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Negli ultimi anni dei Borbone la censura dei revisori teatrali fu implacabile. Per il “Gustavo III”, che doveva andare in scena al San Carlo nel 1858, i revisori chiesero a Verdi modifiche radicali e strutturali, che il Maestro non volle apportare. L’opera andò in scena l’anno dopo a Roma con il titolo “Un ballo in maschera”. La complicata storia del “Re Lear”, l’opera che non fu mai composta, e il no di Verdi alla presenza nella compagnia della soprano Rosina Penco. L’immagine di corredo è quella di un dipinto in cui Aniello D’Aloisio (sec.XIX) raffigurò il teatro San Carlo.

 

Racconta Raffaele De Cesare che nel 1856 Vincenzo Torelli, segretario dell’ “impresa dei regi teatri” di Napoli, invitò Giuseppe Verdi a scrivere un’opera per il San Carlo. Verdi prese tempo, dopo aver chiarito, in via preliminare, che se avesse accettato l’invito, egli sarebbe rimasto per sempre il solo e totale proprietario dell’opera destinata al teatro napoletano, infrangendo una “regola” che attribuiva al San Carlo tutti i diritti sulle opere destinate al suo palcoscenico, e prima di tutto, il diritto di “cederle” anche ad altre “imprese” italiane e straniere.Verdi interpretò come un consenso il silenzio degli amministratori del teatro napoletano, e perciò propose al Torelli il “Re Lear”, chiedendo un compenso di seimila ducati e una compagnia che fosse di suo gradimento. Gli amministratori del San Carlo ritennero giusto il compenso preteso dal compositore, ma gli comunicarono che della compagnia avrebbe fatto parte la soprano Rosina Penco. Verdi disse di no. Le ragioni del suo rifiuto non sono chiare. In un articolo del 1855 il giornale “La strenna del pirata” dice che la soprano napoletana, “leggiadra la persona, il cor gentile e celeste la voce” aveva conquistato Parigi cantando nel “Trovatore”. E’ probabile che Verdi ne facesse una questione di principio: lo confermerebbe la lettera che egli scrisse al Torelli il 7 dicembre 1856, per comunicargli che “mi è impossibile il fatto della Penco. E’ nelle mie abitudini non lasciarmi imporre nessun artista, tornasse al mondo la Malibran. Tutto l’oro del mondo non mi farebbe rinunciare a questo principio. Io ho tutta la stima del talento della Penco, ma non voglio che ella possa dirmi: Signor Maestro, datemi la parte della vostra opera, la voglio, ne ho il diritto.”. E il “Re Lear” non venne composto.. Ma Vincenzo Torelli non si arrese. Nel febbraio del 1857 venne finalmente sottoscritto il contratto per un’opera di Verdi. Che scelse come testo- guida il “Gustavo III” che Eugenio Scribe aveva dedicato alla tragica morte del re di Svezia, ferito gravemente, il 16 marzo 1792, mentre si preparava per un ballo in maschera, da un ex ufficiale della Guardia Reale, e morto 13 giorni dopo. Verdi inviò a Napoli il libretto completo “ con tutte le scene, i dialoghi e le parlate, salvo le rime, perché fosse sottoposto al revisore. Il duca di Ventignano, deputato della Soprintendenza dei teatri, respinse il libretto, perché non in versi e non in rime” (R. De Cesare). Gli amministratori del San Carlo commisero l’errore di non informare Verdi: speravano che il tempo avrebbe eliminato gli ostacoli. Verdi arrivò a Napoli nel gennaio del 1858, e quando seppe del parere negativo dei revisori, si irritò : la sua ira divenne vera e propria furia quando, dopo un mese di aspre trattative, i revisori gli comunicarono l’elenco definitivo “ e non più discutibile” delle modifiche che egli avrebbe dovuto apportare al libretto se voleva l’approvazione degli organi competenti. Il Maestro capì che nella Napoli borbonica e nell’Italia di quegli anni nessuno gli avrebbe consentito di mettere in scena un regicidio, ma spiegò al Torelli che i revisori napoletani gli chiedevano di modificare radicalmente la storia, e che non gli permettevano nemmeno di “armare” di pistola uno dei personaggi. Dunque, egli dichiarava sciolto il contratto. E non gli fecero cambiare idea né le citazioni in giudizio, né la minaccia del carcere. L’opera andò in scena a Roma, nel 1859: Verdi accettò di cambiare il titolo in “ Un ballo in maschera”, Gustavo III divenne il Conte di Warwirch, governatore di Boston; il suo assassino si chiamò conte Renato: ma la trama dell’opera rimase sostanzialmente inalterata.