Somma Vesuviana. “La terra che ho” , la lettera di Raia sull’importanza del Palio

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Dopo due anni difficili e complicati per tutti noi torna la 30esima edizione giocata de Il Palio di Somma Vesuviana tra gli otto rioni storici.

Proprio per l’importanza antropologica e culturale del Palio, il professore, presidente ANPI Campania, Ciro Raia nella lettera seguente ha voluto evidenziare la necessità di preservare questa affascinante e storica tradizione.

 

“Trenta edizioni del Palio: un lungo tratto di strada insieme! Ma forse meglio dire: un lungo pezzo di vita cittadina, vissuta –com’è giusto che sia- con sguardi, approcci e metodi diversi ma caparbiamente ispirata da azioni e sentimenti di promozione e difesa di un’identità collettiva, di ben-essere comunitario, di rispetto per la Terra di Somma. Che è Terra dei padri, è Terra nostra ed anche Terra di chi verrà dopo di noi.

Nei primi anni novanta del secolo scorso, quando ebbe battesimo il Palio, quelli della mia generazione sentivano di poter essere protagonisti più dei propri padri e dei propri nonni. Cos’era cambiato tra le generazioni dei nonni e quella dei nipoti, tanto da generare certezza di cambiamento e fiducia nella sua riuscita? La città, fortemente abbarbicata al suo monte, era cresciuta. Portava ancora i segni dell’attraversamento di due guerre e di due difficili ricostruzioni. Guardava, poi, con speranza alla possibile serenità derivante dal superamento della crisi lavorativa, della disoccupazione giovanile, di alcune difficoltà di carattere finanziario. Ma tutto sommato non ci si poteva lamentare, si viveva bene, anche perché un cattivo insegnamento dei padri (non tutti gli insegnamenti sono buoni!) ripeteva, come una cantilena, che piuttosto che recriminare sempre, era più giusto voltarsi indietro e considerare da quale abisso (sociale, culturale, politico) si proveniva!

Intanto anche nella nostra comunità, come nell’intero Paese Italia, la politica era diventata spettacolo; la gente ne era distante, la televisione faceva da collante con salotti in cui avvenivano risse e confronti da mercanti tra sedicenti rappresentanti di partito. Ma la progettualità era al punto zero.

Eppure dal punto di vista demografico il nostro paese, Somma Vesuviana, era cresciuto, contava oltre 35.000 abitanti. Sostanzialmente, però, era un paese di anziani; un paese in cui continuavano a diminuire le nascite ma dove, fortunatamente, aumentava la durata media della vita. La disoccupazione giovanile restava una piaga endemica; ma altre piaghe si chiamavano inquinamento, dissesto idrogeologico, emarginazione, xenofobia, droga, criminalità. Anche la cultura (in senso antropologico) attraversava un periodo di grande appiattimento. Era derisa e presa in giro. Né era aiutata dal mondo della formazione, che, chiuso nella sua torre eburnea, viveva i risultati degli apprendimenti come se dovessero essere destinati ad un altro mondo, ad una altra società. E quasi tutti, allora, si aggrappavano alla politica, parola che, scritta con la p minuscola, conteneva in sé una miriade di significati e comportamenti, quali: gestione del potere, possibilità di investimenti, trasformismo, slealtà, opportunismo, tracotanza (la hybris degli antichi Greci). Insomma, la politica (sempre scritta con la p minuscola) esisteva più che nel senso di politikè téchne (arte del governo), come una sorta di attività fruttifera, di palestra di formazione per arrampicatori sociali, di traguardo a cui tendere nella costruzione del proprio futuro.

Oggi, a distanza di oltre un quarto di secolo il Palio, che nelle sue trenta edizioni ha sempre spinto a riflettere con i suoi titoli, è capace ancora una volta di sconvolgere i pensieri, di mettere in disequilibrio le coscienze, di indurre a pensare e riuscire a far stare male. Puntualmente, perciò, avviene anche con Sei la terra che ho, che sembra un titolo modellato sul ciclo dei vinti, dove la Provvidenza è e deve essere la terra che si ha e la casa del nespolo (la politica con la p minuscola, il governo della città) è quella che procura continue liti, condite di odi, di ricorsi, di carte bollate ed anche di qualche cazzotto. Ogni tanto, poi, sulla scena compaiono anche i maluomini di Roccaverdina, i grandi sacrifici di qualche don Gesualdo Motta e i contrasti con i consanguinei (militanti della stessa parte politica), che cercano di accaparrarsi, con ogni mezzo, parte delle sue sostanze. Quindi, a scadenze più meno fisse, questi ultimi (i consanguinei, gli interessati alla gestione della res pubblica) si riuniscono attorno a un catafalco (le scadenze elettorali, i buoni propositi, l’ansia di non poter esserci nella costruzione dei prossimi destini dell’umanità) e, novelle prefiche, piangono, si abbracciano, si stringono come se mai niente li avesse separati, si pentono di quanto ciascuno abbia potuto fare a danno di un altro, si giurano amore eterno. Anche se, dopo poco tempo di un quasi falso lutto, sempre più essiccati negli affetti, smunti nei pensieri, ricominciano ad agire ancora più simili a iene nell’atto di contendersi una carogna.

Sei questa la terra che ho. Ma non sei la terra che voglio!

Però non è ancora tutto perduto, perché immagino, so, voglio sperare che questa Terra, che ho, può ancora diventare la Terra che voglio. Basta passare dall’io al noi, pensare al plurale più che al singolare, vivere in una società (da socius = alleato, che si aggrega con altri compagni per perseguire alcuni obiettivi), sapendo di essere comunità (da communitas = partecipazione di chi ha obbligo di dare e di darsi).

È vana utopia? È un sogno? Credo possa essere, invece, una possibile realtà, una stella polare, che segna il cammino nella speranza di risalita.

La speranza è come un sentiero nei campi. Non esistono sentieri nei campi; però se più persone calpestano lo stesso percorso, il sentiero è subito fatto! E la terra che ho può diventare davvero la terra che voglio, che serve a tutti, che accoglie e non esclude, che trae esperienza ed insegnamento dal suo passato, che sa costruirsi un futuro comunitario!”