A CAPODIMONTE LA MOSTRA SU RIBERA, LO SPAGNOLO CHE PORTÃ’ IL BAROCCO A NAPOLI

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Fino all”8 gennaio il Museo di Capodimonte ospita i capolavori giovanili di Jusepe de Ribera. La mostra, tenutasi al Prado di Madrid in primavera, arriva finalmente nella patria adottiva del maestro.

Giulio Carlo Argan scriveva: “poesia e realismo, lirismo e commedia, ispirazione colta e ispirazione popolare rimangono i temi, talvolta intrecciati, della pittura napoletana del Seicento”. Il Barocco è senza dubbio uno dei momenti artistici più felici, se non il più felice, della storia dell’arte napoletana. Delle scuole pittoriche del tempo quella di Napoli è, dopo Roma, sicuramente la più importante.

Eppure non sarebbe potuto esistere il Barocco napoletano senza il contributo di due grandi artisti di fama internazionale: Caravaggio e Ribera. Il primo è il genio rivoluzionario e folle che in pochi anni cambiò radicalmente il modo di fare arte; il secondo è uno dei suoi più importanti seguaci, uno dei primi “caravaggeschi”, come poi si dirà di tanti artisti del tempo. Entrambi sono a Napoli nei primi decenni del XVII secolo, ma dopo il breve soggiorno di Caravaggio in città, fondamentale per la formazione di molti artisti locali, è Jusepe, o Josè, de Ribera il protagonista assoluto del panorama artistico napoletano della prima metà del Seicento. Nato nel 1591 presso Valencia, “lo spagnoletto” (così Ribera viene detto per le sue origini iberiche e per la sua bassa statura) si trasferisce giovanissimo in Italia. Tra il 1609 e il 1611 è a Parma, poi a Roma e infine, nel 1616, a Napoli.

Ammira il gioco di luci e il realismo di Caravaggio e decide di seguirne l’esempio. Appoggiato e apprezzato dalla corte spagnola dei viceré di Napoli, Ribera si stabilisce definitivamente nella città partenopea. Sposa Caterina, la figlia del pittore Giovanni Bernardino Azzolino, e in pochi anni accresce la sua fama. Ama Napoli e Napoli lo ama. Nelle sue opere, dai tratti chiaramente caravaggeschi, la luce modella i corpi di figure straordinariamente realistiche. Eppure, a differenza di quello del Merisi, il verismo di Jusepe de Ribera non ha come scopo la pura imitazione della realtà. La sua ricerca, tutt’altro che “classica”, mira piuttosto a impressionare, a colpire, secondo una prassi che sarà poi tipicamente barocca.

Ben presto, infatti, il grottesco, il deforme, l’orrendo diverranno il vero soggetto delle opere del maestro valenzano. Nei dipinti del Ribera, scrive ancora l’Argan, “i filosofi antichi sono raffigurati come straccioni e vagabondi” mentre “gli apostoli sono vecchi dalla pelle flaccida e grinzosa”. Una pittura, per dirla in breve, in cui la realtà agghiacciante e stupefacente dei soggetti ritratti sbalordisce e incanta, di modo che le immagini dipinte possano rimanere indelebili nella mente di chi guarda. È ciò che accade, ad esempio, ammirando il “Sileno ebbro” (foto), oggi parte della collezione permanente del Museo di Capodimonte. Nel dipinto del Ribera emerge con forza la figura del Sileno disteso al centro della tela, il cui corpo, nudo e paffuto, cosa rara nella pittura italiana ed internazionale, definito con estremo realismo, sorprende e meraviglia lo spettatore tanto da restare a lungo, come ricordo, nella sua memoria.

Reale e irreale, fisica e metafisica, sembrano dunque convivere nell’arte di un maestro, “lo spagnoletto”, che portò il Barocco (nel suo significato letterale di «stravagante, bizzarro») a Napoli, e che, con Caravaggio, inaugurò in città un’ineguagliabile stagione artistica. A Napoli il Ribera vi visse trentasei anni. Alla sua morte le sue spoglie furono sepolte, secondo i documenti e le fonti, nella Chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina. Oggi, purtroppo, il sepolcro dell’artista è andato perduto. Attraverso quaranta dipinti la mostra ripercorre una parte importante della sua vita: gli anni giovanili in Italia. L’evento, che non a caso s’intitola «Il giovane Ribera tra Roma, Parma e Napoli 1608-1624», è stato realizzato per riunire le opere realizzate dall’artista nei primissimi anni in Italia, a Roma, a Napoli e soprattutto a Parma.

Queste ultime, credute perdute, sono state recentemente individuate in un folto gruppo di dipinti che Roberto Longhi aveva attribuito a un pittore di origine francese attivo a Roma in area caravaggesca e che gli studi di Gianni Papi hanno ricondotto, invece, ad un giovanissimo Ribera. Rispetto alla mostra di Madrid, quella di Napoli si arricchisce di ulteriori opere che contribuiscono ad amplificare la già ricca produzione del maestro valenzano. Un pittore “nel segno di Caravaggio”, un “pittore della luce”, il cui senso inquietante e drammatico che traspare dal realismo delle sue opere ispirò Lord Byron che di lui disse: “intingeva i pennelli nel sangue dei santi”.
(Fonte foto: Rete Internet)

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BAGNASCO, BERLUSCONI E LA CULTURA DELLA SEDUZIONE

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Il disastro antropologico ormai si è svelato, non risparmia nessuno e ha reso asfissiante il clima politico e sociale. Siamo testimoni di tempi tristi e circondati da piccoli berluscones. Di Amato Lamberti

Nel discorso tenuto di recente dal cardinale Bagnasco, giornali e televisioni, insieme a tutta la folla degli "opinionisti", hanno cercato di leggere la posizione della Chiesa, e in particolare della Conferenza Episcopale Italiana, nei confronti del Governo nella attuale congiuntura affollata di scandali, di inchieste della Magistratura, di difficoltà economiche. Una posizione almeno strana che rivela la convinzione di molti che dovesse essere la Chiesa, se non il Papa,a dare la spallata capace di far cadere rovinosamente questo governo a dir poco "dissoluto" oltre che "dissolto".

