Emilio Gifuni
Stilista diplomato all’Accademia di Moda «Altieri» di Roma, ha lavorato con la Maison Sarli e da pochissimo è la «firma» dell’Atelier Gifuni di Sant’Anastasia.
Ha ventotto anni ma già importantissime esperienze alle spalle, in primis quella di responsabile dell’ufficio ricami nonché disegnatore di collezioni Haute Couture per la Maison Sarli con la quale è rimasto fino al 2013 lasciandola, per sua scelta, poco dopo la morte dello scultore di moda Fausto Sarli, stilista universalmente apprezzato per creatività e sobrietà. Emilio Gifuni è entrato da Sarli poco il diploma all’Accademia di Moda di Roma e ha in seguito lavorato da freelance per altre aziende, dalla Maison Gattinoni ad Emiliano Rinaldi. È stato assistente costumista per il film «Dopo quella notte», pellicola del 2009 per la regia di Giovanni Galletta interpretato da Maria Grazia Cucinotta ed Enrico Lo Verso. Le sue creazioni hanno sfilato sulle passerelle indosso a top model, sono comparse su rivista di fotografia e sono state indossate da giornaliste tv come Rachele Restivo, in prima serata su Italia 1. La sua mini collezione «Divas» è stata presentata nel calendario dell’Alta Moda romana dall’Accademia Altieri, è stato premiato come miglior stilista alla kermesse «Il Cilento va di Moda» che vantava in giuria Vincenzo Merli della Maison Furstenberg e si è classificato secondo al concorso di moda «Sulla rotta di Ulisse» a Ponza, con presidente di giuria Anna Fendi. Da domenica 29 novembre ha iniziato un’altra avventura, scegliendo di tornare alle sue origini e nel suo paese, Sant’Anastasia in provincia di Napoli, offrendo la sua vena creativa all’Atelier Gifuni e presentando il nuovo brand e la sua «capsule collection» con un Open Day che ha suscitato notevole interesse. Il suo cognome, come fosse destino, è lo stesso delle ideatrici del brand, Luisa Esposito Gifuni e sua figlia, Alba, con le quali Emilio condivide progetto ed obiettivi. Per la presentazione dell’Atelier, i Gifuni hanno scelto una frase della celebre stilista francese Coco Chanel, capace con la sua opera di rivoluzionare non solo il concetto di moda ma quello di femminilità: «Non è moda se non scende in strada». E gli abiti visti all’Open Day sono infatti all’insegna della pulizia, della sobrietà, «candidati» a vestire ogni donna e non solo le taglie 38, ma sempre con dettagli sartoriali e creativi inconfondibili. Nell’intervista che segue, come consuetudine per questa rubrica, Emilio si è raccontato a tutto tondo: i suoi studi, le sue passioni, il suo stile, i suoi obiettivi, i suoi sogni. Non è tutto qui, ma c’è moltissimo.
Emilio, da Sant’Anastasia a Roma, dalla Masseria Canesca alla capitale e poi il ritorno alla provincia per scelta. Come ci si sente?
«Sono state tutte esperienze intense, anche se in modo diverso».
La tua vita fino ai 18 anni, ossia fino a dieci anni fa, l’hai trascorsa a Sant’Anastasia. Che ricordi hai dei luoghi della tua infanzia?
«La Masseria Canesca all’epoca era forse la periferia della periferia, le costruzioni risalgono più o meno tutte alla generazione precedente a quella dei miei genitori, case molto umili appartenenti per la maggior parte a persone della stessa famiglia. Sono cresciuto con tanti cugini, giocavamo in strada, era un luogo direi molto folkloristico. Negli anni in tanti si sono spostati verso Sant’Anastasia, qualcuno a Somma Vesuviana, io sono rimasto lì».
Dici «Sant’Anastasia» come se fosse un altro paese rispetto al luogo dove sei cresciuto.
«La percezione era più o meno questa. Per me il periodo della scuola media alla Tenente Mario De Rosa è stato quasi come “andare in città”. La Masseria era un luogo “protetto”, familiare. Mio padre e mia madre, da piccoli, abitavano l’uno a fianco dell’altra. Hanno costruito la nostra casa tra quelle dei nonni paterni e materni, nel nostro palazzo abita un fratello di mio padre e lì in zona c’era la scuola elementare che ho frequentato, ricordo la mia estate in bici dalla nonna, le ginocchia sbucciate, i giochi. È stata in quel luogo la mia vera infanzia, fino alle medie. Oggi pensarci, dopo aver vissuto tanti anni a Roma, mi fa sorridere».
I tuoi cosa fanno?
«Mio padre Ferdinando ha lavorato tutta la vita nella ditta di manutenzione e pulizia dell’Alfa Romeo, ora è in pensione. Mia madre Maria è sempre stata una casalinga, ma credo che abbia in qualche modo a che fare con il lavoro che ho poi scelto di fare: all’epoca, per una ragazza di periferia che magari non era destinata agli studi, era usanza imparare il cucito dalle cosiddette “maestre”. Lei imparò le basi della sartoria che ha poi sfruttato ampiamente in casa, cucendo camicette e vestiti per me e mia sorella Consiglia. Al di là di quel che le era stato insegnato, ritengo fosse bravissima e molto portata. Ancora oggi, quando si tratta per esempio di rifinire le asole di un capo, ha una mano veramente fine».
Tua sorella?
«Consiglia è laureata in chimica e tecnologie farmaceutiche, è sempre stata bravissima a scuola e si è laureata in corso con il massimo dei voti. Ha lavorato in una farmacia di Napoli ma poi le è capitato un periodo davvero felice per la sua vita: si è fidanzata con un ragazzo di Milano, hanno vissuto questo rapporto a distanza per due anni e poi ha trovato il lavoro dei suoi sogni proprio in quella città, in un’azienda farmaceutica. Ha conciliato le due cose e ora convivono».
Quando ti chiedevano cosa volessi fare da grande che rispondevi?
«L’architetto. Non so perché. Forse collegavo questo lavoro ad una vita benestante e dicevo a mamma che sarei diventato architetto per comprarle la pelliccia. Oggi odio le pellicce e non farei mai l’architetto e, soprattutto, non sono così venale da pensare che un mestiere si sceglie solo per far soldi. Adesso le pellicce, purché ecologiche, potrei realizzarle io stesso ma devo dire che fin da piccolo ho avuto una vena creativa».
Disegnavi?
«In principio realizzavo presepi, ne ho fatti per tutta la mia famiglia. Sono sempre stato bravo nel disegno ma questo non c’entra nulla con l’essere stilista. Però ricordo che già all’asilo le maestre richiamavano mia madre, dicendole che non doveva fare i disegni per me. Non era così, erano miei, ma non ci credeva nessuno. Li conservo ancora oggi, ogni tanto li guardo e mi sembra assurdo che pur piccolissimo già disegnassi come molti adulti non riescono a fare».
Un esempio?
«Il volto di mia madre, con i capelli ricci ricci. Riproducevo le cinque dita, le ciglia, ero molto meticoloso nei dettagli. Il mio cielo non era mai una striscia azzurra, aveva profondità già a cinque anni. Disegnavo la mia cucina o mio padre mentre lavorava ma, siccome non capivo ancora cosa facesse effettivamente, lo ritraevo con una tuta bianca tutta macchiata. Per me un operaio era così».
