parigi dei nostri genitori».
Che cosa guardi in tv?
«Io non guardo la televisione, la odio. Seguo qualche trasmissione di dibattito politico, o mi capita di accenderla per i bambini, a loro piacciono i cartoni animati».
Anche a te piacevano, da piccola?
«Lady Oscar mi piaceva molto. Una ragazza che finge di essere un uomo, evidentemente avevo già cominciato a sposare le cause di genere».
Com’è il tuo rapporto con la Chiesa cattolica?
«Non sono praticante ma credo in una presenza superiore che dà un ordine a tutte le cose. Però ho scelto una scuola cattolica per i miei figli e faranno il percorso di tutti i bambini, dal catechismo in su. Le mie idee rimangono mie e non voglio procurare a loro un senso di esclusione. Quando saranno più grandi faranno le loro scelte in merito».
Hai qualche rimpianto?
«Solo per i viaggi che non ho ancora potuto fare: Cina, Giappone, Australia. Un desiderio più che un rimpianto, direi. Per fortuna i miei genitori, anche perché mio padre è un ex ferroviere, mi hanno portato in giro già da piccola in tutta Italia. Sono stata in Germania per conoscere un’amica di penna di allora, poi in Inghilterra, in Austria, in Spagna, nel Sud della Francia, in Norvegia».
Ti è mai capitato di far del male a qualcuno?
«Non so, se è capitato è stato involontario. Qualcuno ne ha fatto a me ma per fortuna le cose mi scivolano addosso, a meno che non si tratti di una persona molto vicina. Allora le cicatrici rimangono eccome, lunghe chilometri. Però riesco a perdonare facilmente».
Hai animali, li ami?
«Ho un giardino e adoro gli animali. Ma ho solo un gatto nero, Charlie, molto indipendente. Non avrei tempo per badare a dei cani, che pure amo molto».
C’è qualcosa che non faresti proprio mai, per nulla al mondo?
«Tradire una persona che si fida di me. Ovviamente in politica di tradimenti ne ho ricevuti a bizzeffe».
Cosa è per te la femminilità?
«Sta nell’essere donna, non nell’apparire. Non nel vestirsi in un determinato modo, indossare tacchi o minigonne. Sta nell’equilibrare la propria natura femminile con l’elasticità mentale propria delle donne e riuscire ad essere contemporaneamente una mamma, una moglie, una figlia, una lavoratrice, una donna impegnata».
Non hai “debolezze” tipicamente femminili?
«Mia madre ha sempre detto che ero un maschiaccio. Mi sono truccata per la prima volta nell’occasione della festa per i miei diciotto anni».
C’è una bella donna alla quale ti piacerebbe assomigliare?
«Una bellezza semplice e genuina, Manuela Arcuri».
Il tuo rapporto con il denaro?
«Serve a comprare le cose, non per apparire. Se ne avessi tanto estinguerei il mutuo per la ristrutturazione della casa e farei qualche viaggio, nulla di più».
Cos’è che vuoi assolutamente trasmettere ai tuoi figli?
«I valori della lealtà e dell’altruismo, senza retorica».
Ci sono modi di dire che ti distinguono, parole che usi più delle altre?
«Mi rendo conto che, per rafforzare i concetti, ripeto spesso gli avverbi “naturalmente” e “ovviamente”».
Cosa cambieresti di te?
«Ho bisogno di avere costantemente attenzioni e dimostrazioni di affetto da chi mi è vicino, quando sento calare questo divento permalosa».
Il regalo più bello che hai ricevuto?
«I miei figli per primi. Ma se parliamo di cose materiali, un’auto. Avrei voluto una moto quando ero adolescente ma non ci fu verso: a 14 anni presi il patentino all’insaputa dei miei per guidare quella di mio fratello, senza il permesso di mamma e papà ovviamente. Era una Aprilia 125 verde, alla fine le smontarono le ruote».
Altre «follie» adolescenziali, prima di diventare così posata come appari?
«Una volta sono scomparsa per un giorno intero insieme al gatto che i miei non volevano farmi tenere in casa. Dopo la paura che gli feci prendere naturalmente dissero di sì».
Concorderesti se in Italia si scegliesse di legalizzare le droghe leggere?
«Sì, per quelle leggere non c’è differenza sostanziale con le sigarette. Non cambia molto. Comunque io non ci ho mai provato. Non ho vizi né dipendenze, se escludiamo il rosicchiarmi le unghie».
C’è un lato di te che i tuoi compagni di partito non sospetterebbero mai?
«Forse, per quelli che mi conoscono poco e solo per ragioni squisitamente politiche, la tenerezza. Magari mi ritengono dura, anche troppo, poco simpatica. La verità è che, proprio perché donna, se non riesci a tenere le redini salde finisci per essere delegittimata».
Se potessi dare un consiglio a Matteo Renzi ed uno al sindaco della tua città, Lello Abete?
«A Renzi direi di ascoltare di più le minoranze nel partito. Ad Abete di cominciare a ragionare con la sua testa, di non farsi condizionare da taluni consiglieri che pensano più agli effetti mediatici che alla risoluzione dei problemi».
Un’ultima cosa. Se per ipotesi fossi su una torre, molto alta, con Matteo Salvini e Beppe Grillo e avessi la possibilità di buttare giù uno di loro?
«Tutti e due non si può? Se devo proprio scegliere, butto giù Salvini. Fa molti più danni, anzi è la peggiore imitazione di Grillo che gli ha fatto da apripista».

