Giulio Carlo Argan scriveva: “poesia e realismo, lirismo e commedia, ispirazione colta e ispirazione popolare rimangono i temi, talvolta intrecciati, della pittura napoletana del Seicento”. Il Barocco è senza dubbio uno dei momenti artistici più felici, se non il più felice, della storia dell’arte napoletana. Delle scuole pittoriche del tempo quella di Napoli è, dopo Roma, sicuramente la più importante.
Eppure non sarebbe potuto esistere il Barocco napoletano senza il contributo di due grandi artisti di fama internazionale: Caravaggio e Ribera. Il primo è il genio rivoluzionario e folle che in pochi anni cambiò radicalmente il modo di fare arte; il secondo è uno dei suoi più importanti seguaci, uno dei primi “caravaggeschi”, come poi si dirà di tanti artisti del tempo. Entrambi sono a Napoli nei primi decenni del XVII secolo, ma dopo il breve soggiorno di Caravaggio in città , fondamentale per la formazione di molti artisti locali, è Jusepe, o Josè, de Ribera il protagonista assoluto del panorama artistico napoletano della prima metà del Seicento. Nato nel 1591 presso Valencia, “lo spagnoletto” (così Ribera viene detto per le sue origini iberiche e per la sua bassa statura) si trasferisce giovanissimo in Italia. Tra il 1609 e il 1611 è a Parma, poi a Roma e infine, nel 1616, a Napoli.
Ammira il gioco di luci e il realismo di Caravaggio e decide di seguirne l’esempio. Appoggiato e apprezzato dalla corte spagnola dei viceré di Napoli, Ribera si stabilisce definitivamente nella città partenopea. Sposa Caterina, la figlia del pittore Giovanni Bernardino Azzolino, e in pochi anni accresce la sua fama. Ama Napoli e Napoli lo ama. Nelle sue opere, dai tratti chiaramente caravaggeschi, la luce modella i corpi di figure straordinariamente realistiche. Eppure, a differenza di quello del Merisi, il verismo di Jusepe de Ribera non ha come scopo la pura imitazione della realtà . La sua ricerca, tutt’altro che “classica”, mira piuttosto a impressionare, a colpire, secondo una prassi che sarà poi tipicamente barocca.
Ben presto, infatti, il grottesco, il deforme, l’orrendo diverranno il vero soggetto delle opere del maestro valenzano. Nei dipinti del Ribera, scrive ancora l’Argan, “i filosofi antichi sono raffigurati come straccioni e vagabondi” mentre “gli apostoli sono vecchi dalla pelle flaccida e grinzosa”. Una pittura, per dirla in breve, in cui la realtà agghiacciante e stupefacente dei soggetti ritratti sbalordisce e incanta, di modo che le immagini dipinte possano rimanere indelebili nella mente di chi guarda. È ciò che accade, ad esempio, ammirando il “Sileno ebbro” (foto), oggi parte della collezione permanente del Museo di Capodimonte. Nel dipinto del Ribera emerge con forza la figura del Sileno disteso al centro della tela, il cui corpo, nudo e paffuto, cosa rara nella pittura italiana ed internazionale, definito con estremo realismo, sorprende e meraviglia lo spettatore tanto da restare a lungo, come ricordo, nella sua memoria.
Reale e irreale, fisica e metafisica, sembrano dunque convivere nell’arte di un maestro, “lo spagnoletto”, che portò il Barocco (nel suo significato letterale di «stravagante, bizzarro») a Napoli, e che, con Caravaggio, inaugurò in città un’ineguagliabile stagione artistica. A Napoli il Ribera vi visse trentasei anni. Alla sua morte le sue spoglie furono sepolte, secondo i documenti e le fonti, nella Chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina. Oggi, purtroppo, il sepolcro dell’artista è andato perduto. Attraverso quaranta dipinti la mostra ripercorre una parte importante della sua vita: gli anni giovanili in Italia. L’evento, che non a caso s’intitola «Il giovane Ribera tra Roma, Parma e Napoli 1608-1624», è stato realizzato per riunire le opere realizzate dall’artista nei primissimi anni in Italia, a Roma, a Napoli e soprattutto a Parma.
Queste ultime, credute perdute, sono state recentemente individuate in un folto gruppo di dipinti che Roberto Longhi aveva attribuito a un pittore di origine francese attivo a Roma in area caravaggesca e che gli studi di Gianni Papi hanno ricondotto, invece, ad un giovanissimo Ribera. Rispetto alla mostra di Madrid, quella di Napoli si arricchisce di ulteriori opere che contribuiscono ad amplificare la già ricca produzione del maestro valenzano. Un pittore “nel segno di Caravaggio”, un “pittore della luce”, il cui senso inquietante e drammatico che traspare dal realismo delle sue opere ispirò Lord Byron che di lui disse: “intingeva i pennelli nel sangue dei santi”.
(Fonte foto: Rete Internet)