La spallata non c’è stata, o, almeno, non è stata una spallata di quelle che possono far cadere un governo sia pure in difficoltà. Certo, sul "berlusconismo", il giudizio non poteva essere più netto. Ma ad essere additato come responsabile del berlusconismo non è stato il solo Berlusconi, ed anzi il cardinale Bagnasco, riprendendo un tema caro alla sociologia, in particolare di Bauman, ha descritto la via italiana alla "modernità liquida" come un vero e proprio disastro antropologico.

Dice Bagnasco: " Nella mentalità più diffusa, la sofferenza è l’ambito oscuro della vita che è meglio mettere in parentesi, e da cui in ogni caso è necessario preservare i più giovani. Ma questo, pur scaturito dalle migliori intenzioni, è l’autoinganno più fatale che si sia indotto nei figli, nei nipoti, nei discepoli. Tentando di preservarli dalle difficoltà e dalle durezze dell’esistenza, si rischia di far crescere persone fragili, poco realiste e poco generose. Se a questo si aggiunge una rappresentazione fasulla dell’esistenza, volta a perseguire un successo basato sull’artificiosità, la scalata furba, il guadagno facile, l’ostentazione e il mercimonio di sé, ecco che il disastro antropologico in qualche modo si compie a danno soprattutto di chi è in formazione".

Sotto accusa è una società che ha utilizzato il progresso economico e tecnologico per evitare, giustamente, il dolore e le sofferenze umane, ma che forse proprio per questo non è oggi più attrezzata ad affrontare le crisi, le difficoltà e le durezze della vita. Una società che ha coltivato l’individualismo – dall’edonismo degli anni ’80 al narcisismo degli anni ’90- e che ora non sa più trovare il senso del bene comune, avendo dissipato, come insopportabili freni alla libertà individuale, i riferimenti etici, ideali, ed anche ideologici, collettivi.

Il sociologo Bauman è citato direttamente dal cardinale Bagnasco: "In un documento del nostro Episcopato pubblicato trent’anni orsono ( La Chiesa italiana e le prospettive del Paese,1981) si diceva icasticamente: "il consumismo ha fiaccato tutti". Ed eravamo appena agli inizi di quel processo di trasformazione che interesserà l’Italia e l’Occidente nei decenni a seguire, e troverà rappresentazione nella cosiddetta "modernità liquida" dominata da quella che alcuni hanno definito "ideologia del mercato"." Ed inoltre, rimanda ancora direttamente al sociologo polacco: "La desertificazione valoriale ha prosciugato l’aria e rarefatto il respiro. La cultura della seduzione ha indubbiamente raffinato le aspettative ma ha soprattutto adulterato le proposte. Ha così potuto affermarsi una idea balzana della vita, secondo cui tutto è a portata di mano, basta pretenderlo."

Si tratta di un processo che ha investito non solo la società italiana ma l’intero mondo occidentale. Il mondo come un grande supermercato, in cui tutto è a portata di mano in un duplice senso: in quanto può essere facilmente comprato, grazie alla disponibilità di mezzi economici, ma soprattutto in quanto qualunque scelta è legittima, senza limiti o vincoli sociali e morali. Sebbene, come riconosce lo stesso Bagnasco, solo una parte della società si sia adeguata a questo modello, "il calco di quel pensiero è entrato sgomitando nella testa di molti, come un pensiero molesto che pretende ascolto".

Questo è il vero disastro – quello antropologico – che non risparmia nessuno e che davvero rende asfissiante il clima politico e sociale in questo tempo triste del quale siamo costretti ad essere testimoni. Non è per sottovalutare la portata del "fenomeno Berlusconi", ma il disastro sembra andare al di là di lui e delle sue gesta. Semmai Berlusconi ne è stato l’emblema, il "testimonial", soprattutto nell’Italia degli ultimi trenta anni.

Potremmo anche chiederci: quanti Berlusconi incontriamo nella nostra vita quotidiana? Quante tra le persone che conosciamo si comporterebbero allo stesso modo avendo gli stessi soldi e lo stesso potere? Basterebbe solo pensare ai Senatori e ai Deputati che valgono meno del cavallo di Caligola perché nominati solo per meriti di fedeltà, e che si atteggiano a fotocopie sbiadite del loro capo e padrone, nel piccolo, magari, di un contesto provinciale. Ma anche ai tanti Amministratori comunali che incontriamo tutti i giorni presi da un delirio di onnipotenza che gli impedisce di cogliere anche la loro incapacità di affrontare i problemi della collettività che amministrano. Piccoli berluscones crescono dovunque attorno a noi.

Non è una giustificazione del premier e dei danni che ha provocato all’intero Paese: solo che ogni tanto bisogna pur riflettere sulle dimensioni del cambiamento culturale nel quale siamo immersi. Un cambiamento che si riflette nel disagio di cittadini che non si fidano più delle Istituzioni, dei partiti e nemmeno dei vicini di casa; che stanno male se non lavorano ma che vivono con malessere la propria condizione lavorativa; che sono incerti del proprio futuro se sono giovani, e del futuro dei propri figli se non sono più giovani; che vedono le tasse come una vessazione, in quanto sono vessatorie quando non vengono spese per il bene di tutti; e che alla fine decidono di farsi solo gli affari propri, utilizzando tutti i mezzi a disposizione, legittimi o meno che siano, dall’evasione fiscale alle costruzioni abusive, ad ogni sorta di furberia per raggiungere i propri scopi, anche a danno dei diritti degli altri e, soprattutto, di quelli collettivi.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LE PAROLE DELLA POLITICA: <i>ZEFOLE</i> AL VENTO

Nella settimana appena trascorsa, la politica italiana ha scaraventato addosso ai cittadini inermi camionate di parole con effetto boomerang. Uno spasso. Di Carmine Cimmino

Non a caso Omero, che era un competente, diceva che le parole sono alate. Perché uno si illude di piegarle alle proprie intenzioni, di costringerle a significare solo la sua volontà: ma uscite dal cancello dei denti, le parole svelano la loro vocazione a tradire. Uno le usa per colpire, e ne viene colpito: le sue stesse parole , “alate“, volano a pugnalarlo alle spalle. Andiamo a scovare le prove di questo infame comportamento delle parole negli articoli del “Corriere della Sera“ di domenica 2 ottobre.

