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Un caffè con…Ciro Corcione

Cantante, musicista, studi al Conservatorio e un disco con etichetta Pmc, due inediti che il maestro Diego Perris gli ha cucito addosso. A 23 anni Corcione vuole una sola cosa: il pubblico, tutto per lui.

 

In provincia di Napoli e nel vesuviano in particolare, non è difficile incrociarlo e ascoltarlo mentre intona le classiche canzoni da piano bar, quelle melodiche, le sue preferite. Un repertorio che spazia da Frank Sinatra a Franco Califano. Ciro Corcione, 23 anni, ha studiato il pianoforte sin da piccolo e iniziato a cantare  – facendone il suo lavoro – subito dopo aver finito la scuola media. Un disco all’attivo, « Nero su Bianco» con cover e due inediti,  “La gomma e la matita” e “Dove sei”, scritti per lui dal maestro Diego Perris per etichetta Pmc Music Recording Studio, due spettacoli – show da solista, ha duettato con Erminio Sinni in «E tu davanti a me» e con una delle voci della Pmc, Silvia Valeria Ciccarelli, in «Delfini» di Domenico Modugno. Giovanissimo ancora, ma le idee sono chiare, almeno su quel che vuole diventare: un cantante famoso. Non gli bastano più le serate da piano bar, i tanti clic sui videoclip nel suo canale Youtube, le ospitate o gli show, sia pure con il palco tutto suo, al Metropolitan di Sant’Anastasia, in provincia di Napoli. E la prossima meta – spera – è Area Sanremo. Il suo segno zodiacale dovrebbe essere quello dei Pesci, almeno così ha creduto fin da quando è nato. Ma nel calcolare ascendente e posizioni dei pianeti ci siamo accorti, consultando le tavole solari, che nel giorno della sua nascita il Sole era già in Ariete. Dunque è questo il suo segno. Fuoco, non Acqua. Una cuspide, certo, con caratteristiche di entrambi i segni, ma l’elemento dominante cambia, e molto, nel suo tema natale. Per gli appassionati di questa parte della nostra rubrica, la sua carta astrale è allegata in coda all’intervista.

Ciro, sapevi fin da piccolo cosa avresti fatto nella vita?
«Più o meno sì, ho cominciato a studiare pianoforte a sei anni, grazie a mio zio Antonio. Lui è un pianista e aveva provato con ciascuno degli altri nipoti prima di me, ma tutti mollavano dopo un po’. Solo io ho seguito questa strada. Iniziai a studiare con lui e dopo pochi mesi i miei genitori acquistarono un pianoforte – che ancora ho a casa – per consentirmi di imparare».

Perciò la musica ti ha sempre accompagnato?
«Sempre, ma ho anche frequentato il liceo classico, in contemporanea con il Conservatorio».

Perché il classico?
«Non avevo molta scelta, a casa mia è quasi tradizione. Le materie letterarie mi piacevano, anche il greco e il latino, però diciamo che l’ho preso un po’ alla buona».

Qualcosa avrai imparato. L’alfabeto greco lo ricordi?
«Alfa, beta, gamma, delta…».

Non serve che arrivi fino ad omega, ci credo. Ad iscriverti all’Università non hai pensato?
«Non esistono facoltà adatte a me, ho sempre voluto fare quel che mi piace. A dire il vero per un periodo ho pensato al Dams, per studiare le arti, lo spettacolo. Ma già lavoravo, facevo serate, forse questo mi ha frenato».

La tua famiglia ti ha sempre appoggiato in questa scelta?
«Sì, hanno imparato a conviverci e ormai questa è la mia vita da tempo. La mia è una bella famiglia, mio padre Vincenzo si occupa di contabilità, mia madre Maria è una bravissima sarta, poi ci sono i miei fratelli, Luigi che lavora e studia Lettere Moderne e Francesco, il più piccolo, che è al primo anno delle medie».

