Ti viene voglia di mandare a ….quel paese “saputi” e “saputielli”? Càlmati con un piatto di “peperoni alla napoletana”

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L’Italiano “saccente” e i napoletani “saputiello”  e “saputo”: i tipi sono presenti in questi giorni neri in tutte le trasmissioni della TV e, ovviamente, sui “social”. La poesia di Viviani “’O saputo”. La suggestione fonetica di “saccente” e di “saputo”.La serena indifferenza garantita dai peperoni – bisogna evitare che diventino “puparuoli” – dai capperi e, soprattutto, dalle aringhe, che “sanno” di una storia lunga e affascinante, a partire dal “garum”, la “salsa” di Roma e di Pompei.

“Disse ‘o saputo /niente è peggio ‘e nu cafone sagliuto”

“Rispose ‘o cafone puntuto/ ‘o ppeggio ncè: è ‘o saputo

 

Ingredienti: 4 grossi peperoni gialli, 50 g capperi sotto sale, 3 acciughe salate, aglio, olio d’oliva, passata di pomodoro, pane casereccio, sale. Tagliate a metà i peperoni gialli, liberateli dai piccioli, dai semi e dalle costole interne. Dopo averli sciacquati sotto l’acqua corrente, tagliateli a strisce. Scaldate in una casseruola mezzo bicchiere d’olio d’oliva e unitevi uno spicchio d’aglio, sbucciato ma intero. Fatelo leggermente imbiondire e, a quel punto, aggiungete i peperoni. Mescolateli e lasciateli appassire a calore medio, quindi salateli e versate un bicchiere di passata di pomodoro allungata con mezzo bicchiere d’acqua calda. Lavate i capperi, eliminando tutto il sale. Sgocciolateli perfettamente, poi tritateli insieme con le acciughe, già liberate dalle lische e dal sale.. Mescolate questo trito ai peperoni ormai giunti a cottura, lasciandoli insaporire insieme ancora per uno o due minuti. I peperoni alla napoletana vanno in tavola accompagnati da croccanti fette di pane casereccio, fritte in olio ben caldo e precedentemente messe a  sgocciolare su un foglio di carta assorbente da cucina.( La ricetta è sostanzialmente quella pubblicata sul “sito” “la cucina italiana”.

 

Nun ce sta niente a fa’. Molte parole napoletane sono intraducibili in lingua italiana. Certo, “’o saputo” corrisponde più o meno a “saccente”, al presuntuoso che ostenta, dice il “Devoto-Oli”, una cultura  che non c’è. Ma il saccente “italiano” è fastidioso e “invadente”, sale in cattedra e sul pulpito, si affaccia ai balconi, alza la voce: la parola stessa, “saccente”, è rumorosa come un solenne rimprovero. Anche il “saputo” napoletano può comportarsi in questo modo: appena gli “dai la corda”, scrive Viviani in una poesia che dedicò al tipo, egli “scantona / e caccia ‘a fore tutt’’o malamente;/ e fa ‘o saputo, ‘o dotto, ‘o competente, / ca te ‘mbriaca ‘e chiacchiere, te stona. “. Questo “saputo” urlante è anche invidioso: “ma si ce sta ‘a vanta’, sinceramente, / è l’unica campana che nun sona”. Questo tipo di “saputo”- saccente la lingua napoletana lo chiama, di solito, “’o saputiello”, e conferisce al diminutivo una connotazione ironica: “’o saputiello”, proprio perché interviene urlando su ogni argomento, alla fine scivola sempre su qualche buccia di banana, e va a finire  a terra: insomma, si sputtana da solo.“Chi è tre, e pe’ s’avantà’,dice: Io so’ quatto,/ ritorna a zero ! ‘a cifra soja chell’’è.”: ricordava il grande Viviani. Abilissimi a lanciare bucce di banane sotto i piedi dei “saputielli” sono Carofiglio e Cacciari, e lo fanno sempre nel momento preciso in cui “’o saputiello” di turno smette di urlare, credendo di aver sbaragliato gli avversari.  Anche questo è contropiede.

Il “saputo” autentico è “cazzimmoso”, è furbo: non interviene mai su quei temi dove ognuno può dire giustamente la sua, che so, la politica, la morale, la religione, l’arte: prende la parola sugli argomenti seri che presentano ancora spazi aperti, l’economia, la medicina, la storia (la massoneria, i Borbone, Garibaldi, gli Inglesi), e non urla, non aggredisce gli interlocutori, riconosce perfino i loro meriti: ma con la posatezza con cui Mezzacapa spiega a Totò e a Peppino che Milano sta in Lombardia e ci si va in treno, il “saputocazzimmoso dice ai presenti: il vostro ragionamento si sviluppa lungo la strada giusta, ma ne percorre solo i due terzi, e poi si ferma. L’ultimo tratto ve lo spiego io. Modestamente. Del resto, la parola “saputo” comunica la suggestione fonetica della calma, dell’uomo sicuro di sé, chiuso nei vasti spazi della sua scienza: è un uomo diventato sapere.

La TV ci offre oggi un vasto assortimento di “saputi” virologi e di “saputi” alimentaristi: e tra poco scenderanno in campo i “saputi” economisti. Perché “i peperoni alla napoletana” ci aiutano a conquistare la serena indifferenza? Perché il peperone non ammette distrazioni: se, quando lo mangi, pensi ad altro, il peperone diventa “puparuolo” e “se piazza ‘ncopp’’o stommaco”. Delle virtù dei capperi e dell’aglio ho già parlato in un articolo recente. Ma ancora più grande è il potere rasserenante delle acciughe: ti conquistano con il loro mobile sapore e con il profumo della loro storia: il garum, la “salsa” dei Romani e di Pompei; i quadri; la pesca dei Malavoglia; la “follia” di Marinetti che proclamava: “Per ascoltare meglio la Nona di Beethoven è preferibile mangiare datteri ripieni di acciughe”.

E forse aveva ragione.

(FONTE FOTO:rete internet)