Concentrate la vostra attenzione sui territori. Come fecero i briganti, donne e uomini del Sud, che con coraggio hanno combattuto la loro battaglia di libertà contro i soprusi“. Questo è il monito che alla gente di Campobasso rivolge il dott. Gianfranco Micciché, che è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e dunque è collega di governo dei sigg. Bossi e Calderoli, i cui gesti, le cui gesta tutti conosciamo: e le cui parole sono per noi terroni una manna piovuta dal cielo, sono una grazia di Dio, come cercheremo di dimostrare prossimamente. A questo Governo, in cui siedono l’on. Micciché e i sigg. Bossi e Calderoli, la Mente che regge il Cosmo – è una Mente impastata di ironia- ha voluto che toccasse il compito di celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia.

L’on. Angelino Alfano ha la voce a una sola corda: il timbro è alto e si impenna in coda, ha qualcosa da ultima spiaggia: è una voce adatta per incitare alla battaglia estrema. Arringa, l’on. Alfano, gli eletti del Popolo della Libertà, riuniti a Milano: comunica che l’on. Silvio Berlusconi ha bisogno di aiuto, “lui non ha mai avuto bisogno di noi, anzi è lui che ci ha sempre trascinato… Per la prima volta, dopo 18 anni, è lui che ha bisogno di noi.“. Ora, può dire questo solo il segretario di un partito “personale“. Non è un’ osservazione polemica. È un dato oggettivo. Quaranta anni fa i politologi previdero che dal ventre della democrazia in crisi sarebbero venuti fuori i partiti del capo: e in Italia non ci sono solo quelli dell’on. Berlusconi e del sig. Bossi.

Trascinato dall’entusiasmo, l’on. Alfano promette ai suoi che verrà costruito un partito delle “persone perbene“, e mi pare ovvio, un partito schierato contro i padrini, e mi pare doveroso, un partito che combatterà contro “gli ‘ndraghetisti, i camorristi e i mafiosi di esportazione“, e mi pare giusto, camorristi e mafiosi di esportazione sono più pericolosi di quelli che restano nelle terre d’origine: un partito, infine, che rafforzerà “il carcere duro“: e mi pare saggio, camorristi e mafiosi che si fanno beccare meritano il carcere più duro che si possa immaginare. Infine, l’on.Alfano incendia il pubblico: sarà un partito “senza padrone“. E come lo sarà, senza “padrone“? Che ha voluto dire? Mi sfugge qualche nesso. “L’on. La Russa tuona: “Tiriamo fuori gli attributi, tiriamo fuori le idee”, ( pag.8) e credo che si riferisca a due tirar fuori distinti, e a parti del corpo diverse, e mi fermo qui, proprio sul ciglio di una battuta volgare.

La signora Daniela Santanché (pag.8) fa l’elogio della plastica, per rispondere ironicamente a chi dice che “Forza Italia era un partito di plastica.“. Quando si accorge che il suo elogio suscita in platea – dove siedono uomini e donne del PDL – facili sarcasmi, la signora sottosegretario si salva con l’autoironia: “Voi capite che a me parlare di plastica viene bene.”. Risate. Applausi. Un attimo prima aveva garantito che la “plastica non puzza se non la si brucia.”. E per salvarsi da Scilla, era incappata in Cariddi. Per fortuna, in platea nessuno aveva pensato – ne sono certo – a Giovanna D’ Arco e ai roghi.

Diego della Valle è il patron della Fiorentina: io tifo Fiorentina da cinquanta anni, e dunque nel parlare di Della Valle non sono sereno: credo che nella storia viola ci siano stati patron migliori di lui. Il dott. Della Valle ha comprato le pagine di alcuni giornali per pubblicarvi un fermo e cortese invito alla classe politica perché lasci le seggiole e si ritiri a vita privata. L’on. Rosy Bindi, Presidente del PD, scatta contro l’imprenditore: “Non si fa in questo modo.” ( pag. 10). Perché, che ha fatto, il dottore? Il dott. Della Valle non ha fatto altro che mettersi sulla scia dell’on. Bersani, la cui implacabile opposizione al Governo si ispira al modello di Catone il Censore. Il quale prendeva ogni giorno la parola in senato, e incurante delle sbuffate dei colleghi, eccolo, ci risiamo, ‘mo ripiglia ‘ o taluorno, facitelo sta’ zitto, quale che fosse il tema del suo intervento, la bonifica delle paludi Pontine o le tariffe dei barbieri romani, concludeva il discorso con il ritornello:“ Cartagine deve essere distrutta. “.

E alla fine fu accontentato: ma solo perché i colleghi non ce la facevano più, a sopportarlo. Distruggiamo Cartagine: basta c’a fernisce. E così fa l’on. Bersani, col suo ritornello: Berlusconi se ne deve andare. Il dott. Della Valle ha esteso il concetto: l’on. Berlusconi se ne deve andare, e voi tutti con lui, da destra a sinistra. Anche quelli che calzano le mie scarpe. Perciò la on. Bindi si è offesa: “Mi rispetti almeno come consumatore“, e “indicava le scarpe Tod’s ai suoi piedi” (pag.10). L’on. Alfano ha promesso che il partito che egli ha in mente “non candiderà chi possiede una macchina di una cilindrata che non si può permettere“: ha detto proprio così, controllate a pag. 8: e il cronista annota: applausi, tutti in piedi. Speriamo che il PD escluda dalle liste tutti coloro che calzano scarpe costose: e basta. ‘O sazio nun crede ‘o riuno, il sazio non può capire chi ha la pancia vuota.

Ma Alessandro Profumo, ex banchiere, che dovrebbe essere “il papa nero dell’opposizione“, osserva che “è sbagliata l’idea che la società civile sia davvero tanto migliore della classe politica“. Scosso dalla terribile verità, mi metto a cercare immediatamente il commento della ministra signora Gelmini. Non è possibile che non ci sia, il suo commento, su un tema così complesso. E finalmente lo trovo. Povero dott. Della Valle. La signora ministra l’accusa di comprare pagine dei giornali “per sporcare la politica“ (pag. 10). Ma che fa, dottor Della Valle ? Spreca tempo e danaro, non per migliorare la difesa della Fiorentina, non per ingaggiare un centravanti, uno vero: ma per sporcare la politica: cioè, per fare una cosa che altri hanno fatto e fanno non solo senza cacciare di tasca un euro, ma riscuotendo perfino un congruo rimborso spese.