Il primo ricordo dell’infanzia che ti viene in mente?
«Un Natale in famiglia, le feste a casa di mio zio Salvatore, i giochi sotto l’albero con tutti i cugini. Mio padre è il terzo di cinque fratelli maschi, eravamo davvero in tanti e il salone dove giocavamo mi sembrava immenso».
Le scuole superiori?
«Il liceo scientifico “Torricelli” a Somma Vesuviana».
Con le tue predisposizioni che già conoscevi perché non un istituto d’arte?
«Non sapendo cosa volessi fare nella vita non me la sentii di intraprendere già allora un percorso di studi prettamente artistico che, pensavo, mi avrebbe poi messo in difficoltà dinanzi a delle scelte. Oggi mi piacerebbe rincontrare il mio professore di educazione artistica alle medie, Talamo si chiamava: lui era molto legato a me proprio a livello umano, quando io ancora non ne ero cosciente lui aveva credo riconosciuto in me una capacità che voleva coltivassi. Non volli farlo, allora. Ero un creativo anomalo, da un lato perché non sapevo ancora di esserlo, dall’altro perché il mio lato razionale prevaleva. Ho preferito il liceo scientifico e sono stato uno studente diligente, con voti sempre più che sufficienti. Mi bastava la spiegazione in classe per apprendere le materie umanistiche, sapevo captare ciò che era importante per rendere al meglio nelle interrogazioni e nei compiti. Mi piacevano d’altra parte la matematica e le scienze. È andata così per cinque anni, finché non ho scelto quella che era la mia strada, negli ultimi tre mesi del quinto anno di liceo, a ridosso della maturità».
Gli ultimi tre mesi?
«Sì, lo ricordo chiaramente. Si iniziava l’orientamento scolastico che avrebbe dovuto indirizzarci alla scelta del percorso di studi universitario. Fu mio padre a farmi capire. Lui forse non lo ricorderà, magari non se ne rese nemmeno conto. Mi guardò e mi disse: “Vai bene a scuola, scegli quel che vuoi fare d’ora in poi ma io ti consiglio di considerare un qualcosa di creativo, sfrutta il dono che hai”. In fondo per me era qualcosa che vedeva lui perché negli anni del liceo io disegnavo pochissimo o meglio non me ne accorgevo».
In che senso non te ne accorgevi?
«Disegnavo sul mio banco, senza pensarci. Era pieno di caricature dei professori, draghi, volti di donne, li schizzavo inconsciamente».
Anche abiti, modelli?
«Mai».
Dunque perché hai scelto l’Accademia di Moda?
«Mio padre, sempre lui. Mi elencò un ventaglio di possibilità, come un corso di oreficeria magari abbinato ad uno studio anche universitario legato al design. Poi a un certo punto disse: “C’è la moda”. Mi si accese una lampadina, fino a quel momento non ci avevo mai pensato. Iniziai ad informarmi e, nel maggio dell’ultimo anno di liceo, andai a Roma a vedere questa Accademia Altieri della quale mi aveva parlato una ragazza di Sant’Anastasia. Mi iscrissi subito e iniziai ad ottobre trasferendomi a Roma».
C’è un’Accademia di Moda a Napoli…
«Ed è anche ottima. Avrei potuto studiare qui, ma io sapevo di voler lavorare fuori dopo gli studi, perciò ho deciso fosse meglio cominciare subito il distacco. Col senno di poi capisco di aver fatto una scelta giusta perché sarebbe stato difficile, complicato, studiare a Napoli e poi capire a quali porte bussare in un’altra città. A Roma capisci da subito quali atelier esistono, quali sono i brand più importanti, dove andare dopo».
Quanto durano gli studi in Accademia?
«Tre anni, io li ho sfruttati al massimo per imparare, per sviluppare in me tutto ciò che non sapevo, dal cucito, al disegno di moda».
Davvero non ci avevi mai pensato prima?
«Io no. Magari gli altri hanno sempre visto in me qualcosa. Negli anni del liceo, il periodo in cui Dolce & Gabbana lanciarono la moda della jeanseria stracciata che costava tantissimo, i miei compagni mi portavano i loro jeans. Ero capace di farli assomigliare a quelli firmati, avevo sviluppato una tecnica per consumarli con il seghetto da legno. Mi chiedevano di dipingerli o di ricamarli con le paillettes. Oggi cose simili si trovano stracciate e tinteggiate nel “pronto moda” senza spendere tantissimo, ma allora non era così, era un periodo di estrema pulizia nello stile».
Perciò potremmo dire che le tue compagne di scuola indossavano già modelli Gifuni?
«Compagne e compagni, più uomini che donne in verità. Qualche giorno fa mi ha scritto una mia cara amica del liceo che non sentivo da dieci anni. Aveva saputo che, con Luisa e Alba, stavo per intraprendere la nuova avventura dell’Atelier Gifuni, così mi ha inviato la foto di un berretto con un disegnino glitterato, come andavano tanto di moda all’epoca, personalizzati. L’avevo realizzato io, li facevo per tanti, senza mai chiedere nulla. Mi ha detto di averlo conservato con cura».
Il tuo modo di vestire invece com’è cambiato da quei tempi?
«Si dice che il calzolaio vada in giro con le scarpe rotte, in effetti è un po’ così. Nel tempo, dedicando ventiquattro ore al giorno al lavoro, la mia immagine è passata in secondo piano. Non che sia trascurato, direi basic, semplice. Pantalone nero, camicia bianca, t-shirt bianca o nera comoda ed extra large, o jeans e felpa. Io sono così e mi sento a mio agio».
Prima, invece? Qual è la cosa più stravagante che hai indossato?
«Ricordo che esistevano dei distributori da cui, inserendo qualche spicciolo, si potevano prendere sferette contenenti ciondoli allora molto di moda, di quelli che si legavano ai cellulari. Raffiguravano Winnie the Pooh e animaletti diversi. Io li univo tutti insieme in un’unica catena che poi usavo come collana o utilizzavo per legare il telefono ai jeans, in modo che scendesse morbida. All’inizio mi hanno preso in giro».
Se dovessi dirmi qual è la caratteristica che oggi ti identifica nel tuo lavoro da stilista?
«La pulizia, sia a livello stilistico, sia sartoriale. Non ho mai pensato di essere stravagante e non vorrei esserlo, soprattutto in questo periodo storico nel quale forse la vera stravaganza è proprio la pulizia. Ho sempre pensato che “lessi is more”, meno è di più. Meglio togliere che aggiungere. Anche oggi quando consiglio una cliente, una donna che è di fronte a me per decidere cosa indossare in un’occasione particolare, è così. La mia esperienza lavorativa mi ha portato più che altro a disegnare collezioni, a pensare e ideare linee che potessero star bene a tutte».
Roma è stata la tua casa per molti anni, cosa ti ha dato quella città, cosa facevi oltre a studiare?