Dici che “hanno imparato a conviverci”. Ma approvano?
«Sì, mi sostengono, i miei genitori vengono spesso a sentirmi cantare. Diciamo che se nasce qualche disaccordo non è per le mie scelte ma per il mio carattere, sono lunatico, nervoso, impaziente e spesso tendo a voler stare da solo. Ho l’esigenza di essere indipendente, mia madre è una “santa” però spesso penso che vorrei spiccare il volo, andarmene. Il fatto è che sono troppo pigro per farlo davvero».

Frequenti ancora il Conservatorio, aspetta almeno il diploma…
«Mi mancano solo quattro esami per il diploma in pianoforte, quello in teoria e solfeggio l’ho preso qualche anno fa».

Quando hai capito che cantare sarebbe diventata la tua strada?
«Che fosse la musica, da subito. A undici anni, suonando un valzer di Chopin, vinsi il concorso pianistico “Luigi Paduano”, una soddisfazione bellissima. Ricordo una pergamena e un premio in denaro, 258 euro, ma non sapevo ancora che avrei cantato, anche se ho trovato foto di me piccolissimo con in mano un microfono».

Lo studio del pianoforte però è una cosa seria, serve disciplina, costanza.
«Tutte qualità che mi appartengono poco, però mia madre – conoscendo il mio carattere – mi obbligava ad almeno un’ora di studio quotidiano. Tutti i giorni, dalle 4 alle 5 del pomeriggio. Devo ringraziarla per questo e per i risultati che sono arrivati ma del resto sa bene che, se non c’è qualcuno che mi spinge, è difficile per me».

La prima volta che hai cantato in pubblico quando è stata?
«Ricordo una serata nel borgo Sant’Antonio, credo fosse metà gennaio in occasione del “fucarazzo di Sant’Antuono”, mi spinsero a cantare una canzone classica napoletana ma non ricordo quale. C’erano poi, in varie occasioni, i parenti di mio padre che mi obbligavano a intonare una canzone stupida che ho sempre odiato, era «Ciao» di Pino Mauro. La prima volta, quella vera, fu in terza media: allestimmo il musical “Scugnizzi” di Claudio Mattone e io facevo la parte principale, quella di Saverio. Cambiammo un po’la versione per adattarla e siccome ero l’unico a saper cantare mi toccarono anche le canzoni femminili».

E da allora non hai più smesso.
«Non mi sono più fermato, non avevo nemmeno tredici anni quando cominciai le serate con Nello Esposito, i piano bar, anche i matrimoni. Conoscevo tutto il repertorio italiano e napoletano, quelle canzoni le avevo suonate al piano ma non le avevo ancora cantate».

Poi hai voluto mettere su uno spettacolo in cui cantavi solo tu.
«Era il 2012, lo spettacolo si chiamava “Canto anche se sono stonato”, eravamo al Metropolitan di Sant’Anastasia, presentava l’amico Alfonso Di Fraia e c’erano Cettina Giliberti, l’orchestra Michele Novaro e il Coro Manos Blancas. L’idea aveva sfondo benefico e soprattutto era un memorial, un’occasione per ricordare Salvatore Ceriello, un ragazzo scomparso troppo presto e che aveva una spiccata passione per la musica, come ricordò sua madre Eufrasia Calvanese. Mi esibii con brani di Sinatra, Ray Charles, Aznavour, Dean Martin».

Un melodico in chiave confidenziale, un “crooner”, si dice così, no?
«Esatto. Però l’idea di quello show mi venne non solo perché ero molto affascinato dallo stile di Sinatra ma anche perché avevo visto un magnifico spettacolo di Christian De Sica, si chiamava “Parlami di me” e in un tributo al padre Vittorio lui cantava, ballava, recitava, indossava magnificamente lo smoking. Certo, noi non avevamo mezzi per un’orchestra e un corpo di ballo, ma venne benissimo».

Tu balli?
«Non muovo due passi».