Dott. Della Valle, farsi bacchettare così dalla signora ministra! Non mi costringa a diventare tifoso del Verona. Se qualcuno, provocatorio, le ricorda l’amicizia con l’on. Mastella, risponda con un “pensiero“ di Joseph Joubert: se il mio amico è guercio, lo guardo di profilo.
(Foto: Dipinto ad olio di Fulvio Di Piazza, Peste, 1999 (da "Arte" del giugno 2000)

LA STORIA MAGRA

LA CRIMINALITÁ ORGANIZZATA (II PARTE)

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La criminalità organizzata non è sempre e solo un problema locale. Non si può negare la sua evoluzione e l”espansione oltre i confini nazionali; il rischio? Una mafia confederata su scala mondiale.

Nell’articolo precedente abbiamo mostrato le principali caratteristiche della criminalità organizzata, definendole, e costituendo a definire un quadro concettuale abbastanza preciso sulla questione, ovvero, di come identificare la criminalità organizzata nella sua fattispecie.
Oggi tratteremo un’ulteriore declinazione dell’argomento: l’espansione della criminalità organizzata anche oltre i propri confini nazionali, delineandone alcune peculiarità riconducibili, ad una evoluzione della criminalità organizzata a livello nazionale.

Attualmente la criminalità organizzata ha acquisito una dimensione transnazionale. Il che non significa che tutti i gruppi criminali organizzati operino su questa scala, ma che esistono rapporti sempre più frequenti tra traffici e attività criminose di un paese e quelli di altri, dato che le organizzazioni guardano con interesse sempre maggiore ai mercati di oltre confine; interesse che, riproponendo l’esempio, pone le imprese multinazionali in propensione a massimizzare i propri profitti. Le multinazionali del crimine tendono ad estendere la propria libertà d’azione, moderando gli effetti dei controlli nazionali e internazionali.

Mettendo a confronto le imprese multinazionali legali con le illegali, si possono inoltre evidenziare diverse analogie tra cui la solidità, l’ampiezza e l’articolazione geografica, nonchè la complessità gerarchica della struttura. Ovviamente vi sono anche alcune differenze. Ad esempio, la violazione della legge, che costituisce l’essenza per le organizzazioni criminali, anche se le attività illecite vengono a connettersi ad attività ed investimenti legali; trasgressione che non avviene per le imprese legali.

Le multinazionali del crimine operano, dunque, sullo stesso tessuto sociale e si avvantaggiano sfruttando le stesse caratteristiche del tessuto e trasformando le sue debolezze in opportunità di mercato. Il clima che permette la nascita di queste imprese criminali si ha con: l’evoluzione dei mezzi di trasporto e di comunicazione, la permeabilità dei confini nazionali, la liberalizzazione e la globalizzazione della rete commerciale e finanziaria; un contesto nel quale la globalizzazione ne diviene luogo ideale.

Dunque non si può considerare l’organizzazione criminale semplicemente come un problema locale e di ordine pubblico, dato che, secondo alcuni studiosi della tematica, si prospetta la minaccia di una ipotetica, ma possibile, federalizzazione dei vertici mafiosi presenti nei vari paesi del mondo; questi ultimi, per meglio gestire la dimensione transnazionale dei loro traffici, potrebbero infatti decidere di organizzare un livello superiore gerarchicamente federalizzato, oppure semplicemente un organismo coordinante, confederale. Si giungerebbe, dunque, ad un processo di formazione di mondializzazione della mafia.

CRIMINOPOLI

APERITIVO E ARTE AL CASTEL SANT”ELMO

Si terrà oggi 2 ottobre a partire dalle 18.00 l”apertura del progetto Life-Cycle, con esposizione di opere di 39 talenti campani. Il tema su cui gli artisti si confrontano è il riciclo.

L’ “Aperitivo a Castel S’Elmo”, apre l’evento Life Cycle,. Il tema su cui i 39 artisti sono chiamati a confrontarsi è la visione della riduzione, del riutilizzo, del riparare, del riciclare, del rallentare e contrastare processi che hanno impatti negativi sul territorio. Uno dei temi di maggiore attualità nella città. È un problema che richiama alla mente immagini che fanno male, specialmente quando la città nella quale si è nati e nella quale si è deciso fermamente di affondare le proprie radici, ribadendo il proprio diritto di risiedervi, è invece rinomata per la sola criminalità, la cattiva gestione, il degrado.

L’immagine di una città sommersa dall’immondizia fa il giro del mondo. In Europa si parla di produzione di bio metano dagli scarti dei rifiuti per alimentare il riscaldamento di appartamenti ed i motori delle automobili, a Napoli il problema dei rifiuti sembra diventare irrisolvibile. L’Artista, attraverso il suo lavoro, diventa una voce della Città. Life Cycle è il progetto sociale promosso dall’associazione Cisl Giovani Napoli in collaborazione con Like a Peach.

Gli artisti in mostra: Marialaura Abate, Valerio Acampora, Leonardo Allocca, David Ambrosio, Giovanna D’Amico, Marco Delle Donne, Lucio Ddt, Mikly Art, Raif Art, Giuseppe Barbato, Maria Teresa Cavaliere, Cristina Cianci, Stefano Ciotola, Daria De Angelis, Dario & Panico, Gianroberto Iorio, Antonella Iovino, Centro Stile Lacertae, Francesca Lavorgna, Nadia Luongo, Luigi Ruggiero Malagnini, Luca Massa, Angelo Montefusco, Daniela Mauro, Rosanna Monacella, Francesco Napolitano, Cesare Panaccione, Luca perisiano, Antonio Picardi, Maria Russo, Giacomo Savio, Adele Sommella, Danilo Spiteri, Dario Toledo, Giovanni Tuoro, Trapanig, Paolino Vecchione, Paolo Vecchione, Veronica Vecchione.

UNA DISPUTA TRA DIRIGENTE SCOLASTICO E DOCENTE

Il caso riguarda l”intervento correttivo sul registro di classe di un Dirigente scolastico su una precedente nota scritta da un docente, atta a sanzionare il comportamento di un alunno.

