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Il “fascismo eterno” di U. Eco, e i sintomi che ci avvertono del suo ritorno. Il sospetto di G. Agamben, uno dei più importanti filosofi italiani, che i centri del potere vogliano servirsi dello “stato d’emergenza” provocato dal virus per attaccare i valori della democrazia. I danni del liberismo, e il timore che la “ricostruzione” provochi il trionfo dell’egoismo, dell’  “homo homini lupus” e apra la strada a un “uomo solo al comando”. Gli ultimi giorni dell’aprile del 1945 nel racconto di Dino Buzzati e di Carlo Levi. Il quadro di R. Guttuso.

 

Umberto Eco sosteneva che il fascismo fosse eterno, e indicò i sintomi che ci permettono di capire che sta ritornando. Da qualche anno alcuni di questi sintomi si stanno manifestando con una violenza che dovrebbe indurci alla paura, ma che in realtà ci è di aiuto, proprio come nelle epidemie. Perché essa ci avverte, dà l’allarme. Quindi non ci siamo meravigliati quando un politico della Destra ha proposto di dedicare il 25 aprile di quest’anno non alle memorie della Liberazione, ma ai morti del virus: non mi diranno di no, avrà pensato, per non offendere quei morti. E invece è scivolato sulla sua ingenuità: a Napoli diremmo “si’‘na carta canosciuta”.  Sul quotidiano “il manifesto” del 26 febbraio Giorgio Agamben ha scritto che gli effetti dell’epidemia sono stati a bella posta esagerati dai centri del potere per creare uno “stato di eccezione” che permetta di sgretolare la vita sociale, di impedire riunioni e manifestazioni, di controllare la vita privata dei singoli, di ridurre gli spazi vitali dei diritti fondamentali, di usare la paura della povertà come strumento per dominare la società, e di condannare all’ignoranza gli alunni delle lezioni online. Ora Giorgio Agamben non è uno di quegli “sparapalle” che si autoproclamano filosofi: Paolo Mieli, che non condivide le sue idee, riconosce in lui un intellettuale “prestigioso”, che “ha insegnato in alcune tra le più prestigiose università europee e statunitensi, che è stato amico di Elsa Morante, Pierre Klossowski, Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini”. ( CdS, 7 aprile). Credo che Agamben veda la notte troppo nera e senza luce: ma dobbiamo ammettere che questa epidemia sta dimostrando quanto sia stata catastrofica la decisione delle democrazie dell’Occidente di condividere i principi di quel liberismo economico- finanziario che mette il danaro in cima alla scala dei valori, e oggi costringe il Papa a guardarsi dai nemici di casa, a invitare al pentimento gli usurai e a chiedere che si costruisca un mondo nuovo.

Se il cinico liberismo ha contaminato e corrotto le democrazie occidentali, le colpe vanno più o meno equamente divise tra Destra e Sinistra: e sono colpe gravissime, perché hanno provocato direttamente la morte degli anziani nelle case di riposo e negli ospizi, l’inefficienza delle strutture sanitarie, le quotidiane diatribe tra Stato e Regioni, le scene terribili della povertà. Nessuno potrà mai dimenticare quelli che in questo incubo sono morti nella solitudine più spietata, e le file di autocarri militari che trasportano le bare agli inceneritori, e la scena dell’uomo che gira per le strade del Vasto, a Napoli, e, stringendo tra le braccia una neonata, grida: “Non posso accudirla, l’abbandono”. Certo, medici, infermieri, il personale tutto degli ospedali, le forze dell’ordine, i privati cittadini, imprenditori grandi e piccoli stanno costruendo l’immagine di una società che nell’incubo sa essere solidale e generosa: e tuttavia, quando l’incubo finirà e si calcoleranno i danni, e si metterà mano alla ricostruzione, e il danaro verrà distribuito, dallo Stato, dalle Regioni e dai Comuni, come emergenza vuole e come lo “stato di eccezione” impone, c’è il rischio serio che l’ “homo homini  lupus” di Hobbes diventi il motivo- guida della società nuova, che le distanze tra ricchi e poveri risultino sempre più nette,  che i ricchi e i potenti decidano di affidarsi al Leviatano, a un “uomo solo al comando”, e che i poveri si illudano che il tiranno possa essere utile anche a loro.  Del resto, già quasi ovunque si governa per decreti e i parlamentari restano a casa.

Il 26 aprile del 1945 Dino Buzzati racconta sul “Nuovo Corriere” che la sera prima, a Milano, gli “armati fascisti” avevano sprecato le loro munizioni in “inconsulte raffiche”, poiché lo “smarrimento” trasformava ai loro occhi in “immagini minacciose i pacifici cittadini attardatisi fuori casa”. Questa confusione ha il valore di una metafora, e si ripete nel crollo delle dittature, così come si ripetono le scene dei dittatori che si travestono per sfuggire al loro destino, e dei cortigiani che si convertono, si pentono e passano al nemico. uQuesta Quest

Il 30 aprile del 1945 Carlo Levi scrive sul quotidiano della Resistenza “La nazione del popolo”: “Il popolo italiano fu il primo ad essere oppresso dal fascismo, ma fu anche il primo a combatterlo; e in questa lotta ha trovato il modo del proprio rinnovamento. Oggi esso ha dato al mondo l’esempio di come gli uomini liberi sanno troncare i legami con il passato e fondare la giustizia”.

E’ un invito alla speranza, a non dimenticare, a non farsi ingannare.  E’ veramente un 25 aprile particolare.