A febbraio scorso sei poi tornato al Metropolitan con “A muso duro”, titolo di una canzone di Tenco.
«Un tributo ai più famosi autori e cantanti italiani, da Tenco, appunto, a Califano, Pino Daniele e molti altri»

Hai studiato canto?
«Mai, due o tre lezioni al massimo. Ho fatto la gavetta, la scuola migliore che è il piano bar. Per me cantare è naturale, come respirare».

Ma si impara anche a respirare. Hai mai pensato a un corso di dizione, per esempio?
«Sì, lo so che è un mio problema. Mi sono già iscritto a un corso full immersion di dizione e public speaking, devo imparare a parlare in pubblico, nel mio lavoro serve anche questo e ne sono cosciente».

Allora non sei così pigro, in fondo.
«Lo sono e parecchio, ma ho degli obiettivi da raggiungere».

Serate, feste private, piano bar, matrimoni. Riesci a guadagnarti da vivere?
«Non mi lamento, è già un piccolo miracolo riuscire a mantenermi – nel senso di provvedere alle mie esigenze pur restando a casa con i miei – con quel che amo fare, non è cosa che accade a tutti e tutti i giorni. Però vorrei una svolta, qualcosa di più non in termini economici ma di successo».

Un disco lo hai già inciso, hai duettato con Erminio Sinni, sono soddisfazioni, no?
«Sì, grazie alla collaborazione con la Pmc Music e Marianna Porritiello. Il disco «Nero su Bianco», con due inediti scritti dal maestro Diego Perris, “La gomma e la matita” e “Dove sei”, di cui ora c’è anche il videoclip con la regia di Andrea Vecchione, è uscito nel 2013. Cantare con Sinni, un vero poeta, è stato meraviglioso, “E tu davanti a me” è una canzone che ritengo perfetta e che conoscevo fin da piccolo, averlo accanto mi ha dato emozioni irripetibili. Ma sono affezionato pure al duetto con Silvia Ciccarelli, con lei ho inciso “Delfini”, una canzone poco nota che Modugno dedicò al figlio, la scelse Marianna Porritiello ed ebbe ragione. Noi ovviamente la interpretammo in maniera diversa, la facemmo nostra».

Tu una canzone l’hai mai scritta?
«Ho scritto molte cose che parlano d’amore, di esperienze mie, ma non le ho mai cantate né mostrate a nessuno. Sono poco convinto che possano essere incise. Mai dire mai, però».

Supponiamo che non avessi avuto la voce adatta per il canto, cosa avresti fatto nella vita?
«Sarei rimasto in questo campo, avrei fatto il produttore, il manager o avrei scelto un ruolo simile, dietro le quinte, sarei stato un Bibi Ballandi».

A cosa pensi quando canti?
«Se sono a una serata, al piano bar, a tutto. Le mani ormai mi si muovono da sole sulla tastiera e la voce va da sé. Se invece sono su un palcoscenico, chiudo gli occhi, mi addentro in percorsi miei, mi perdo nella  musica».

Se potessi scegliere uno dei tuoi idoli, chi vorresti essere stato?
«Franco Califano, senza dubbio. Ho letto tutto di lui, mi riconosco molto nel suo personaggio un po’ sopra le righe».

Parecchio sopra le righe il Califfo, sregolato, eccentrico, ti senti così?
«Abbastanza. Le sue canzoni mi si incollano addosso, quella che preferisco e che canto di più è “Un tempo piccolo”, malinconica, bellissima».

Le donne lo adoravano. Accade anche a te?
«Non posso proprio lamentarmi».

Sei innamorato?
«Ho avuto un amore, ora non più. L’importante è averlo vissuto, un artista deve amare e soffrire, altrimenti non riesce a trasmettere quello che ha dentro».

Mi descrivi la tua donna ideale?
«Non ho canoni predefiniti, tutte le mie donne sono state diverse e non mi innamoro della bellezza fisica. Ma immagino una ragazza semplice, intelligente, non banale, acqua e sapone».

