La tecnologia che corre e la legge che resta ferma: l’esigenza di nuove regole per il trasporto pubblico.
Il trasporto “pubblico” sta cambiando radicalmente. Sono tre, o forse quattro, le realtà che convivono (non proprio pacificamente): i taxi, Uber, Blablacar, e il carsharing aziendale.
Quello dei taxi è da sempre stato, ma ormai ancora per poco, un monopolio. L’offerta da parte delle società di taxi non è minimamente correlata alla domanda e alla densità di popolazione di una città; piuttosto, si registra una correlazione positiva tra tariffe e reddito medio della popolazione residente. Questo dimostra l’esistenza di una rendita monopolistica, la capacità dei tassisti di differenziare il prezzo a seconda del cliente e, ancora, dimostra come ormai quello del taxi sia un servizio per pochi eletti. Inoltre, tra il 2006 e il 2014 a fronte di un aumento dei prezzi del 15% le tariffe sono aumentate a Roma del 37%, a Firenze del 29%, a Milano del 23%: i prezzi sono saliti quasi il doppio dell’inflazione. In un sistema di concorrenza perfetta tale differenza dovrebbe essere nulla.
Eppure, il motivo principale per cui è stato istituito il blocco di Uber in Italia, è esattamente un regime di concorrenza sleale.
Uber è un’azienda californiana fondata nel 2009, è un’app ed è una rivoluzione. E’ presente in alcune città di tutti i Paesi del mondo, anche se ovunque sta riscontrando problemi legali.
L’azienda fornisce un servizio di trasporto automobilistico privato attraverso l’applicazione mobile che mette in collegamento diretto passeggeri ed autisti. Il calcolo tariffario è simile a quello dei taxi, la differenza sta nel fatto che il pagamento avviene unicamente tramite carta di credito ed è indiretto: il passeggero paga Uber, che poi paga l’autista. Inoltre la tariffa varia in base al servizio selezionato: si possono scegliere la taglia, il tipo e il grado di lusso della macchina. In aggiunta, l’azienda propone anche un altro servizio: UberPOP. Si tratta, sostanzialmente, di carsharing: un servizio di tipo taxi, ma senza licenza, in cui è possibile ottenere passaggi da privato a privato.
Ciò che distingue profondamente Uber da Blablacar è il grado di sicurezza, il fatto che il pagamento avvenga tra il cliente e l’applicazione, solo una volta arrivati a destinazione, come una forma di garanzia.

Uber ha scatenato l’ira dei tassisti, i quali si trovano chiaramente a combattere una guerra ad armi impari, improvvisamente si trovano a competere con un servizio i cui prezzi sono molto molto più bassi, e i loro competitors non hanno nemmeno la licenza.
In effetti, il problema c’è. Ma non si tratta di illegalità, o di eludere la legge, si tratta di un vuoto normativo.
Il mondo cambia, veloce, la tecnologia ancor di più, sicuramente più della legge. La conseguenza è che le norme si trovino a regolare una realtà che non esiste più. Il rischio è che i risultati che si ottengono siano opporti a quelli per cui la legge era stata scritta, semplicemente perché viene applicata in un tempo per il quale non è più adatta.
Lo sviluppo di car pooling, car sharing e simili ha, di fatto, creato un nuovo segmento del mercato, avente anche effetti positivi in termini di riduzione della circolazione e dell’inquinamento.
L’Authority riconosce tutto questo, sollecita infatti Governo e Parlamento a riempire il vuoto normativo che sembra non essere più gestibile e a rispondere all’esigenza di nuove regole per un trasporto pubblico in evoluzione.
CONTI IN TASCA