«Alla mia famiglia non è mai mancato nulla ma il percorso che avevo scelto io era diventato troppo costoso, quindi ho vissuto i tre anni dell’Accademia abbinando sempre un lavoro, facevo il barista. In quel bar di quartiere dove lavoravo quasi a tempo pieno ho imparato tantissime cose, ho imparato a capire le persone. Soprattutto mi è stato chiaro il valore dei soldi, anche di pochi centesimi. Ho capito il sacrificio, mi sono destreggiato a fare i conti per pagare l’Accademia. Mio padre mi ha sempre aiutato e sostenuto ma io non volevo gravare più di tanto sulla famiglia, perciò scendemmo a patti: lui mi dava i soldi per pagare l’affitto di casa, io lavoravo per provvedere a mantenermi agli studi e affrontare il quotidiano. Credo di aver guadagnato di più nei tre anni in cui ho fatto il barista che dopo, quando effettivamente ho iniziato a lavorare a tempo pieno nel mondo della moda. Perché all’inizio sei comunque quello che deve cominciare raccogliendo gli spilli da terra, la retribuzione è davvero minima ammesso che ci sia».
Abitavi da solo?
«No, sempre con altre persone. I primi anni ho condiviso addirittura la stanza ma, appena iniziato a lavorare, ho capito che avevo bisogno di spazi miei, se non poteva essere una casa dovevo almeno avere una camera tutta per me e così è stato».
Hai detto che il passaggio dalla provincia alla capitale, un percorso che hai poi sperimentato a ritroso, è stato intenso. Come, con quali emozioni?
«Quando sono andato via, subito dopo gli esami di maturità, in treno piangevo. Mi vergognavo molto perché odio che gli altri, persino i miei genitori, mi vedano piangere. Ma provavo commozione mista a paura perché conoscendomi sapevo che, se avevo deciso di partire, non volevo più tornare. Tant’è che finiti gli studi in Accademia ho continuato a lavorare come barista finché non ho avuto una sicurezza nella mia professione da stilista. Non sapevo nemmeno se sarebbe davvero mai arrivata. Ma per fortuna durante il final work dell’Accademia, la sfilata finale nella quale si presentano i capi realizzati con le proprie mani durante l’ultimo anno di studi, ci fu una premiazione. Io vinsi la competizione con tre abiti, due coordinati e un vestito da sposa. Il tema era “Etnie e Stravaganze”, io scelsi credo il più originale, rifacendomi al periodo bohémien in Francia mentre tutti gli altri optarono per ispirazioni africane, tribali oppure orientali. Chiesi il permesso, ovviamente e feci uno studio, una tesi sulla scomparsa del corsetto fino a Coco Chanel e i giorni nostri».
Me li descrivi quegli abiti?
«Li amo ancora oggi. Linee molto zingaresche, un mix di materiali poverissimi come lana o altri tessuti grezzi con colli ricamati, adornati di cammei e swarovsky, camicie ottocentesche, gonnellone molto ricche. L’abito da sposa aveva uno stile gipsy chic, in chiffon bianco e leggerissimo, come fosse una camicia di seta con collo alto ricamato e la gonna che poteva ricordare quella di una danzatrice del ventre. E una corona in rame a raggiera che feci realizzare e intarsiare da un artigiano di Sant’Anastasia, di grande valore».
Il rame è una tradizione anastasiana, vista l’esperienza non hai pensato di proporre per il nuovo Atelier Gifuni una linea di accessori? Non so, pettini, fermagli per capelli, dettagli su un abito…sareste i soli ad averli. Un’antica arte del territorio legata alla moda.
«Quello della corona fu un risultato bellissimo e, aggiungo, costosissimo. Vedremo, intanto alla cultura delle origini sono sicuramente tornato. Nella collezione “capsule”, che abbiamo presentato di recente all’Open Day dell’Atelier Gifuni, ci sono dettagli realizzati all’uncinetto, ed è una sartoria che ha radici anastasiane perché le mani che la realizzano, quelle delle nostre bravissime sarte, sono anastasiane».
I ricami?
«Tecnicamente sono inventati da me, anche per la mini collezione che abbiamo presentato».
Sei stato responsabile dell’ufficio ricami alla Maison Sarli…
«Li disegnavo, li progettavo, realizzavo campioni che poi venivano riprodotti in maniera puntigliosa. Per abiti d’alta moda interamente ricamati occorrevano anche giorni per il progetto su cartamodello e una precisione assoluta, scrivevo il numero di perline, il tipo di filo da utilizzare, il colore, poi tutto veniva realizzato nel più piccolo dettaglio alla precisione».
Ecco, come sei arrivato da Sarli dopo l’Accademia?
«Intanto continuavo a lavorare al bar, in caso contrario sarei stato costretto a rientrare a Napoli. Il premio per il final work di cui ti ho parlato era uno stage al cinema. Il film era “Dopo quella notte” di Galletta, vi presero parte artisti noti come Maria Grazia Cucinotta, Serena Grandi, Enrico Lo Verso, fu una bella esperienza e io la accettai avendo deciso di prendere tutto ciò che la vita voleva offrirmi. Ero cosciente che, non arrivando da una famiglia già radicata nel mondo della moda, avrei dovuto conquistarmi ogni singola tappa del mio mestiere da solo. Nel frattempo però, mentre facevo questa esperienza da assistente costumista, avevo mandato il mio curriculum a molte delle case di moda romane, tramite l’Accademia. Fui chiamato da Sarli e andai al colloquio. Il fatto è che io sono sempre stato molto rispettoso della parola data perciò, pur cosciente che il primo incontro era andato benissimo, precisai che non avrei potuto iniziare lo stage che mi stavano offrendo prima di un mese, ossia prima di aver finito il mio impegno nel film. Sapevo che il cinema non era il mio futuro ma per me una parola data è importante, perciò rischiai. Finito il film tornai alla Maison Sarli e seppi che avevano preso un’altra persona. Ma tornai e tornai ancora, bussai altre quattro volte a quella porta con il mio book tra le mani. Alla fine mi dissero di sì, forse riuscii a conquistarli con la semplicità e l’umiltà. Entrai da Sarli per uno stage di tre mesi e alla fine mi assunsero, ho lavorato lì per quattro anni circa».
La Maison Sarli è una delle più ambite dai giovani stilisti, perché sei andato via?
«Dopo la morte di Fausto Sarli sono rimasto lì per un altro anno e mezzo circa. Ma per me non era più la stessa cosa, era come se non mi sentissi più pronto a restare, come se scomparso lui fosse mancato l’obiettivo. In molti mi hanno giudicato, definito un “folle”, ma io ho sempre fatto le cose per una ragione e di recente un ex collega, il responsabile degli acquisti da Sarli, mi ha scritto dicendo che oggi capiva la mia scelta di allora, che quella stessa follia mi consente di rischiare, di buttarmi. Ecco forse era destino essere dove sono ora, all’Atelier Gifuni. Ma devo moltissimo a quella Maison, all’interno di un’azienda di moda c’è una piramide e si comincia sempre dall’ultimo gradino, devo dire che in quattro anni sono cresciuto molto e che mi hanno lasciato crescere. Sono arrivato ad affiancare chi disegnava le collezioni, ho avuto grosse responsabilità e ne ho fatto gran tesoro. Amavo stare in mezzo alle sarte dalle quali ho imparato effettivamente a cucire con le mie mani, tante di loro le sento ancora e mi hanno lasciato un “in bocca al lupo” per la nuova avventura dell’Atelier Gifuni. Il mio è un mestiere che decidi di fare perché lo ami e per me è così, porterò sempre con me quell’esperienza bellissima e di livello altissimo, anche se ho deciso per mia volontà di tornare a Napoli nel 2013. La decisione è stata istantanea, un giorno ho chiamato i miei informandoli che avevo consegnato le dimissioni, poi sono tornato a casa scombussolando un po’ la vita anche a loro».