Tutte le tue donne? Hai 23 anni…
«Ho cominciato presto».

La donna più bella che tu abbia mai visto?
«Mi piace molto Luisa Ranieri».

Quando sei da solo che musica ascolti?
«In auto ho naturalmente un cd di Califano. Diciamo che quanto a gusti musicali sono vecchio, quasi anziano direi, non mi piace il rap e nemmeno la musica house, le sperimentazioni e quant’altro. Quando ero piccolissimo i miei mi regalarono una collezione di cd di musica classica. Ho Mozart sul cellulare e lo ascolto prima di dormire».

La canzone napoletana più bella?
«Io te vurria vasà, ma non la canto spesso».

Hai una miriade di tatuaggi, quanti di preciso?
«Un quadrifoglio, il titolo del mio album “Nero su Bianco”, una stella fatta di crome, un microfono che è il logo del mio sito web, uno smile che mi ha tatuato l’amico Gianpiero D’Alessandro, un uccello formato da simboli musicali, la frase di una canzone di Sinatra cioè “I’ve got you under my skin” (ho te sotto la mia pelle), una chiave di violino e una chiave di basso che formano un cuore, i tasti dello stereo».

Ne farai ancora?
«I tatuaggi sono marchi, non vanno mai via, fermano le cose importanti della vita. Sì, ne farò altri, il prossimo è il volto di Califano».

Cosa fai nella vita, a parte cantare?
«Lezioni private di piano e solfeggio. So che mi chiederai se leggo: no, non lo faccio quasi per nulla. Ho letto qualche libro quando ero a scuola ma non ho questa passione, anche se mi piacerebbe. So che apre la mente e nel mio lavoro serve tanto».

Il cinema, invece?
«Quello sì. L’ultimo film che ho amato è “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Quel film va visto almeno cinque o sei volte per cogliere i dettagli e ogni volta mi piace di più».

Sai che Paolo Sorrentino è  anche uno scrittore? Con “Hanno tutti ragione” si è classificato terzo al Premio Strega.
«No, non lo sapevo. Magari comincio da lui».

In televisione cosa guardi?
«Non guardo la tv. Preferisco il web, prima di addormentarmi magari, se non ascolto musica scelgo il programma di Fiorello, @edicolafiore su Rtl, commenta i quotidiani, le notizie, un format molto gradevole».

 Dici spesso di ambire ad una svolta, hai mai pensato a un reality – scuola come “Amici”, per esempio?
«Ho già fatto un provino ad Amici, senza fortuna. Forse perché non ci credevo fino in fondo, non ero convinto che facesse per me. Certo ho tempo, e solo 23 anni, ma finora ho fatto tutto da solo, piccoli traguardi ma miei, non rinnego nulla della mia formazione perché la gavetta che sto ancora facendo l’hanno provata in pochi. E poi i più grandi hanno iniziato dal piano bar o hanno, come me, suonato l’organo in chiesa. Io l’ho fatto quando facevo parte della Gifra. Non so perché, ma nei reality come Amici non credo moltissimo».

Dove vorresti essere tra dieci anni?
«Sicuramente non qui. Vorrei essere apprezzato da un pubblico più vasto».

Provini ne fai? Non so, musical, spettacoli…
«So di avere un brutto carattere e tante pretese, ma a me i musical non piacciono. Io sono un solista, sono un protagonista. Ci devo essere soltanto io e magari una band, ma dietro. Tenterò con l’Accademia di Sanremo, a gennaio prossimo scadranno le selezioni e io vorrei presentarmi con un inedito scritto per me e magari con me, per metterci qualcosa di più mio».

Hai detto di aver fatto parte della Gifra, la gioventù francescana. Sei credente?
«Ho anche frequentato la comunità Villaregia. Adesso no, mi sono allontanato. Credo che esista qualcosa di grande che dia ordine a tutte le cose ma non sono praticante, non vado in chiesa. Mi faccio il segno della croce, automaticamente, quando incrocio la statua di Santa Rita nei pressi di casa mia ma null’altro. Mi sono accorto che cercavo Dio solo quando mi occorreva qualcosa per me, non credo sia questo il senso della religione».

