Home Memoria e Presenza Somma Vesuviana, il rito del Venerdì Santo tra tradizione e tragedia

Somma Vesuviana, il rito del Venerdì Santo tra tradizione e tragedia

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Il solenne rito del Venerdì Santo, che si svolge a Somma Vesuviana, è certamente uno dei più importanti dell’intera provincia di Napoli. Nel corso della storia, però, non sono mancati incidenti collegati direttamente allo svolgimento di questo evento, come quello avvenuto, tragicamente, nel 1966 allo sfortunato Antonio Capasso. Nell’articolo seguente l’intervista all’ ing. Vincenzo Romano, che all’epoca assistette direttamente al luttuoso evento.

 

Ingegnere, cosa può dirci, storicamente, su questo solenne rito?

“I primi dati risalgono al 1650, allorquando i nobili sommesi costituirono una Compagnia della Morte nella cappella di Santa Maria delle Grazie nell’Insigne Collegiata della Terra di Somma. Gli scopi erano simili a quelli del Pio Monte della Misericordia di Napoli con particolare riguardo alla sepoltura dei morti in miseria. Tra le pie pratiche del sodalizio si annoverava la consuetudinaria celebrazione dei Dolori di Maria, che era divenuta un appuntamento fisso della laica compagnia ogni Venerdì Santo. Nel 1705 il sodalizio mutò il nome in Arciconfraternita del Pio Laical Monte della Morte e Pietà. All’imbrunire del Venerdì Santo, il simulacro della Dolorosa con il Figlio Morto appariva sull’uscio del portale in piperno della maestosa Collegiata. Dico “appariva”, perché sono due anni che il virus l’ha rapita ai nostri affetti. Comunque, il mesto corteo è composto da innumerevoli fratelli incappucciati, che precedono le stupende statue; seguono, in ordine, i rappresentanti delle istituzioni militari e civili, i notabili del paese e infine una lunga calca di fedeli. Dalla Collegiata, il corteo si dipana per un antico percorso: via Piccioli, San Giovanni de Matha, via Margherita, via Canonico Feola, via Gobetti, via Turati, via Ammendola, via Gramsci, via Casaraia, località Purgatorio (nei pressi della cappella del Pio Laical Monte della Morte e Pietà), qui inverte il percorso, procedendo per via Roma, di nuovo via Gramsci, il primo tratto di via Casaraia, via S. Pietro, via Troianiello, via Botteghe, con arrivo finale alla Collegiata”.

Ci sono stati incidenti in passato?

“Nel corso della storia non sono mancati, certamente, incidenti collegati direttamente allo svolgimento di questo evento, come quello avvenuto nel 1944, ad esempio, alla sfortunata e zelante maddalena, i cui capelli furono bruciati da una fiammella di una candela troppo ravvicinata. Per fortuna la donna, vestita a lutto, si salvò grazie alla celerità di un militare americano che era di passaggio a Somma con i convogli della V Armata. Gabriele Auriemma, mercante di noci, raccontò quell’ episodio al figlio Alfonso. I dettagli dell’accaduto sono stati pubblicati sul quotidiano online il Mediano, grazie al tuo interessamento.”

Cosa ricorda di quel tragico evento del 1966?

“Il mio ricordo riguarda un luttuoso avvenimento, che si verificò all’indomani della solenne processione del Venerdì Santo del 1966. Un episodio, purtroppo, mai narrato, di cui fui testimone oculare. E’ noto che alla lunga processione partecipano due file interminabili di incappucciati, che percorrono mestamente il circuito sacro con lunghi ceri. Ebbene, durante il tragitto, la combustione delle candele aveva prodotto, come sempre, tanta cera liquida che si era depositata sul tragitto, rimanendo fissa per diversi giorni. Il mattino del Sabato Santo, 9 aprile, allora ventenne, mi ero recato in via Turati presso la sartoria Barra per gli ultimi accorgimenti del mio vestito da indossare per le festività pasquali. L’abito di festa, oltre ad essere una consuetudine fissa di tante famiglie contadine, era un desiderio di mio padre in occasione delle ricorrenze maggiori. Controllate le ultime misure e stabilito l’orario per il ritiro, stavo per avviarmi verso l’uscita. Ecco l’imponderabile: un grosso autocarro, proveniente da via Gobetti, proseguiva in salita, diretto verso il centro. In senso opposto, invece, in discesa, giungeva una motoretta tipo Vespa condotta dal bracciante Antonio Capasso con la moglie, seduta di traverso sul sellino posteriore. Via Turati, all’epoca, era percorribile in entrambi i sensi.

Va detto, che in quel tratto, oltre la salitella, la strada presenta, ancora oggi, una debole curva verso sinistra, dove era ubicata la vecchia Farmacia Angrisani. In quel posto, esisteva ed esiste tutt’ora, una strozzatura determinata dalla presenza di un angolo di fabbricato, alla cui protezione è posizionato un consistente scostacarri in pietra lavica. Il motociclista, che proseguiva a velocità moderata, accortosi della presenza del pesante automezzo, azionò i freni, nel tentativo di decelerare per ridurre ulteriormente la velocità. Tutto ciò produsse non solo lo slittamento delle ruote del motociclo, ma anche il mancato controllo del mezzo per la scarsa aderenza sull’asfalto e, soprattutto, per causa della sopra citata cera processionale. L’impatto, per la ridotta velocità, non fu violento, ma fu sufficiente a far deragliare la moto contro lo scostacarri. Il corpo del motociclista nel cadere, purtroppo, finì sotto le ruote posteriori sinistre dell’autocarro. La testa e il torace furono terribilmente schiacciate dalla ruota. La morte fu immediata e raccapricciante. Le grida delle persone tentarono, in tutti i modi, di arrestare la marcia dell’autocarro, ma il camionista, purtroppo, non si era accorto di nulla per la sua posizione opposta. L’autocarro bloccò la sua orrenda marcia e lo scenario fu orribile: il corpo irriconoscibile, pesantemente martoriato, di Antonio Capasso giaceva sotto l’autocarro. Ormai era tutto inutile. La moglie ferita, distesa a terra e illesa, vicino alla motoretta, piangeva disperatamente. L’orrendo spettacolo della tragedia, che si presentò quel giorno davanti ai miei occhi fu indescrivibile. Intanto il corpo del ventiquattrenne fu trasferito all’Ospedale Loreto Nuovo di Napoli, dove fu certificata la morte. Ero, all’epoca, ancora un giovane di periferia. Profondamente scosso, feci ritorno a casa a piedi, come ero venuto. Il vestito dal sarto fu ritirato da mio padre il pomeriggio di quel giorno. Quell’anno, la Pasqua fu una tristezza assoluta nella mia interiorità più assoluta. Col trascorrere degli anni, il ricordo di quella straziante mattina era sempre vivo in me, specialmente quando facevo ritorno su quel posto.”

Quella tragedia si poteva evitare?

“Certamente sì. Gli organizzatori e i responsabili dell’ordine pubblico conoscevano bene il problema della cera. Ogni anno, puntualmente, il caratteristico e fastidioso stridio dei pneumatici si presentava alle nostre orecchie in occasione di brusche frenate. Il fenomeno, comunque, si trascinò per lungo tempo, fino a quando non si decise di utilizzare una semplice protezione in plastica per la raccolta della cera liquefatta. Sarebbe bastato, però, un semplice accorgimento ed una vita sarebbe stata salvata.”