Sei stato fermo per un po’, prima di questa nuova avventura, di questo Atelier che ha un indirizzo e un luogo preciso: via D’Auria 77, Sant’Anastasia, Napoli.
«Quasi un anno. Ho mandato il curriculum a molte case di moda, convinto che seppure con la mia non lunghissima ma intensa carriera, fossi facilitato ad avere delle opportunità di colloquio. Infatti è stato così, anche per brand molto noti. Dall’ufficio stile di alta moda di Dolce & Gabbana fino allo stile uomo prete à porter di Giorgio Armani. Ma è stata già una grandissima soddisfazione ottenere il colloquio tramite il mio portfolio, non chiamano certo i primi arrivati. Però solo uno ce la fa e in quel momento non è toccato a me».
Sembra tu sia tutto lavoro, cos’altro hai fatto a Roma?
«Non ho certo solo lavorato, ma quasi. Nel momento in cui ho scelto questo mestiere gli ho dedicato tutto me stesso. Mi sono rilassato soltanto nel momento in cui, effettivamente assunto da Sarli, potevo togliermi piccoli sfizi. Prima di allora, quando non ero in Accademia, lavoravo tutto il giorno, anche di sabato e domenica, al bar e come cameriere per le cerimonie o magari davo lezioni di inglese. Ho fatto di tutto per pagarmi gli studi e per mantenermi, e ne sono fiero».
Che abiti hai disegnato per Sarli?
«Nella penultima collezione parecchi dei capi erano stati disegnati da me. Un abito che ritengo bellissimo, in gazare marrone e azzurro tra l’etnico e il principesco, è stato indossato per mia scelta da Veronica, una delle poche modelle italiane che sfilavano per Sarli. Lei è diventata una mia grande amica e sostenitrice, lo è ancora oggi».
Il tuo abito che ritieni più bello?
«Non saprei dirti, non so scegliere. Sono tutte mie creature. Ciascun vestito si colloca in un periodo particolare ed è destinato ad una donna dalle esigenze diverse. Non so».
La tua mission più complicata nel vestire una donna?
«Le donne che ho apprezzato di più sono state quelle che conoscendo già il mio lavoro mi hanno detto: “Non so cosa voglio, fai tu”. Però forse le missioni più difficili sono quelle più ricche di soddisfazioni. Credo sia stato complicatissimo ideare un abito per una delle mie zie. Le ho realizzato un vestito semplicissimo, bianco e nero, a trapezio con una piccola stampa, destinato ad una cerimonia. Ho capito che forse avevo superato uno scoglio quando il marito è venuto da me e mi ha detto che lei era solita girare per mesi tra negozi e boutique, magari senza comprar nulla e finendo per indossare ciò che già aveva nell’armadio e con cui si sentiva bene. Invece stavolta, dopo un solo schizzo e una prova, sembrava la donna più felice del mondo e mi definiva “genio”. Non lo sono di certo, ma c’era feeling, ci eravamo compresi. È stato molto bello e credo che i migliori complimenti io li abbia sempre ricevuti dai mariti o dai fidanzati delle donne che ho vestito».
Hai lavorato da freelance anche per la Maison Gattinoni e Rinaldi.
«Brevi esperienze, dopo Sarli e con un bagaglio professionale diverso ho potuto anche scegliere. Anche dire di no».
Modelli disegnati da te sono comparsi su molte riviste.
«È vero, più riviste di fotografia che di moda. Con amici fotografi ho sempre realizzato lavori bellissimi».
Hai partecipato a un po’ di concorsi, vinto premi. La tua minicollezione Divas è stata nel calendario dell’Alta Moda Romana, sei stato premiato come miglior stilista alla manifestazione «Il Cilento va di moda», semifinalista all’evento «Infiorata in un abito» a Genzano, secondo classificato al concorso di moda «Sulla rotta di Ulisse» a Ponza, hai partecipato al Gran Galà della Moda di Ostia con abiti ispirati alla corrente artistica del futurismo. Ecco, come era un abito «futurista»?
«Realizzai una gonna a tubino con varie balze di tulle dai colori estremamente diversi uno dall’altro, con una camicia in seta nera».
Per te è stato difficile rientrare a Napoli?
«Né facile, né difficile. Un giorno l’ho fatto e basta. Sono molto passionale nel mio lavoro, i sacrifici più grandi li ho fatti per questo. Sono tornato dalla mia famiglia, una famiglia così semplice che mi piace definirla “normale”, nel senso più bello della parola. Grazie a loro, a questa normalità, ho sempre potuto focalizzare tutte le mie energie su un’unica cosa, il lavoro appunto».
Ti hanno molto sostenuto, anche?
«Sì, a loro modo. I miei genitori hanno cresciuto me e mia sorella dandoci un’educazione molto rigida, con obiettivi da raggiungere. Se tornavo a casa da scuola contento perché avevo preso un otto, mamma diceva che avevo fatto metà del mio dovere e che la prossima volta doveva essere un nove. Nessuno mi ha mai dato la classica pacca sulla spalla e ciò che apprezzo è che nei momenti di difficoltà ci siano sempre stati».
Un’educazione così ti avrà aiutato a sviluppare una giusta ambizione…
«Certo, dico sempre che papà poteva sembrare un militare per l’educazione che ci ha dato. Forse questo mi ha un po’ irrigidito, forse metto più passione nel lavoro che nel resto: è per il lavoro che ho versato lacrime di gioia, per le soddisfazioni che mi sono preso. La prima volta che un mio abito ha sfilato in Accademia, il primo abito cucito, malissimo, con le mie mani. Quando – Sarli era già scomparso – ha sfilato una collezione che lui aveva promosso e disegnato con tutto il team ma che purtroppo non aveva visto realizzata: bellissima, ispirata al Mediterraneo, con gli abiti che in movimento sembravano alghe o meduse. Non dimenticherò mai quei momenti».
Dunque, dopo anni di indipendenza, il rientro in famiglia. Com’è?
«Tosta, se mi passi il termine. Però ho anche la maturità di capire che non dovrei essere a casa con mamma e papà. Loro sono sicuramente contenti del mio ritorno ma, nell’età della pensione, vivono forse di nuovo il fidanzamento di quando erano ventenni. Inoltre un genitore è sempre un genitore fin quando è in vita, perciò capita che non dormano finché io non rientro a casa».