Cambieresti il tuo nome, se dovessi diventare famoso?
«Ci ho pensato, ma il mio in fondo suona bene. Le radici sono importanti».

E ad andare via da qui per inseguire il successo ci hai mai pensato?
«Certo, ma è la pigrizia che ancora mi frena. Mi spaventa modificare il mio stile di vita».

Non sarà che guadagnare fin da piccolo ti ha frenato? Potersi permettere un certo modus vivendi a volte può essere un ostacolo alle aspirazioni e ai sacrifici necessari, non credi?
«Forse è proprio questo il mio grande limite, guadagnavo cantando già a tredici anni. Da allora cominciai anche a rallentare gli studi, come se mi fossi adagiato, come se mi sentissi coccolato e senza molta spinta ad andare avanti, a crescere. Ma devo farlo».

Come spendi quello che guadagni?
«Bene, compro vestiti, mangio fuori quasi tutte le sere, viaggio, ho comprato l’auto».

Il tuo più grande difetto e il tuo più grande pregio?
«Per il difetto non posso che rispondere la pigrizia. Il pregio, direi l’umiltà, anche se non sembra».

L’hai detto tu, non sembra. Non è che fai di tutto per nasconderlo, questo pregio?
«Mi sono solo costruito una corazza, è una specie di difesa».

La tua vita ti piace?
«Abbastanza, potrebbe andar meglio».

E il tuo paese, Sant’Anastasia?
«Il paese mi piace molto, gli anastasiani meno. Siamo un popolo strano, c’è un’invidia dilagante che trovo assurda, si sparla di chiunque riesca a realizzare qualcosa di bello, si tratti di un’attività o di un qualsiasi successo».

Qual è il luogo al quale sei più affezionato?
«Via Antonio d’Auria, mi piace molto».

Se dovessi scegliere un altro luogo in cui ti piacerebbe vivere?
«Roma, anche i romani mi piacciono, amo il loro modo simpatico di esprimersi, di parlare».

Ma se parliamo di calcio tifi Napoli, vero?
«Sono tifoso, ma non da morire».

La politica invece ti interessa?
«Si e no. Mi piace la figura di Berlusconi, la sua carriera, ciò che ha fatto e si è guadagnato. Ho scelto, tendenzialmente, sempre il centrodestra. Una sola volta, ma non votavo ancora, ho tenuto per il centrosinistra perché era candidata una persona cui tengo moltissimo, negli allora Ds».

Stai parlando dell’attuale sindaco di Sant’Anastasia, ossia tuo zio Lello Abete?
«Sì, mio zio. Quella volta simpatizzai per la sinistra, causa forza maggiore. Ma poi, per fortuna, è tornato dalla parte giusta».

Da sindaco com’è?
«Sono di parte, sfacciatamente. Ma provo ad essere obiettivo, è un ottimo sindaco».

Sfacciatamente di parte, appunto.
«Lo so. Ma è come se fosse un secondo padre, per me. Ha cresciuto tutti noi nipoti, ci ha coccolati come figli suoi, è ovvio. Se la parte umana e quella politica sono così strettamente legate come io credo, se lui è in pubblico così come è in privato, se si fa in quattro come ha fatto per noi anche in politica, allora sto dicendo la verità, è un ottimo sindaco. Al governo del paese c’è da poco ma, come gli dico sempre, scusami il termine, se riuscisse a miscelare alle sue qualità un po’ di sana “cazzimma”  non potrebbe che far bene».

Se invece potessi scegliere un giovane politico anastasiano, non importa di quale parte, sinistra, destra o centro, che ti piacerebbe veder diventare sindaco magari tra dieci anni?
«Non c’è davvero nessuno dei giovani che conosco e che, secondo me, potrebbe fare il sindaco».

