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Molti sono i documenti che attestano che fino agli anni ’50 del ‘900 le castagne del Somma diedero un contributo fondamentale all’alimentazione dei poveri del Vesuviano, soprattutto nei momenti di crisi. La complessa figura del “castagnaro”napoletano in un articolo di Emmanuele  Rocco.

 

Ingredienti: gr. 300 di spaghetti, 500 g di castagne, 1 scalogno, sale e pepe q.b., olio extravergine d’oliva, origano, noce moscata. Lavate le castagne dalla terra e mettetele a lessare in una pentola d’acqua fredda a cui avrete aggiunto una presa di sale grosso. Scolate le castagne e sbucciatele cercando di mantenerle intere. In una padella grande fate imbiondire lo scalogno in un po’ d’olio e saltateci velocemente le castagne, unite una presa di origano, spegnete e mantenete coperto. Cuocete gli spaghetti e toglieteli dal fuoco 2 minuti prima di fine cottura. Scolateli direttamente nella padella con le castagne dopo aver riacceso il fuoco  Mescolate bene per condire gli spaghetti, unite una grattata di noce moscata Servite subito gli spaghetti alle castagne con una spolverata di pepe (Dal sito DeAbyDay).

 

In autunno, di domenica, spesso i Medici principi di Ottajano e le famiglie dei “nobili” ad essi collegate allestivano, tra il Palazzo e Piazza San Michele, per il “popolo minuto”, banchi con pasticci di pasta,  minestre, “lardi” e  cesti colmi di castagne – le castagne, simbolo di felicità e di fecondità –e, ovviamente, boccali pieni di vino: le guardie del principe controllavano che non ci fossero né eccessi, né disordini, né furbi. Il “rito” si celebrò fino agli anni ’70 dell’Ottocento: ce ne danno esatta notizia le relazioni delle guardie comunali e, in alcuni casi, le lettere di ringraziamento inviate al principe dagli amministratori del Comune. Le castagne di Ottajano erano considerate ancora a metà del ‘900 tra le più gustose della Campania: in una pubblicazione del 1930 G. Buonaiuto accomunava in un solo entusiastico elogio gli ulivi, le castagne e i “marroni” ottajanesi, intendendo per castagne le selvatiche, e per “marroni” quelle prodotte dagli alberi affidati alla cura dei contadini. Per secoli  la produzione di mele e di castagne costituì una parte importante dell’economia di Ottajano. Durante la prima grave crisi economica dell’ Italia unita, tra il 1867 e il 1872, – la crisi della “tassa sul macinato” –, il sindaco Giuseppe Bifulco comunicò in via riservata al Sottoprefetto Righetti che anche a Ottajano la situazione era grave, soprattutto per l’ “incarimento” del prezzo del pane: ma gli Ottajanesi non si agitavano troppo, grazie agli abbondanti “ricolti” di olive, di castagne, di mele e di uva. La raccolta delle castagne influì sui comportamenti sociali: c’è chi ricorda ancora  le donne e i ragazzi che  di primo mattino salivano  alle selve  montane, per cercarvi il “pane dei poveri”, e ne scendevano a sera portando a fatica “mappate” con il prezioso frutto. Ricordiamo i banchi dei “castagnari”: un “castagnaro” che si accampava ad Ottaviano, in piazza San Lorenzo, gridava ai passanti i pregi delle sue castagne di Montella, le migliori insieme a quelle della “vostra Montagna”. Scrive Emmanuele Rocco in un articolo pubblicato nel 1866 che mentre “il pizzicagnolo fa il suo apparato a Pasqua, il castagnaro lo fa a Natale”.  E in una sua poesia Ferdinado Russo confermava che il “castagnaro” era “personaggio” fondamentale del presepe, e con lui “’o scartellato, ‘o turco e ‘o speziale”.  Rocco aggiunge che il pizzicagnolo e il “castagnaro” “ fanno grossi guadagni, e presto diventano padroni di case e di terre. Il che è certa prova che val meglio esercitare il loro commercio che coltivare le belle lettere e le arti belle, per quanto belle siano le une e le altre”.  Insomma, erano tempi in cui intellettuali e artisti se la vedevano nera. Il “banco” del “castagnaro” era “una specie di armadio dipinto a verde con orli lineari rossi”: vi erano ammassati molti panni di lana con cui si coprivano le castagne già cotte, perché conservassero il calore. L’armadio e il “fornello grosso su tre o quattro piedi, con un padellotto sforacchiato” il “castagnaro” di Rocco li collocava presso le cantine, “dove i bevitori si servono delle castagne bruciate per sostrato al vino. “Verole” e vino sono per i Napoletani come pane e cacio”.