Il prof. J. F. B. ricorreva avverso un provvedimento del dirigente scolastico della scuola media , con cui si disponeva la cancellazione di un’annotazione autografa, apposta dal medesimo prof. B. sul registro di una classe della predetta scuola.

Il Dirigente scolastico in sede difensiva rappresentava come la nota in questione, con la quale si definiva un allievo di dodici anni “reo confesso di molestie sessuali riguardo ad una sua compagna di scuola” avesse suscitato turbamento e reazioni, tali da compromettere il rapporto di fiducia tra famiglie e docenti, e come egli avesse riformulato la nota stessa, cancellando la precedente, nei termini ritenuti più consoni alle circostanze: “M.P. importuna pesantemente una compagna”.

Il dirigente riteneva legittima la sua azione perché confidava nell’art. 468 del decreto legislativo 297 del 1994, secondo il quale il capo d’Istituto ha il potere di intervenire con piena discrezionalità, in presenza di comportamenti lesivi della dignità della persona degli studenti e del decoro dell’istituzione scolastica, nonché di compromissione del rapporto di fiducia tra le famiglie degli alunni e la scuola; il medesimo Capo dell’Istituto, inoltre, sarebbe stato leso dall’atto in questione anche sul piano personale, essendo stato ipotizzato un abuso della posizione dirigenziale rivestita.

Il Collegio giudicante ha ritenuto che le ragioni del preside, pur ponendo in evidenza principi di per sé corretti, circa l’ambito dei poteri di cui è titolare il dirigente scolastico, non possono trovare accoglimento. Nella situazione in esame il professor B. si era trovato ad effettuare un accertamento di fatti di rilevanza disciplinare, in quanto sollecitato dalla studentessa importunata, aveva apposto un’annotazione sul registro di classe, in ordine a quanto accertato.
Le espressioni nella fattispecie utilizzate, in effetti, potrebbero apparire inadeguate, sia per la giovanissima età degli studenti coinvolti, sia per l’utilizzo di un linguaggio giuridico (dall’espressione “reo confesso” a quella di “molestie sessuali”) non consono ad una realtà scolastica composta da ragazzi dai 12 ai 13 anni.

L’annotazione di cui si discute, tuttavia, non era modificabile in via autoritativa ad opera del dirigente scolastico – non presente al momento del fatto stesso e all’atto della relativa registrazione. Il dirigente scolastico, tuttavia, avrebbe potuto intervenire avviando un procedimento di verifica e riesame, al termine del quale era possibile evidenziare, con ulteriori annotazioni decise dal Consiglio di classe, una diversa valutazione dell’episodio contestato (ove riconducibile ad un intendimento scherzoso e non di molestia vera e propria), con soluzioni conclusive da adottare, auspicabilmente, anche nel pieno rispetto della sensibilità della persona offesa e dell’autorevolezza del corpo insegnante. Tale intervento, invece ha assunto un carattere atipico, e dunque si è estrinsecato in misura diversa da quella prevista dalla norma.

In nessun caso, tuttavia, poteva ipotizzarsi un diretto intervento correttivo del Dirigente scolastico sul registro di classe, né ai sensi del citato art. 468 D.Lgs. n. 297/1994, né in base alle altre norme, dettate in materia di competenza del dirigente stesso (artt. 163 e 396 D.Lgs 297/94 cit.), in quanto deve riconoscersi, oltre all’interesse del Dirigente scolastico ad affermare il proprio indirizzo organizzativo e gestionale, l’interesse del singolo docente a tutelare la propria autonomia e la dignità delle proprie decisioni nei confronti degli studenti (Consiglio di Stato Sez. Sesta – Sent. del 31.01.2011, n. 715).

UNA SOLA DOMANDA AL PRESIDENTE DEL PARCO DEL VESUVIO

Questo articolo punta a tre cose: alimentare una polemica (da uomo di pace:), fare delle precisazioni, e -soprattutto- ottenere una risposta “vera” dal Presidente del Parco, Ugo Leone. Di Carmine CimminoAl prof. Ugo Leone
Presidente dell’E.P.N. del Vesuvio

Signor Presidente,
capita spesso che i difensori facciano autogol. Un Cavaliere della Legalità, che si firma Terramia, ha scritto, sul mio articolo “Così com’è, il Parco del Vesuvio è inutile”, un commento che aspirava a risultare polemico. Ma non ha centrato l’obiettivo. Il signor Terramia non ha lo spirito del polemista, non ne ha né l’istinto, né la tecnica. Insomma, gli mancano i fondamentali. È un Donadel che si mette a fare il Cavani. Chi attacca deve chiudere spazi e corridoi al contropiede dell’avversario: è la regola prima dell’arte della guerra, e dunque dell’arte della polemica.

E invece l’imprudente Terramia lascia scoperti i fianchi e le spalle: si muove in modo così approssimativo che a rispondergli non c’è sfizio. Ma devo rispondergli, anche se farò la figura di Maramaldo. Io ho scritto: Non c’è giorno in cui francesi, tedeschi, inglesi, ungheresi, svedesi, non ci chiedano se e dove troveranno, lungo i sentieri, punti di ristoro. E il Terramia osserva: Non ho mai sentito di tedeschi o nord europei che immaginino di trovare ristoro sui sentieri a livello di quei templi del cattivo-gusto che imperano alle falde del Vesuvio. Ed io in altri parchi d’Europa ci sono stato e il livello è ben diverso da quello che si trova qui.

Io ho visto qualcosa di simile ai leoni rampanti, a Biancaneve e ai nani nei parchi del Norico e nei parchi normanni; ho trovato, nei parchi bavaresi, una vasta offerta di brocche, piatti, caraffe e boccali con immagini squillanti che ricordavano Ludwig e Sissi. Terramia parla di cattivo gusto, e non sa di che parla. Non gli viene il sospetto che il kitsch, il cattivo gusto, possa essere esercizio di ironia, possa essere gioco: possa contribuire, nei ristoranti, a “straniare” la mente dalle preoccupazioni quotidiane e a preparare i sensi al piacere del cibo. Diceva Marcel Duchamp – mi auguro che Terramia ne abbia sentito parlare -, diceva Marcello che il grande nemico dell’arte è il buon gusto. Voleva dire, Marcello, che la volgarità non è nelle cose, ma nell’occhio di chi guarda.