Lapidario, ma fai sul serio?
«Io li conosco adesso, non so come saranno tra dieci anni».

Supponi di poter avere un superpotere, di fare qualcosa che nessun altro può. Che cosa scegli?
«Non vorrei cadere nel banale e dire che vorrei ci fosse la pace nel mondo. Ma sicuramente farei in modo di sistemare le cose in Italia, mi piacerebbe avere il potere, forse non super ma necessario, di dare una speranza a tanti ragazzi della mia età che non lavorano e avrebbero voglia di farlo».

Se avessi a disposizione una sconfinata somma di denaro?
«Spenderei tutto per me, sono egoista. I soldi non sistemano tutto ma servono».

Sei mai stato attratto da una persona del tuo stesso sesso?
«Mai, ho tanti amici gay ma mi piacciono le donne».

Credi che due omosessuali debbano avere il diritto di sposarsi e magari adottare figli?
«No, né matrimonio, né adozioni. Un bambino deve nascere e crescere in un contesto felice».

E chi ti dice che non lo sia, felice?
«In ogni caso deve avere una mamma e un papà».

C’è qualcosa che ti fa davvero paura?
«Quasi nulla, sono incosciente».

Se fossi un animale?
«Sarei un’aquila. Per il senso di libertà. L’aquila può far tutto, può volare, attaccare, difendersi».

C’è qualcosa che nella tua vita pensi di dover assolutamente fare?
«Diventare famoso e avere un figlio maschio».

Perché, se è femmina che ne fai?
«No, lo voglio maschio. Se poi viene anche una femmina, va bene».

Ma questo non lo decidi mica tu.
«So che il primo sarà maschio».

Che considerazione hai delle donne?
«Le divido in categorie. Tra le coetanee trovo il più delle volte solo femminucce, forse per questo mi piacciono le donne più grandi, anche di parecchio più grandi di me. Le ragazzine le trovo molto vuote».

Saranno gli ambienti che ti capita di frequentare, non credi?
«Probabile».

Senti, mi dici cosa ti affascina davvero del mondo che hai scelto? Perché vuoi diventare famoso a tutti i costi?
«Perché non mi va di restare nell’anonimato, voglio che mi conoscano fuori dal mio mondo di oggi, in Italia e perché no, anche fuori».

Mi sa che un po’ di insicurezza c’entra, in questo desiderio.
«Potrebbe essere, la corazza c’è sempre».

Se potessi invitare a cena chiunque al mondo, chi sceglieresti?
«Una bella donna, ma non posso dirti chi».

Dunque non un personaggio famoso?
«No, una donna comune. Un po’ più grande di me. Ma non dirò nient’altro».

Se dovessi pensare ad un giorno perfetto, vissuto o da vivere?
«Se vincessi Sanremo, quello sarebbe un giorno perfetto».

 Cambieresti qualcosa del modo in cui sei cresciuto?
«Forse mi aprirei di più con i miei, a casa. Non abbiamo mai parlato di problemi veri, seri. Almeno io, intendo. Questo con i miei fratelli non accade, dunque dipende dal mio carattere, non da loro».

Credi che ti conoscano davvero per come sei?
«Non completamente, non credo. Ho sempre risolto i miei problemi da solo, senza parlarne».

Invece credo che saresti sorpreso da quanto un genitore possa comprendere. Io ritengo sia così, almeno in teoria. Però torniamo a domande leggere: se ti svegliassi domani potendo avere un’abilità che ora non hai, quale ti piacerebbe?
«Mi piacerebbe saper recitare, potrei fare l’attore».

Ti senti bello?
«Sì, e sono anche molto vanitoso».

Cosa ti piace di più di te?
«Il viso, gli occhi in particolare. Me lo hanno sempre detto tutti che è così, alla fine mi hanno convinto».

