Somma Vesuviana, riflessioni e testimonianze sulla relazione tra fotografia e morte

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La fotografia si è sempre prestata a molteplici usi, molto spesso supportando e, in alcuni casi, divenendo anch’essa una vera forma d’arte. Conservare le fotografie post mortem (dopo la morte) in particolari album decorati, è stata un’usanza parecchio diffusa nel passato, anche a Somma Vesuviana.

E contrariamente a quello che si pensa, le fotografie, che ritraggono i defunti e i loro funerali, non erano un rituale praticato solamente durante l’epoca vittoriana inglese. Si registrano, infatti, dalle nostre ricerche molte fotografie post mortem anche in Italia – a Napoli e in provincia – e non solo legate alla fine dell’Ottocento. La pratica, infatti, era largamente diffusa fino agli anni settanta del Novecento: una sorta di moda a tutti gli effetti.

Oltretutto, bisogna aggiungere, che numerose foto post mortem, in età vittoriana, erano legate alla mortalità infantile, all’epoca, molto elevata. E questa tipologia era l’unico documento visivo che i genitori potevano avere del loro figlio trapassato. In un inquietante documento fotografico (vedi penultima foto) di un fanciullo sommese in veste elegante, gli occhi erano tenuti aperti grazie a piccolissimi ed impercettibili spilli tra le pupille. L’obiettivo del fotografo era duplice: riportare in vita il corpo del piccolo estinto nella mente dei propri cari; testimoniare la sua esistenza seppure breve. Il fotografo, per l’occasione, veniva ingaggiato per raccontare l’intero rituale funebre. Tra i  vari  maestri della fotografia a Somma Vesuviana vi furono: Antonio Raia alias cento butti; Gerardo Ronca, operante a Sant’ Anastasia; Vincenzo Caiazzo alias palluncino; Antonio Piccolo; Salvatore Calvanese fino agli anni ’60; Foto Ruggiero Lanza. Le foto, per chi le osserva, rinnovano ricordi, situazioni, e soprattutto emozioni di un tempo passato, suscitando pensieri e domande che probabilmente non avranno mai risposte.

Osservando le foto, in ognuna si trova sempre qualcosa di inaspettato. Ci sono scatti del corteo funebre dalla casa dell’estinto, immagini in chiesa con il parroco e altri religiosi, le pie unioni che aprivano il corteo, ma anche gli scatti che raccontano l’arrivo in chiesa, la celebrazione dell’esequie, le fasi esterne dell’estremo saluto e il solenne e pomposo corteo finale per le strade del paese. Il corteo finale, tuttavia, aveva dietro in testa i maschi, seguiti dalle donne, gli altri parenti, amici e vicini di casa, tutti uniti sottobraccio. Nel caso di sesso femminile, le pie donne (terz’ ordine laicale) capeggiavano il corteo con i loro ricamati stendardi. In tempi più moderni, la carrozza trainata da cavalli (tiraotto), con i lumi laterali, divenne un’esclusiva delle famiglie benestanti, più tardi arrivò la prima macchina del morto a profusioni barocche. Per i più poveri, invece, vi erano carri di terza classe.

Comunque, dalla salma adagiata nel letto fino alla funzione religiosa e al lungo corteo vi era un cerimoniale solenne, che prevedeva la partecipazione di varie corporazioni religiose femminili, pie unioni e confraternite. A Somma Vesuviana, per esempio, risaltano le pie associazioni del Sacro Cuore di Gesù e di Maria, a cui la defunta forse era ascritta, ma anche le lunghe colonne di giovani aspiranti trinitari, che dal 1930 erano presenti nel convento di via Gino Auriemma. Per i più poveri, venivano reclutati e assoldati dai cinque a sette scugnizzi, sempre in numero dispari: davanti c’era quello che apriva il corteo con la croce. Il corteo terminava in località Purgatorio (ncopp’ ‘o priatorio), dove attualmente insiste la cappella omonima dell’ Arciconfraternita del Pio Laical Monte della Morte e Pietà: al di là del ponte vi era il saluto finale, dopodiché la carrozza si disperdeva tra le aperte campagne per arrivare al cimitero in strada Lopez. Questo racconto per immagini, tuttavia, veniva conservato all’interno di album appositamente creato in pelle e recante, spesso, decorazioni a tema gotico – funebre.

Oltre a collezionare fotografie e cartoline della propria città, Bruno Masulli (zio paterno) ha sempre avuto in dotazione nelle sue mille raccolte alcune foto post mortem singole, prevalentemente di bambini trapassati. L’ Archivio storico municipale, invece, ha avuto la fortuna di ricevere in donazione, dalla famiglia Sica/Feola, un album in memoriam che, attraverso il racconto fotografico, esalta i solenni funerali del magistrato sommese (I referendario della Corte dei Conti) Salvatore Sica (1902 – 1957). Oltretutto, la prof.ssa Adele Di Matteo ci ha fatto dono di alcune foto del funerale della nonna paterna Giovannina Secondulfo (vedi prime cinque foto), deceduta nel 1970 in strada Cavone. Resta il fatto che il mezzo fotografico, utilizzato da Lanza per questo funerale/esequie, divenne con il tempo,il mezzo preferito per raccontare e marcare la vita umana. La fotografia è sempre stata associata, nel privato, a conservare momenti importanti.

Tutte le principali fasi della vitaspiega Fustikale nelle sue ricerche – sono scandite dai sacramenti e dalle fotografie di rito ad essi associati. Nascita – battesimo, adolescenza – cresima, maturità – matrimonio, morte-funerale. Esclusa quest’ultima, le altre pratiche fotografiche sono vissute fino a noi, raccontando l’esistenza della nostra famiglia e fornendoci piacevoli ricordi.