Sono tempi neri in cui anche i luoghi più cari diventano “non -luoghi” e il cibo pare “non-cibo”

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Secondo Marc Augé e Georg Ritzer la globalizzazione e gli eccessi della modernità hanno creato luoghi e cibi privi di storia e di identità (non- luoghi, non- cibi). La pandemia ha reso ancora più grave la situazione, costringendoci a temere che anche i valori dell’ identità personale si stiano dissolvendo e che perfino il mangiare a casa, in famiglia, non consenta ai “non – cibi” di ridiventare cibi. Correda l’articolo l’immagine di uno dei capolavori del Surrealismo, il quadro “Golconda” di René Magritte.

 

E’ stato Marc Augé a dire che la globalizzazione e la modernità incontrollata – la surmodernità- creano dei luoghi che sono dei “non – luoghi”, perché non hanno una propria identità, non hanno storia: sono aperti alle folle, ma non consentono che si intreccino vere relazioni e rapporti autentici. Questi “non- luoghi” sono i supermercati, i centri commerciali, i grandi centri alberghieri in cui le camere sono tutte uguali, e poi le autostrade, le stazioni, gli aeroporti, e gli aerei stessi, e i treni. C’è chi considera “non- luoghi” anche i campi dei profughi e degli immigrati, di coloro che fuggono dalle guerre e dalla nera miseria verso luoghi in cui sperano – ma spesso la loro speranza si rivela solo una cieca illusione – di ritrovare la percezione consapevole della propria identità. Insomma, i “non- luoghi” sono quegli spazi che la globalizzazione ha inventato per costringerci a capire che siamo soli anche tra centinaia di persone e che siamo “anonimi” anche se, spesso, per entrare in questi spazi, siamo costretti a fornire la prova burocratica della nostra identità: il passaporto, la tessera sanitaria, la carta di credito.

La pandemia ha reso allucinante la situazione, perché anche i “luoghi” legati alla nostra storia personale, anche gli “spazi” in cui fino ad ieri si svolgeva la nostra vita quotidiana li sentiamo ormai, e, direi, li vediamo, come “non- luoghi”: le piazze della nostra città, i circoli, i bar in cui ogni giorno prendevamo il caffè con gli amici, i ristoranti e le pizzerie. Capita spesso di attraversare questi spazi e di passare davanti a questi “luoghi”, e di vederli vuoti, chiusi, o bloccati dai cartelli che indicano modi e tempi “per l’asporto”: e viene il giorno in cui li sentiamo estranei definitivamente e ci diciamo che anche quando riapriranno, non saranno  mai più per noi ciò che furono nel passato: questa pandemia ha ormai spezzato il filo del tempo e le trame della memoria e sta frantumando, in ognuno di noi, la percezione dell’identità personale. Continuiamo a vivere nelle nostre città, nelle nostre case, e tuttavia ci sentiamo “profughi”. Questa pandemia ha imposto alla scienza medica di trovare i vaccini utili per combattere il virus, e costringe i filosofi, gli antropologi e i politici a disegnare una nuova etnologia della solitudine. Sviluppando le intuizioni di Marc Augé, il sociologo americano Georg Ritzer, autore di “Il mondo alla McDonald’s” e “La globalizzazione del nulla”, sostenne che la “surmodernità” aveva inventato anche i “non -cibi”: gli hamburger di McDonald’s, i piatti pronti dell’industria alimentare, e, in particolare, quelli destinati alle mense delle scuole e ai malati degli ospedali.

Intervistato da Luca Angelini (Slowfood44, febbraio 2010),  Marc Augé classificò come “non cibi” non solo quelli indicati dal Ritzer, ma anche “i piatti della grande cucina internazionale, che sono in qualche modo un prodotto dell’arte, spesso, però senza un forte riferimento locale, e magari con un’apertura a influssi asiatici e africani. Diciamo che è una cucina trans-culturale”. Il termine “non-cibi”, osservò l’Angelini, nasce non solo dal modo di preparare questi “piatti”, ma anche dal modo di consumarli, “non più, insieme, in famiglia, ma da soli o addirittura in auto, come nel caso dei fast- food..E’ stata espulsa l’idea del pasto da preparare, che va quindi consumato insieme”.Qualcuno ha fatto notare che la pandemia e il sistema dei divieti hanno dato nuova forza, in qualche modo, alla tradizione del pranzo in famiglia, e che il “non- cibo” sta probabilmente di nuovo diventando  “cibo”. E’un errore di prospettiva. Perché arrivano le domeniche e le feste del calendario e della tradizione, e ci accorgiamo che non è possibile stare a tavola con gli amici e con i parenti, che il numero dei famigliari seduti con noi ci viene imposto, che i colori e i profumi dei “piatti” sono smorti e che anche “quel rapporto assolutamente unico e individuale (e perciò inclassificabile) tra il cibo e colui che lo mangia” ( Massimo Montanari) si avvilisce in un rito senza identità: perché quell’ “individuale”, per realizzarsi, ha bisogno di confrontarsi con il piacere di tutti gli altri commensali. E per il piacere del cibo, anche alla mensa di famiglia, non c’è spazio: mangiamo pensando non al “piatto” che sta davanti a noi, ma al “prima”, al “dopo”, a ciò che accade “fuori”.