Da domenica 29 novembre l’Atelier Gifuni è aperto, l’Open Day ha riscosso successo, la capsule collection che hai presentato ha ricevuto molti complimenti. Mi dici però come è nata questa che abbiamo chiamato fin qui «nuova avventura»?
«L’Atelier nasce da una chiacchierata con Luisa Esposito e Alba Gifuni, madre e figlia. Conoscevo già Alba dai tempi del liceo e ad accomunarci subito è stato il nostro cognome. Ci chiedono tutti se siamo parenti, in realtà no ma l’incipit, la prima cosa di cui abbiamo parlato, è stato proprio questo. Il cognome che ci unisce, la volontà di renderlo un brand nel settore della moda. L’intesa è poi nata ovviamente e soprattutto sul progetto, la visione comune della moda come una filosofia che va al di là dello stile, la volontà di poter accontentare le donne. Ci siamo ritrovati a scegliere insieme la frase di Coco Chanel usata come promozione per l’Open Day, “Non è moda se non scende in strada”. Un concetto che appare così semplice eppure non lo è, alla fine, condiviso da tutti e tre. Spesso un atelier può “spaventare”, un abito sartoriale può apparire un sogno, un lusso, quasi una stravaganza. Invece no: per noi la moda è fatta dagli abiti che indossiamo, spetta alla cliente, alla donna che si rivolge a noi decidere se osare o no, se spendere di più o di meno».
Coco Chanel l’ha “liberata” la donna.
«Esatto, non ritengo il mio stile vicino al suo o a lei ispirato. Ma il concetto di base è assolutamente lo stesso».
Cosa offre l’Atelier Gifuni?
«Un servizio, prima di ogni altra cosa. Non è di certo una boutique dove trovare abiti confezionati, in quel caso non avrebbe senso il lavoro di uno stilista. Non ci sarà uno stile imposto ma discuteremo, insieme alle donne che si rivolgeranno a noi, di ciò che vogliono, di quel di cui hanno bisogno. In pratica quel che ho sempre fatto dietro le quinte, la differenza è che ora non sono più da solo ma potrò finalmente dividere i compiti con altre persone e ci aiuteremo a fare di più e meglio. Abbiamo un team, siamo un team».
Cosa chiedi ad una donna che si rivolge a te?
«Innanzitutto osservo come è vestita, si possono capire tante cose anche da un maglioncino o dalla maniera di muoversi. Sono però dell’opinione che una donna vada accontentata, fermo restando che uno stilista può spesso vedere più lontano della cliente stessa. La mia prima proposta è magari quella più inattesa, quella che può far sbarrare gli occhi a chi mi è di fronte. A volte riesco a convincere, altre no, ma finora chi si è lasciata consigliare è sempre stata contenta. Le donne che ho vestito le ho sempre trovate tutte belle. Perché la mia missione in fondo è questa: non voglio che si dica “che bell’abito” bensì “come sei bella con quest’abito indosso”. Deve essere suo, della donna che lo indossa, un tutt’uno. Va adeguato alla fisicità, all’occasione per la quale deve essere indossato, al ruolo che si ha in quel particolare evento, tutto deve essere contestualizzato».
Tu hai un notevole bagaglio di esperienze anche importanti alle spalle che porti nel nuovo Atelier, ma le donne di Sant’Anastasia non ti conoscono ancora. Come pensi di conquistarle?
«Se fossi, che so, Roberto Cavalli, le persone saprebbero già cosa aspettarsi. Perciò dovrò presentarmi, parlare attraverso i miei abiti, con il mio lavoro. Non per egocentrismo ma far comprendere chi sono e cosa faccio. Mi auguro che tra qualche anno le donne che si rivolgeranno all’atelier saranno già sicure, prima di entrare, che potranno uscirne soddisfatte. E molto belle».
La capsule collection del debutto. Me ne parli?
«Una mini collezione, in pratica. Non abbiamo ancora voluto presentare il lato cerimoniale ma una parte più casual che va dai cappotti ai capispalla, dai tailleur ai coordinati, camicie, gonne, pantaloni. Sicuramente ciascuno con un tocco particolare perché è vero che la mia caratteristica è la “pulizia” ma è vero altrettanto – e ne sono convinto – che una donna che entra in un atelier quando oggi il pronto moda è alla portata di tutte, cerchi qualcosa di esclusivo. Amo i ricami intesi come dettagli, delle piccole cose che sicuramente tutti i capi della collezione hanno. Altri ancora sono estremamente sobri, ho giocato con il jersey per esempio, dunque con un materiale più quotidiano, facile da utilizzare, da lavare, anche per far capire al primo impatto che in un atelier come il nostro non si entra soltanto per un abito da cerimonia. Possiamo vestire una donna anche per una cena importante, come per andare al lavoro, cosa fondamentale per chi ama la sartoria, la qualità».
In un momento di crisi come quello attuale, non credi che una donna, pur amante della sartoria e della qualità, scelga il pronto moda perché immagina che l’alternativa costi troppo?
«Lo sappiamo bene, ed è per questo che abbiamo scelto il motto “Non è moda se non scende in strada”. I nostri capi saranno sicuramente esclusivi, perché disegnati su misura per la donna che arriva da noi, ma la nostra missione sarà anche rispettare il budget di ciascuna. Ci saranno di certo prezzi di partenza per un determinato capo, ma deve essere chiaro che possiamo realizzarne anche di importantissimi ed esclusivi. Ci sono atelier dove, ancor prima di tenderti la mano e salutarti, ti dicono che realizzano soltanto capi dalla 38 alla 46 e che la base di partenza dal punto di vista economico ammonta a qualche migliaio di euro. Sia chiaro che non è assolutamente questa la “politica” dell’Atelier Gifuni».
Perciò la taglia non conta?
«No, assolutamente no. Chi entra in un atelier ha innanzitutto delle esigenze che per la propria fisicità non riesce magari a soddisfare con abiti già in taglia. La nostra più importante missione è vestire quelle donne. Scegliere la formula dell’Open Day e non della sfilata non è stato un caso: abbiamo voluto che gli abiti fossero visti, toccati, e non ammirati indosso alle modelle. Tant’è che sono stati realizzati in taglie dalla 42 alla 44 anche se noi lavoriamo su misura. Chi indossa una taglia più comoda sa che un cappotto, per esempio, dovrà essere rifatto su di lei con le giuste modifiche affinché il modello sia unico, esattamente come il campione che ha visto. Tra gli abiti che abbiamo presentato ce ne sono alcuni che, modificati, potrebbero essere perfetti indosso a una ventenne come ad una sessantenne».
Tu rappresenti evidentemente la parte creativa. Luisa ed Alba di cosa si occuperanno?
«In realtà collaboreremo in tutto. Luisa curerà anche una linea di accessori che vanno dai guanti alle borse, alle sciarpe. Alba, oltre ad essere il collante fondamentale tra noi, si occuperà dell’aspetto manageriale. Del resto questo progetto è pensato per lei, per Alba. È l’unione di due generazioni, di esperienze che si completano e si mescolano anche con quella delle nostre sarte eccezionali e qualificate. I presupposti sono ottimi, come gli auspici».
La donna più «difficile» che hai vestito?