Non c’è provincialismo più gramo e più gretto che quello di chi recita da cosmopolita. Egli si trova nella più triste delle condizioni: guarda, ma non vede. Se sapesse vedere, si accorgerebbe che l’umanità squaderna tutto il campionario delle sue virtù (le virtù della sua grandezza, le virtù della sua miseria) lungo le strade di un borgo non meno che per le strade di Parigi e di New York. A Napoli e sotto il Vesuvio mille persone riunite nello stesso luogo non diventano mai una folla, sono mille persone. L’hanno riconosciuto, e scritto, “turisti“ di grande nome: Gogol’, Ibanez, Benjamin, Gide, Soldati.

Terramia commenta il mio articolo, e dunque devo supporre che l’abbia letto. Noto che per lui punto di ristoro e ristorante significano la stessa cosa. Non è così, ovviamente: ma non fa niente. Capita. Per fortuna, la lingua italiana sa difendersi da sola. Rileggo il commento di Terramia, per intero. Non mi pare che l’abbia letto, il mio articolo. E poiché sarebbe offensivo pensare che l’abbia letto in modo approssimativo, o, addirittura, che, pur avendolo letto con cura, non ne abbia afferrato il senso, mi limito a opinare che egli abbia letto un altro articolo. Questo Cavaliere della Profondità, nemico giurato dell’approssimazione, scrive: Come si fa a pensare di svolgere una gara automobilistica all’interno di un Parco Nazionale! Cosa che è proibita dalla legge nazionale. E chi l’ha mai pensato. Trovatemi un passo dei miei articoli in cui si manifesti, o venga solo abbozzato, un pensiero così sconcio.

Se la gara si fosse svolta, non sarei stato tra gli spettatori: per me esistono solo tre sport: il calcio, la pelota arverna e il tiro con l’arco tartaro. E poi ci sono di mezzo le leggi nazionali. Mon Dieu, solo nella mente scombinata di un pazzo potrebbe comporsi l’idea di violare, oggi, una legge, e per di più, una legge nazionale. Fosse una legge comunale, o di quartiere, si potrebbe pure tentare… Ma una legge nazionale! Mi sono interessato di questa benedetta corsa perché uno dei miei cognati, che è di Palma Campania ed è un patito delle automobili, quando la mattina di sabato 10 settembre gli ho comunicato che non si correva più, si è scompisciato dal ridere, e rideva non dei tedeschi e dei nord-europei, ma di noi ottavianesi.

Inoltre, la notte tra il 10 e l’11, io che non sogno mai, ho sognato una specie di démone, un mezzo démone, una mezzacalzetta di demone, che, appollaiato in cima a una canna fumaria del Palazzo Medici, gridava alle ombre della notte: Ottaviano è un paese moribondo, e io gli darò il colpo di grazia. Sapevo che il sogno era colpa della cena a base di peperoni gialli. Ma la combinazione tra il sogno e lo scompisciarsi del Palmese mi ha turbato. Mi sono detto: bisogna almeno capire perché la corsa è stata affondata 48 ore prima del fischio d’inizio. È un caso. Ma pare fatto apposta. Il resto lo sapete.

Ma ora mettiamo da parte la corsa, le carte, le date, il caso benigno, il demone maligno. Non ne parliamo più. Dichiaro pubblicamente che quella corsa era una follia. Va bene? Resta una domanda, signor Presidente: una sola domanda, che tra un attimo le rivolgerò.
La mattina del 19 settembre lei mi ha concesso un’intervista. La sera le ho inviato, via e-mail, una sintesi dell’intervista, per la sua approvazione. Con una e-mail delle ore 20,08 lei mi ha trasmesso il testo approvato.
L’ho pubblicato, e l’ho commentato. Trascrivo, da quel testo concordato e pubblicato: “Sulla corsa automobilistica annullata il Presidente dichiara che molto prima di domenica 11 settembre qualcuno gli parlò della gara, ma in modo informale.
«Non è pervenuta all’ Ente Parco nessuna richiesta ufficiale».

E invece c’era, la richiesta ufficiale. In data 29 agosto 2011 l’ing. Luigi Papale, Presidente del Rombo Team Napoli, indirizza all’ Ente Parco, e all’attenzione del Presidente, dott. Ugo Leone, la richiesta “di approvazione“ per la gara. La lettera viene assunta al protocollo dell’ Ente il giorno 3 settembre, col n. 4438. Il 9 settembre, venerdì, alle ore 15.45, il fax dell’Ente Parco trasmette al Comune di Ottaviano la lettera con cui il Presidente comunica che la corsa non viene autorizzata. La lettera viene assunta al protocollo del Comune il giorno 12 settembre. Copie di questi documenti mi sono state consegnate dal sindaco di Ottaviano, nel suo ufficio, martedì 27 settembre.

Tra le carte, ci sono anche le autorizzazioni rilasciate, per le loro competenze, dalla Prefettura con un decreto del 5 settembre, revocato il 9 settembre, e dalla Provincia di Napoli con una determinazione del 2 settembre. Tra le carte c’è anche una copia del carteggio Comune- Ente Parco sul regolamento per la gestione del Palazzo Medici. Ma di questo complicato argomento parleremo la settimana prossima. Signor Presidente, questa lettera dell’ing. Papale è arrivata nelle sue mani? e se è arrivata, quando è arrivata ?

P.S. Il signor Terramia esercita il suo diritto alla polemica, ma si dimentica di dirci qual è il suo vero nome. Un Cavaliere della Legalità dovrebbe evitare sbadataggini di tale portata. Dovrebbe tutelare la sua polemica. Una polemica firmata con un nome di battaglia (???) è una polemica castrata. È come se l’uomo truce, “la testaccia“, del quadro di Salvator Rosa, che correda questo articolo, si mettesse a parlare, e dalla bocca gli uscisse non un rombo di tuono, ma un gorgheggio alla Farinelli: il filo di voce di una donzella timida: un trillo da spinetta. Anche un agelasta si scompiscerebbe dal ridere.
(Foto: Salvator Rosa, Ritratto virile, Collezione Di Giovanni, dal libro "S. Rosa tra mito e magia", Electa Napoli, 2008)

L’INTERVISTA A UGO LEONE

LA PELLE CHE ABITO

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Pedro Almodovar torna con un film particolare, che racconta la storia di un chirurgo plastico pronto a tutto per placare il proprio dolore. Il regista spagnolo confeziona un”opera che racconta la follia attraverso uno stile asciutto e lineare.