Se potessi conoscere il tuo futuro, vorresti?
«No, sarebbe come guardare un film se sai già il finale. E poi credo molto nel destino».

Qual è il tuo ricordo più brutto?
«La morte di mio nonno Ciro, il papà di mia madre. Mi mancano le feste, con lui insieme a noi a tavola».

Il tuo piatto preferito?
«La domanda più difficile che potevi farmi è proprio questa. Io mangio tutto, anche se devo stare attento al peso. Diciamo gli gnocchi alla sorrentina».

Fai conto di dover dedicare una canzone alla donna di cui sei innamorato. Quale scegli?
«Mi sono innamorato di te, di Luigi Tenco. Semplice, diretta».

La voce femminile più bella dell’attuale panorama musicale italiano?
«Tante, tutte valide. Simona Molinari, Annalisa, Giorgia».

Se, o quando, riuscirai ad arrivare sul palco dell’Ariston, come ti vestirai?
«Devo dirti che immagino spesso la scena, con me che scendo la scala e arrivo sul palco. A volte penso, nei miei viaggi mentali, a un dolcevita, altre a un doppio petto. Ma sarò elegante, senza cose strane».

Ti piacciono i neomelodici? E Gigi D’Alessio?
«I neomelodici sono molto lontani da me. D’Alessio lo apprezzo invece tanto, mi piacciono le persone che hanno successo».

Il fine giustifica sempre i mezzi, per te?
«L’importante è arrivare. Se si vuole davvero qualcosa, si deve andare e prendersela. Con qualsiasi mezzo».

Sei sempre così sincero?
«Sempre. Se mi conviene».

Opportunista?
«A volte posso anche esserlo, opportunista. Questa vita, questo mondo in cui ci svegliamo tutti i giorni, richiede anche questo».

Saresti un buon politico, mi sa.
«Può darsi. La verità è che potrei fare tutto. Riuscirei a fare il cuoco, se volessi. Il politico o l’idraulico, mi reputo intelligente e capace».

Ecco, l’idraulico mi serve.
«Se mi ci metto ci riesco, credimi».

Ma ti credo: è molte righe fa, quando hai detto di essere umile, che ero perplessa.
«Però sono simpatico».

Sicuramente. Come deve vestirsi una donna, per piacerti?
«Dipende dal contesto e dalle situazioni. Se viene a cena con me, deve essere elegante. Ma prima di ogni cosa viene il profumo, più importante di qualsiasi accessorio, amo quelli che lasciano la scia. Anche io uso profumi femminili».

Quale?
«Il profumo non si chiede, come l’età».

Ma io la conosco la tua età, vorrei sapere il profumo.
«Solo la marca, Chanel. Un’edizione limitata che qui non si trova e non ti dico il nome perché devo averlo soltanto io».

Perché è così importante il profumo, per te?
«Non so, è sempre stato così. Mi piace come cambia a contatto con la pelle».

Per i tuoi approcci alla lettura, ricordami di regalarti «Il Profumo», un romanzo di Patrick Suskind in cui si teorizza l’idea che con l’odore giusto si può conquistare il mondo.
«Lo penso anche io, ma non dirmi come finisce».

Se dovessi definirti con un solo aggettivo?
«Ambizioso. Forse esserlo troppo diventa poi un’ossessione. Non ci si accontenta più. Esserlo ha lati negativi e positivi, ma io credo in me, ora devono farlo gli altri».

Hai in programma un altro disco?
«Per ora ci sto pensando poco, ma vorrei farlo su scala nazionale, con distribuzione e produzione. Se sogno, lo faccio in grande».

Per finire, immagina di essere a un provino, che debbano scritturarti e che tutto dipenda dai pochi minuti che hai per presentarti. Cosa diresti?
«Sono un cantante, un pianista, una persona che ha tanto da dire e da dare ma che finora ha tenuto quasi tutto dentro di sé.  Vorrei esplodere e può darsi che lo faccia, da un momento all’altro».

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