«Parecchie ma, tra tante, mi piace citare mia sorella. Lei dapprima non si fidava e, come accade forse per un medico che si ritrova sotto i ferri una persona cui vuol bene e si lascia prendere dall’emotività, io ero particolarmente emozionato. È accaduto solo la prima volta però, dopodiché le ho mandato vari abiti a Milano, pensati su di lei e per le sue misure, per varie occasioni. Il primo era un abito per la sua laurea, coincisa con il mio diploma in Accademia: corto, a palloncino, verde petrolio. Poi un abito bianco e nero, da sera. Un tubino molto bello e semplice con un top rosa antico drappeggiato. Dopo il primo abito si è fidata ciecamente, a scatola chiusa. Lei è una giovane donna in carriera, le piace essere perfetta per ogni occasione, ma non ha il tempo, dunque provvedo io».
Ti piacciono le donne perfette?
«Non ne esistono».
Intendevo con un outfit perfetto.
«Miro alla perfezione, a linee pulite ma poi aggiungo sempre un dettaglio che sporchi perché non sia eccessivamente “perfetto”. Un esempio: all’Open Day c’era un cappotto oversize che trovo molto bello, un piede de poule bianco e nero: per me può indossarlo una diciottenne come una sessantenne ma, se non ci fosse stato il ricamo a fiori in lana sulle maniche, sarebbe stato perfetto anche per un uomo. Io lo indosserei, un uomo trendy lo farebbe. Quel ricamo, anche se realizzato in lana, lo impreziosisce e, allo stesso tempo, lo sporca. Fiori su un piede de poule in lana sono un contrasto. Un contrasto che fa parte di me e che porterò sempre anche negli abiti. Lo stesso concetto vale per la tuta pigiama in jersey che indossava Alba quel giorno: un esperimento, in blu e grigio con una lavorazione estremamente couture eppure così sportiva, impreziosita da una scarpa importante e un gioiello. Quel pezzo, così pulito ma estremamente insolito, su un manichino non sarebbe mai stato capito, invece l’abbiamo “fatto scendere in strada” indosso ad Alba e la gente ha visto una donna reale, non di plastica. C’erano abiti semplici, qualcuno molto classicheggiante perché volevamo far capire che anche quel gusto è ben accetto in atelier. L’abito di Luisa, nero e semplicissimo, impreziosito da dettagli all’uncinetto, era perfetto ma prima o poi stravolgerò il suo stile che pure amo, rendendola ancora più bella, diversa: Luisa è una matrioska, come me. Usa strati su strati. Devo dire che mi ha reso felice il sentirmi dire da lei che indosserebbe qualsiasi capo disegnato da me».
La donna più bella che hai visto?
«Georgina Wilson, una modella molto nota che ho conosciuto da Sarli. Una bellezza inusuale, qualcuno dice che i tratti del suo viso non sono belli, io la trovo splendida. Ha un viso di porcellana anche senza trucco, è gentile, educata ed ha un’eleganza innata. Una taglia 44 abbondante che sfila per i più importanti brand di alta moda. Ha indossato abiti disegnati da me e ho avuto modo di conoscerla, questa donna armoniosa e bellissima dentro e fuori, la punta di diamante di Jean Paul Gaultier che ancora oggi sfila fiera in mezzo a taglie 38/40».
Lo stilista del passato che apprezzi di più?
«Yves Saint Laurent, ha reso femminile la donna vestendola anche solo con una giacca e un pantalone. Un suo capo degli anni ’70 potrebbe essere indossato oggi e apparire attualissimo».
E quello di oggi?
«A dire il vero io non mi lascio condizionare, ma tento di aggiornarmi sempre sulle tendenze per capire dove vanno i grandi. Ve ne sono un paio che per motivi diversi, il coraggio in primis, apprezzo molto. Se dovessi invece darti una risposta più “umana”, da cliente e non da stilista, direi che amo molto Stella McCartney, se fossi donna indosserei i suoi abiti. Volendo un abito per me, andrei da Prada o da Tom Ford».
Una donna famosa che ti piacerebbe vestire?
«Per adesso miro a vestire la mia vicina di casa, sarebbe la mia conquista più grande. Però le donne che mi intrigano da questo punto di vista sono due: Laura Pausini, dalla fisicità molto femminile e che da un po’ di tempo sta osando tanto e facendo tendenza tra i suoi fan; e Adele perché la stimo come artista. Oggi la vestono grandi stilisti ma quando ha iniziato qualcuno l’ha anche offesa per la sua taglia “forte”, ora avrà sicuramente trovato una persona che fa il mio lavoro e che ha saputo consigliarla bene dicendole magari che non deve dimagrire. Sono certo che le abbia detto di andare a testa alta, di aprire le spalle, di credere in sé stessa. È un’artista ed è bellissima anche con qualche chilo in più, si vede che ci crede, che gli abiti che indossa fanno ormai parte di lei e non ha paura di osare con un vestito più aderente che riesce a valorizzarla».
Com’è che vestiresti queste due star della canzone?
«Dovrei parlare con loro, averle davanti. Non le conosco, ho sempre bisogno di un caffè prima, come te».
Per donne oversize hai disegnato?
«La soluzione c’è per ogni cosa, l’importante è crederci. Consiglierei a qualcuno di dimagrire soltanto se fosse una questione di salute. Sì, è capitato di recente con una signora in carne che mi ha colpito più che altro per l’età: una bellissima settantenne. È venuta a bussare alla mia porta e mi ha detto: “Vorrei tanto un tuo vestito”. Sono stato contentissimo che le piacessero le mie creazioni e la difficoltà era rispettare la sua età, non certo il chilo in più. Ho realizzato per lei un abito in cadì color vino, semplicissimo, con tubolari dello stesso tessuto, le cadeva a pennello come lei aveva chiesto».
Qual è il tipo fisico di donna più difficile da vestire?
«Quella con meno forme, al contrario di quel che si può immaginare. Non certo una in carne o con il seno grande».
Cioè quella meno «femminile»?
«La femminilità può averla prepotente anche una donna filiforme, è data dal modo di muoversi, dalla maniera di parlare, è insita, innata. Io posso aiutare con l’abito a evidenziarla. Diciamo pure che oggi la donna che più palesemente si lamenta della sua fisicità è quella con una forma in più, bisognerebbe riportarla a quando era bambina e invidiava le tette della mamma. Secondo te è più facile plasmare una bella palla di Das, dandole la forma che vuoi e valorizzandola, o una stecchetta di legno rigida?».
Se lo chiedi a me…
«Ecco, appunto».
I tuoi colori preferiti?
«Amo molto il bianco. E il nero, che è poi quello che alle clienti propongo meno. I colori sono tutti belli, bisogna saperli utilizzare».
I tessuti?
«Ne ho di preferiti, ma sono riuscito a trovare tessuti per ogni tipo di peso per ottenere l’effetto che cerco nei miei abiti. Se desidero un’estrema leggerezza scelgo chiffon e georgette. Amo il cadì e il mikado se voglio un peso medio e, in estate, utilizzo molto il lino e le fibre naturali che si impregnano di colore con effetti ricercati».
Qual è l’accessorio al quale una donna non può rinunciare?