La piel que abito è destinato ad occupare un posto speciale nella filmografia di Pedro Almodovar. Perché tanto almodovariano è nella trama, quanto freddo e distaccato nella resa formale. Il regista spagnolo ci ha abituato, negli anni, ad una regia e a delle trovate oltre l’ordinario.

In particolare la sua prima parte di carriera (fino a Donne sull’orlo di una crisi di nervi), ma anche tutti i suoi film successivi, sono marchiati da personaggi, situazioni e scelte di stile volutamente esagerate, alla ricerca di quel kitsch consapevole e mai stonato che è diventato un segno di riconoscimento. L’esagerazione è stata per lui la chiave del successo, accanto alla straordinaria capacità di sondare con ironia e intelligenza l’animo delle donne, la forza delle persone ai margini della società, il valore vitale del ricordo. Con questa sua ultima fatica sembra che Almodovar abbia voluto tentare un esperimento: provare a raccontare la follia con uno stile più asciutto.

E la storia, questo va sottolineato, è folle abbastanza. Senza addentrarci troppo nei meandri del racconto – che ha la caratteristica di svelarsi piano piano ai nostri occhi come un puzzle – si può anticipare che le vicende ruotano attorno ad un chirurgo plastico introverso e impassibile (un Antonio Banderas leggermente fuori ruolo), sconvolto dalla perdita della moglie e della figlia e deciso ad osare con la scienza per trovare la “pelle” artificiale perfetta. Il mix tra esperimenti chirurgici, morte, vendetta e perversione porterà ad una storia piena di eccessi. Tuttavia – e questa è la novità – la regia (con tutto quello che comporta in termini di composizione delle inquadrature, direzione degli attori e scelte stilistiche e di montaggio) è paradossalmente sobria.

Abbondano i silenzi, con la scelta di inquadrature che giocano sulla simmetria e l’ordine piuttosto che sulla sovrabbondanza. Il tono è lineare; se Almodovar ci aveva abituato ad inserire, anche nei suoi film più drammatici, elementi grotteschi capaci di spezzare il ritmo, La piel que habito è al contrario monocorde, gioca con il linguaggio del thriller senza concedersi divagazioni in altri generi. Anche i personaggi e le situazioni – pur inserendosi in un contesto “esagerato” – sono come sterilizzati, raggelati. L’incursione di un uomo vestito da tigre nella casa del chirurgo e un finale che inserisce un momento di ilarità nel pieno del dramma sono tra i pochi momenti sopra le righe.

Al di là della forma, attraverso questo film Almodovar sceglie di parlare di un tema che conosce benissimo: l’ossessione. La struttura ad incastro – che spinge a chiedersi come si è arrivati al punto che vediamo sullo schermo – non distrae dall’immedesimazione in un comportamento anormale e ostinato, quello del chirurgo, che scandisce con i suoi piccoli gesti l’intero film. Come spesso succede con il regista spagnolo, la follia, la volontà di agire fuori dalle norme sociali o etiche, è un elemento naturale pronto ad esplodere al primo evento avverso.

Nel mondo di Almodovar – ed è il suo grande fascino – è “normale” che un chirurgo plastico famoso e rispettato decida di sperimentare con il corpo umano, spingendosi oltre i limiti della professione e della morale. Non ci sono raffinati percorsi psicologici da seguire; il dolore e l’ossessione sono sufficienti a spiegare la radice dell’anomalia. La piel que habito non è probabilmente il miglior film di Almodovar, ma ci dice delle cose interessanti sullo stato creativo dell’ex ragazzo prodigio del cinema spagnolo. Soprattutto, ci fa capire come ci troviamo di fronte ad un regista che, dopo anni, non ha perso la voglia di raccontare il suo mondo cercando nuovi linguaggi.

E il risultato è un film stilisticamente impeccabile, morboso perché tutto quello che succede è il frutto di una lucida volontà di trasformare la realtà e placare il dolore. Almodovar – e questo forse è il merito principale dell’opera – ha costruito un film funzionale al suo vero protagonista, la chirurgia plastica: attraverso gesti rigorosi e precisi, l’ossessione – lucida e folle insieme – ha il potere di trasformare la realtà.
(Fonte foto: Rete Internet)

Regia di Pedro Almodovar, con Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes
Durata: 120 minuti
Uscita nelle sale: 23 settembre 2011
Voto 7/10

LA RUBRICA

LA CHIESA DICE QUELLO CHE GLI ITALIANI PENSANO

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“Metodo scombinato”. Così il Presidente della CEI ha definito l”azione della politica italiana di fronte alla crisi economica. Senza dimenticare la questione morale. Di Don Aniello Tortora

Ha destato molto scalpore nella pubblica opinione, ma anche nella stessa comunità dei credenti, la recente Prolusione del Card. Bagnasco al Consiglio permanente della Cei.
Il discorso era nell’aria. Da più parti, ma soprattutto dalla base cattolica (parrocchie, movimenti, semplici fedeli) si chiedeva una presa di posizione molto netta. Ed è arrivata. Forse, per la prima volta, la Chiesa gerarchica ha detto chiaramente quello che quasi tutti gli italiani pensano.
Il Cardinale Presidente della CEI, riferendosi alla drammatica situazione politica, ha così affermato:

”Colpisce la riluttanza a riconoscere l’esatta serietà della situazione al di là di strumentalizzazioni e partigianerie; amareggia il metodo scombinato con cui a tratti si procede, dando l’impressione che il regolamento dei conti personali sia prevalente rispetto ai compiti istituzionali e al portamento richiesto dalla scena pubblica, specialmente in tempi di austerità. Rattrista il deterioramento del costume e del linguaggio pubblico, nonché la reciproca, sistematica denigrazione, poiché così è il senso civico a corrompersi, complicando ogni ipotesi di rinascimento anche politico. Mortifica soprattutto dover prendere atto di comportamenti non solo contrari al pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui. Si rincorrono, con mesta sollecitudine, racconti che, se comprovati, a livelli diversi rilevano stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica”.

