“Tedeschi, vi darò il pane”: così Hitler vinse le elezioni del 1933. Conviene ricordarlo

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Le devastanti crisi dell’economia e la “fame” del popolo hanno aperto la strada, dopo la prima guerra mondiale, alle dittature “nazional- popolari” di Mussolini e di Hitler, e, in questi tempi del “covid 19”, consolidano le fortune politiche di neofascisti, sovranisti e populisti di ogni taglia e misura. I cittadini, i politici, i giornalisti si esprimono con parole e immagini tratte dal lessico della guerra.

 

“Prima viene il mangiare, poi la morale” (Bertold Brecht).

 

La fame patita durante la prima guerra mondiale e anche negli anni del lungo dopoguerra i Tedeschi non la dimenticarono più, a tal punto che essa divenne il tema centrale delle elezioni del 1933, quelle vinte dal partito nazionalsocialista di Adolf Hitler. Il ricordo dell’“inverno delle rape” dominò la campagna elettorale: Hitler parlò poco di altri temi e problemi, e perciò Carl von Ossietzky scrisse sul giornale “Weltbhune”: “Il programma è carente, ma le sue prestazioni da agitatore sono, al contrario, considerevoli.”. “L’inverno delle rape” fu quello tra il 1916 e il 1917: il raccolto di patate fu scarso, e la produzione, già misera, era destinata tutta all’esercito: la popolazione civile dovette accontentarsi delle rape, prima riservate agli animali. La malnutrizione colpì in modo particolare i bambini, e il “Carnegie Endowment for International Peace” stimò che in ogni anno di guerra almeno centomila Tedeschi morivano di fame. Scrivono Will Brownell e Denise Drace che i raccolti erano scarsi anche perché lo Stato Maggiore dell’esercito tedesco aveva arruolato quasi tutti gli agricoltori, e inoltre aveva confiscato le sostanze chimiche, prima usate nella produzione di fertilizzanti, perché i suoi tecnici ne ricavassero quantità enormi di gas tossico seguendo la “ricetta” del dott. Fritz Haber. Il quale, sebbene fosse “inventore” della guerra chimica e responsabile di migliaia di morti, nel 1919 ricevette il Premio Nobel. Dunque, I Tedeschi non dimenticarono la fame di quegli anni: ancora nel marzo del 1936,  in un discorso al Reichstag, Hitler poteva dire: “Pane! Un solo grido si leva da un popolo di 50 milioni di persone”.Era opinione diffusa, condivisa anche da qualche storico di chiara fama, che il territorio della Germania non riuscisse a nutrire tutti i Tedeschi: su questa opinione Hitler fondò il suo programma di conquista di nuove terre ad oriente, e lo confermò nel “Mein Kampf”: “Noi mettiamo fine alla politica coloniale e commerciale dell’anteguerra e passiamo alla politica del territorio del futuro. Perciò, quando noi oggi in Europa parliamo di proprietà fondiaria, possiamo pensare prima di tutto alla Russia e ai sottomessi stati confinanti.” La guerra venne giustificata dalla necessità di conquistare “spazi vitali” per il popolo tedesco, poiché “la guerra è l’ultima arma con la quale un popolo si batte per il pane quotidiano”. Ricorda Fabrizia Morandi, in un articolo del 2001, che il tema della fame e dell’alimentazione “si snoda come un filo conduttore durante l’arco intero della vita di Hitler”, dalla denutrizione della gioventù al vegetarianismo e ai problemi all’apparato digerente. Il 23 settembre 1943 i Tedeschi liberarono Mussolini, rinchiuso a Campo Imperatore, e lo portarono in Germania, dove venne visitato dal dott. Morell, uno dei medici personali di Hitler. Scrisse Goebbels, il ministro della propaganda, che al Duce erano stati riscontrati “problemi circolatori e disturbi intestinali, cioè le tipiche malattie del politico rivoluzionario moderno, da cui tutti noi siamo più o meno afflitti.”.

I 900 morti per “covid 19 ” di giovedì 3 dicembre, i provvedimenti presi dal governo, il linguaggio dei cittadini, dei politici, dei giornali  danno l’ idea della guerra che l’Italia sta combattendo contro la pandemia. Il centrodestra occupa la Camera per protestare contro la decisione di Conte di illustrare il “dpcm” solo in TV, il presidente della Valle d’ Aosta definisce “inique le norme del governo” e “rivendica la particolarità della montagna per quanto riguarda gli spostamenti e il commercio.”, De Luca  dichiara pubblicamente che la Campania è “sotto attacco”, i ministri renziani si agitano ricordando al governo i problemi dei ristoratori e degli anziani, e a Napoli commercianti, ristoratori e baristi sono pronti a sfidare i divieti: non hanno più la forza di sopportare “questa continua indecisione che oltre al danno economico fa danni psicologici notevoli”. E’ guerra tra le Regioni, tra le  “piattaforme” della distribuzione a domicilio e i negozi di quartiere, tra i negozi stessi sulla politica degli sconti e sui “saldi”. Come era facile prevedere, è guerra sui vaccini: il presidente della “Irbm” di Pomezia dichiara che “gli hacker cercano di ritardare la corsa del nostro vaccino AstraZeneca, da quando si è saputo che il prezzo di vendita sarebbe stato di 2,80 euro a dose”, e intanto “il vaccino cinese va alla conquista del continente africano” partendo dalla base del Marocco. Claudio Tito chiude il suo “pezzo” sulla “disunità nazionale” citando una riflessione di Benedetto Croce: “Strani questi italiani. Sono così pignoli che in ogni problema cercano il pelo nell’uovo e quando l’hanno trovato, gettano l’uovo e si mangiano il pelo”.  “In questo caso, però- osserva il giornalista -l’uovo è il nostro Paese”.

Insomma,  “ la Repubblica” di venerdì 3 dicembre pare un bollettino di guerra.