«Le scarpe, di sicuro. Completano l’abito che io penso sempre senza gioielli. È una cosa che ho imparato da Sarli, lui accontentava le donne con il solo vestito, incorporando una collana all’abito, che fosse un ricamo intorno al collo o un dettaglio. Da un atelier la donna deve uscire completa, felice, senza aver bisogno – se non vuole indossarli – di collane, bracciali, orecchini. Ovviamente è una scelta che lascio alla cliente ma il mio fine è abbinare unicamente la borsa e un paio di scarpe».
In Atelier da voi si trovano anche scarpe abbinate agli abiti?
«Abbiamo la possibilità di realizzarle».
Ti capita, guardando la tv o aprendo una rivista, di vedere donne vestite così male da farti arrabbiare e desiderare di rivestirle da capo a piedi?
«In verità no. Strano ma vero, forse a differenza di tanti miei colleghi che vivono la moda in maniera ossessiva non ho mai giudicato gli altri. Se ho davanti una donna che vuole essere consigliata e servita da me, apro la mente con umiltà. Non mi consento mai di giudicare un’altra persona, nemmeno se la vedo soltanto in tv».
C’è un politico italiano donna che ti piacerebbe vestire?
«Ben venga se dovesse rivolgersi a me, ma non sogno di vestire un politico».
Una conduttrice tv?
«Se non mi viene in mente subito vuol dire che non ci ho mai pensato».
Era per fartici pensare.
«Ho vestito con gioia una giornalista e autrice tv che conduceva uno spazio all’interno del programma “Mistero” in prima serata su Italia 1, Rachele Restivo. Lei ha amato molto i miei abiti e ha sempre indossato con gioia le mie creazioni. Per me è sempre un onore quando una donna, chiunque sia, indossa un mio abito».
Ami leggere?
«Non sono un lettore di romanzi, tendo più alla lettura didascalica che abbia a che fare con il mio lavoro, dalle biografie di stilisti o personaggi legati alla moda o, spesso, di leggera filosofia. Ma c’è un romanzo che ho letto due volte, l’unico con il quale sia accaduto: “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde».
Lettura preferita di chi ama lo stile dandy.
«Prima credevo di esserlo, invece non è così. Sono una persona che guarda molto al futuro».
Mai pensato a una linea uomo?
«Certo, una linea prete à porter uomo è nei miei sogni».
Tu cosa hai indossato all’Open Day dell’Atelier?
«Pantalone nero, cardigan nero, maglietta nera, una sciarpa. Semplice come al solito, con tutti i miei portafortuna».
Cioè?
«Qualcuno ce l’ho tatuato addosso».
Racconta, quanti tatuaggi hai?
«Sul fianco destro ho un tatuaggio con la frase di Coco Chanel che abbiamo usato per la promozione dell’atelier: “Non è moda se non scende in strada”. Il mio primo tatuaggio era un ideogramma cinese, simbolo della pace, fatto nella follia adolescenziale, senza senso e significato. L’ho fatto coprire con un altro, lasciandolo però sempre intravedere perché un tatuaggio sbagliato è come un errore che si può fare nella vita, non si cancella. Ora è sotto quello che raffigura tre rose con delle foglie in pizzo e che rappresentano le tre rose della mia famiglia: papà, mamma, mia sorella. Credo che lo sapranno da questa intervista perché il significato non l’ho mai detto nemmeno a loro. Ho tratto ispirazione da «Il Piccolo Principe» di Antoine Saint Exupery, ecco quello è un altro libro che amo, pensato per i bambini ma a mio parere comprensibile solo da adulti. È la Bibbia dei rapporti umani».
«Il tempo che hai perso per la tua rosa è ciò che fa la tua rosa tanto importante» – disse la Volpe.
«E soprattutto: “Diventi responsabile per sempre di ciò che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…».
Altri tatuaggi?
«La mia teoria in merito è un po’ sui generis, non amo mostrarli, li ho quasi tutti nascosti. Il più importante è sulla coscia, un cuore sacro di Gesù, molto imponente, gotico, forte. Ha una simbologia religiosa ma l’ho voluto macabro. L’ho fatto quando mi sono licenziato da Sarli, in un momento molto difficile, per ricordarmi sempre una cosa: che non voglio dimenticare la forza che mi ha sempre motivato per raggiungere i miei obiettivi. Poi ho una piccola scritta all’interno del gomito: “Glam”. In realtà volevo un piccolo tatuaggio in quel posto e ho lasciato la cosa in standby finché non ho saputo cosa far scrivere: ed è accaduto quando una importante e notissima agenzia di moda ha chiesto i miei abiti per alcuni calendari. Li avevano notati su Facebook e, pur non essendo io famoso, mi avevano scelto. Il tatuaggio è in ricordo di quella piccola soddisfazione».
Quello della frase di Chanel non mi hai però raccontato come è nato…
«È andata così: una mia amica mi chiese cosa fosse per me la moda. La domanda più banale che si potesse farmi, eppure mi mise in difficolta, non seppi rispondere. Dopo qualche tempo la risposta l’ho trovata sfogliando Vogue, l’unica rivista di moda che consulto: nelle prime pagine c’erano pubblicità dei brand più importanti ed era un periodo in cui la Maison Chanel aveva una campagna curata da Karl Lagerfield, stilista che ammiro molto oltre che creativo, artista, fotografo, regista. Era circa tre anni fa, ogni mese usciva questa campagna che prendeva due pagine con una macchinetta per fototessere dove all’interno c’era una famosa modella, Freyja, rappresentata ogni volta in maniera diversa. Un mese era completamente nuda e sul volto aveva, scritta con una matita per il trucco, questa frase di Chanel, “Non è moda se non scende in strada”, in francese. Andai a cercare la traduzione letterale e in quel momento capii cosa fosse la moda per me. Adesso potrei rispondere, è questo. In realtà abbiamo risposto in tre: è ciò che mi ha unito a Luisa ed Alba».
Il cinema ti piace?
«Molto, d’autore, anche italiano. Ma il mio film preferito è un po’ più pop: «Dirty Dancing». Sarà che da piccolo ho ballato, dai sette anni fino ai diciotto, tango argentino. Poi ho appeso le scarpe al chiodo quando sono partito per Roma. Quando avrò tempo mi piacerebbe ricominciare. Poi amo molto i film di Ferzan Ozpetek, le scene che ricrea e nelle quali spesso mi ritrovo, penso sia geniale».
La musica?
«Ascolto un po’ di tutto. Quando ricamo amo la musica rilassante di Mina, altre volte ho bisogno del soft – rock elettronico. Sono i miei contrasti».
Ipotizza un attimo di non essere diventato uno stilista, quale altra strada professionale credi avresti preso?
«Avrei tentato di diventare un medico, un chirurgo. Di quelli che vanno in missione nei paesi lontani, per aiutare gli altri. Evidentemente era una cosa troppo grande per me, non ne ho avuto il coraggio».
Hai viaggiato tanto?