Poi, continuando il suo discorso, Bagnasco, senza mai nominare il Presidente del Consiglio, tira giù durissimo, dicendo: ”Tornando allo scenario generale, è l’esibizione talora a colpire. Come colpisce l’ingente mole di strumenti di indagine messa in campo su questi versanti, quando altri restano disattesi e indisturbati. E colpisce la dovizia delle cronache a ciò dedicate. Nessun equivoco tuttavia può qui annidarsi. La responsabilità morale ha una gerarchia interna che si evidenzia da sé, a prescindere dalle strumentalizzazioni che pur non mancano. I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune. Tanto più ciò è destinato ad accadere in una società mediatizzata, in cui lo svelamento del torbido, oltre a essere compito di vigilanza, diventa contagioso ed è motore di mercato”.

Riprende, poi, proseguendo nella prolusione, un argomento di grandissima attualità: la “questione morale”, affermando: ”La questione morale, complessivamente intesa, non è un’invenzione mediatica: nella dimensione politica, come in ciascun altro ambito privato o pubblico, essa è un’evenienza grave, che ha in sé un appello urgente. Non è una debolezza esclusiva di una parte soltanto e non riguarda semplicemente i singoli, ma gruppi, strutture, ordinamenti, a proposito dei quali è necessario che ciascuna istituzione rispetti rigorosamente i propri ambiti di competenza e di azione, anche nell’esercizio del reciproco controllo”.

“Si noti tuttavia che la questione morale, quando intacca la politica, ha innegabili incidenze culturali ed educative. Contribuisce, di fatto, a propagare la cultura di un’esistenza facile e gaudente, quando questa dovrebbe lasciare il passo alla cultura della serietà e del sacrificio, fondamentale per imparare a prendere responsabilmente la vita. Ecco perché si tratta non solo di fare in maniera diversa, ma di pensare diversamente: c’è da purificare l’aria, perché le nuove generazioni – crescendo – non restino avvelenate. Chi rientra oggi nella classe dirigente del Paese deve sapere che ha doveri specifici di trasparenza ed economicità: se non altro, per rispettare i cittadini e non umiliare i poveri”.

E, dopo aver definito, l’evasione fiscale “cancro sociale”, il Cardinale conclude questa parte del suo discorso appellandosi all’impegno dei cattolici in politica, i quali – ha detto – non devono essere assenti, ma far sentire la loro presenza nella società italiana.
Si parla sui giornali di un nuovo partito cattolico. A me non sembra questo il tema del giorno. Penso che un nuovo partito cattolico sia antistorico. I cattolici devono essere lievito e sale. L’Italia ha bisogni di testimoni veri e seri, non di un nuovo partito.
Staremo a vedere per il futuro.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DI DON ANIELLO

VERSO UN DIRITTO DEI NONNI A VEDERE I NIPOTI?

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Il conflitto madre-padre e il logoramento delle relazioni, producono serie conseguenze sugli affetti familiari. Il caso di una nonna che chiede di incontrare il nipotino. Di Simona Carandente

La principale finalità del diritto vivente rimane quella, imprescindibile, di adattarsi alle diverse e variegate forme del vivere sociale, nelle più differenti accezioni e problematiche.
Il legislatore dei nostri tempi, difatti, deve adattarsi al mutare dei costumi, delle convenzioni sociali, dello stesso concetto di famiglia, sempre più allargato, con conseguente necessità di doverne regolamentare anche aspetti che, solo qualche decennio fa, sarebbero sembrati inutili, o addirittura inimmaginabili.

Quanti tra noi sono cresciuti senza il fondamentale apporto dei propri nonni, privandosi di quell’apporto di abbracci, sostegno, presenza costante nel proprio percorso di vita? Probabilmente pochi, se non addirittura pochissimi. Al giorno d’oggi invece, in uno scenario di rinnovato assetto dei rapporti sociali ed intrafamiliari, vi è stata addirittura la necessità di regolamentare e disciplinare il diritto dei nonni di far visita ai nipoti, spesso facile bersaglio dei logorati rapporti madre-padre, con enormi conseguenze sugli tutti gli affetti familiari ed in particolare di quelli con gli ascendenti.

Qualche giorno addietro, una nonna affranta si è rivolta al legale, desiderosa di poter incontrare il proprio nipotino di dieci anni, figlio unico di una bellissima giovane donna, morta in giovanissima età a causa di un male devastante. Il bambino, alla morte della madre, veniva affidato al proprio padre naturale, che a fronte di un generico impegno di consentire alla nonna il diritto di visita se ne era, nel tempo, lavato le mani, adducendo una generica mancanza di volontà del bambino ad incontrarla.

Tuttavia, si discute in dottrina ed in giurisprudenza se, in capo ai nonni, possa configurarsi un vero e proprio diritto soggettivo a mantenere vivi e costanti i rapporti con i propri nipoti, ovvero se questi possano vantare solamente un legittimo interesse nei confronti dei propri discendenti.
La legge 54/06 è intervenuta a riformulare l’art. 155 del codice civile, sancendo tra l’altro il diritto del figlio minore a conservare rapporti significativi con i propri ascendenti, anche in caso di separazione dei propri genitori, ma lasciando comunque il dubbio sulla natura giuridica dell’istituto.

In particolare il Tribunale di Napoli, con un’ordinanza del febbraio 2008, si è orientato nel senso di escludere che i nonni siano titolari di un diritto pieno ed azionabile nei confronti dei genitori dei minori, dovendo pertanto il diritto di visita, nei casi devoluti all’attenzione del giudicante, venire regolamentato dallo stesso, ed escluso solo nei casi in cui vi siano elementi ostativi.
Nel caso di specie, il Tribunale per i Minorenni, sulla scorta del proprio orientamento giurisprudenziale ha rigettato il ricorso della nonna, rimettendo la questione al buonsenso tra le parti ed invitando il genitore superstite, in qualità di affidatario, a favorire gli incontri del piccolo con la stessa.

Allo stato, in mancanza di un’apertura in tal senso, alla signora non spetterà che adire nuovamente il Tribunale per i Minorenni chiedendo la riapertura della procedura, tenuto conto che né gli assistenti sociali né il padre del piccolo si sono fatti, come richiesto dal giudicante, parte diligente rispetto all’impegno già assunto, volto a non far perdere al minore i legami con la propria famiglia di origine.
(Fonte foto: Rete Internet)

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