«Quasi sempre per lavoro. Sono stato a Parigi per sole sei ore, guardando la Tour Eiffel dall’auto. Ho visto Praga in un viaggio con la scuola ma conosco abbastanza le città italiane. Mi sento a casa mia quando sono a Sperlonga, dai miei amici. Un posto che porto nel cuore».
Dov’è che invece ti piacerebbe andare?
«Vorrei fare un viaggio spirituale in Oriente, sono affascinato da quelle culture, dal modo in cui quei popoli conciliano la religione con la vita di ogni giorno».
Sei cattolico, praticante? A giudicare dal tuo tatuaggio più importante sì…
«Molto cattolico, poco praticante. Vado spesso in chiesa quando non c’è nessun altro. Forse non ho ancora trovato il giusto pastore».
Cosa fai quando sei da solo?
«Spesso sento l’esigenza di stare con me stesso, spegnere il telefono, riflettere, non essere contaminato dalle idee altrui. Sono felice, vivo la solitudine non certo in maniera cupa ma in pace».
L’opera d’arte che ami di più?
«Il Cristo Velato nella cappella di Sansevero, davanti a quella scultura mi sono emozionato, sono rimasto affascinato dalla maniera in cui un velo, seppur di marmo, potesse apparire trasparente. Una commozione che non ho provato neppure dinanzi alla pur bellissima Pietà di Michelangelo».
Se potessi avere un quadro famoso da custodire in casa, quale sceglieresti?
«Vorrei che il soffitto della mia cantina, senza che alcuno lo sapesse mai, si tramutasse per incanto nel Giudizio Universale di Michelangelo. È un artista che amo, mirava alla realtà divina che ha reso tangibile, umana».
Sei innamorato?
«No».
Cos’è l’amore per te?
«Essere felice insieme ad un’altra persona. La sofferenza non è amore, credo che tutti coloro che soffrono non siano davvero innamorati. L’amore è maturità, condivisione».
L’amicizia?
«È qualcosa di cui non parlo mai, sono molto geloso dei miei amici. Porto nel cuore persone con le quali sono cresciuto ma nel periodo romano ho scoperto amicizie importantissime, condividendo gioie e sofferenze. Sono presenti, sempre, nella mia vita. Ci sentiamo, ci incontriamo spesso».
Il tuo rapporto con il denaro?
«Non sono spendaccione, conosco il valore dei soldi. L’ho imparato quando lavoravo per pagarmi gli studi. Un valore che mi hanno trasmesso i miei genitori, questo non vuol dire che non sappia quando posso togliermi uno sfizio o fare un regalo. Amo farne di piccoli e originali».
Il regalo più bello che hai fatto?
«La sorpresa fatta a mia cugina che festeggiava i diciotto anni. Ero a Roma, ho preso il treno per tornare quando lei non immaginava che potessi farcela. Le ho fatto proiettare alla festa un video con nostre immagini preparato da me».
Quello che hai ricevuto?
«Non ne ho ricevuti molti, ma apprezzo anche una sciocchezza donata con il cuore. I portafortuna di mia madre per esempio. Un rosario, per dirne uno».
Sei scaramantico?
«Sì e no. Mi piace giocarci, con la scaramanzia».
Cosa hai fatto prima dell’Open Day?
«Ho pregato».
Lo fai spesso?
«Sempre, sono devotissimo alla Madonna quindi ho sempre una preghiera per lei. Poi il Padre Nostro ed una per i defunti».
Che faresti con tanti soldi?
«Investirei nel lavoro, per me è importantissimo. Inoltre, anche se sembrerà banale, farei beneficenza. Oggi il massimo che riesco a donare sono i miei vestiti smessi e l’ho sempre fatto direttamente, un gesto piccolo e importante, ma non abbastanza».
Il tuo sogno, l’obiettivo più importante che vuoi realizzare nella vita?
«Continuare il lavoro che faccio, farlo diventare una garanzia. Non mi importa diventare famoso, quel che conta è essere apprezzato ogni giorno per ripagare passione e sacrifici».
Sei felice quando una donna è felice con un tuo abito indosso?
«Sono soddisfatto, la parola “felice” è troppo importante. La felicità è fatta di momenti: lo sono stato quando è nato un bambino figlio di due grandi amici, quando domenica scorsa abbiamo terminato con successo l’evento dell’Open Day, quando ho visto miei abiti sfilare su passerelle importanti, quando finalmente riesco a vedere i miei amici lontani».
Vorresti dei figli?
«Certo».
Cosa insegneresti loro?
«Domanda complicata, ma spero di poter trasmettere i giusti valori, quelli che i miei genitori hanno dato a me e quel che io stesso ho imparato nella vita. Una cosa importantissima: gli insegnerei a non giudicare mai gli altri, a non diventare egoisti pur pensando alla propria vita, a fare sempre del bene».
C’è qualcosa che nel quotidiano ti crea fastidio, ti irrita?
«Mi infastidisce l’incoerenza. La cattiveria non mi ferisce, ho pietà e compassione per i cattivi perché sono persone che feriscono gli altri per la sola frustrazione di non riuscire a raggiungere obiettivi con le proprie mani e le proprie forze».
Hai vissuto molto tempo da solo, deduco che tu sappia cucinare.
«Sì, e mi piace farlo. Dicono che la mia parmigiana di melanzane sia ottima ma è un’eccezione perché amo la cucina leggera. Devo distinguere i sapori e non amo i fritti. Un po’ come nella vita: la semplicità è il vero gusto».
Fai conto di dover descrivere ad un tuo amico non presente all’Open Day di domenica 29 dell’Atelier Gifuni com’è andata, cosa hai provato?
«Non mi piace ostentare, ho imparato a parlare poco e non farmi troppe domande perché il mio lavoro ti catapulta al centro delle critiche, io sono più distaccato. Direi solo che è andata bene e che spero vada tutto bene ancor di più in futuro. Del resto non ho mai fatto scelte nelle quali non credevo».
Cos’è il ciondolo che porti al collo?
«Un regalo di mia sorella, a Natale di due anni fa. Lei è sempre stata una che mi regalava oggetti utili, un phon per esempio. Un anno le ho detto che l’asciugacapelli potevo anche comprarmelo da solo e le ho consigliato, siccome vive a Milano, di entrare da Marc Jacobs e di prendermi un oggetto che mi avrebbe fatto contento. Il risultato è questo, appunto, un ciondolo smaltato in nero con la firma».
Hai animali?
«Un porcellino d’India, Pupino. A dire il vero si chiamava Pupetta ma si è rivelato maschio così gli ho cambiato il nome».
Riesci a descriverti in due parole?
«Due con un “ma” al centro. Arrogante ma buono».
Finiamo con un proverbio che ritieni ti rappresenti, che consideri tuo?
«In realtà è un aforisma latino: Omnia mea mecum porto. Tutto ciò che è mio lo porto con me. Non è escluso che il prossimo tatuaggio sia questo. Noi siamo il nostro passato, le nostre gioie, le sofferenze, le conquiste. Siamo quel che siamo, l’importante è presentarsi con umiltà. Per me è come una presentazione: ecco, sono questo, quel che vedi. Proprio perché porto con me un bagaglio che racchiude esperienze del passato e del presente insieme alle speranze future».














