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Cristo viene crocifisso ogni giorno, in ogni tempo. Presentato in concorso al Premio Bergamo del 1942, il quadro fu bersaglio delle polemiche di alcuni critici e di molti rappresentanti del clero. Guttuso si difese spiegando che aveva voluto rappresentare l’oltraggio a Cristo che viene fatto in ogni tempo dalla violenza del potere ( e dalla guerra in corso). Per comunicare questo messaggio il pittore modificò l’iconografia tradizionale della “Crocifissione” e impostò l’impaginazione, il disegno e la resa cromatica  in modo tale che risultassero coerenti col significato che egli attribuiva alla sua opera.

 

Renato Guttuso dipinse questa “Crocifissione” nel 1941, e l’anno dopo la presentò in concorso alla quarta edizione del Premio Bergamo, provocando reazioni e proteste di ogni tipo: il quadro venne giudicato da alcuni giornalisti un “volgare insulto alla religione”e, dal punto di vista tecnico, un confuso “pastrocchio” di linee e di tinte. Il 24 settembre 1942 sull’ “Osservatore Romano” monsignor Celso Costantini descrisse l’opera come “un baccanale orgiastico di figure e di colori, che oltraggia nel modo più crudo e villano la nostra fede”. Il vescovo di Bergamo Bernareggi vietò l’accesso alla Mostra “ a tutto il clero della diocesi e a quello di passaggio, pena l’immediata sospensione a divinis”. Guttuso venne difeso dal parroco don Giuseppe De Luca, in nome del principio che ciò che è umano è di per sé “cristiano”. Uomini di Chiesa e qualche critico si augurarono che Mussolini bloccasse il Premio, ma era una speranza vana, perché il Premio era stato voluto e promosso dall’uomo più importante nel panorama culturale del regime, il ministro Giuseppe Bottai. Alla fine, il quadro di Guttuso venne ammesso alla competizione e, a definitiva dimostrazione della “doppiezza” del mondo degli intellettuali italiani, ottenne il secondo premio.Alcuni anni dopo il pittore ricordò che nel giudicare il quadro non bisognava dimenticare la data di composizione, il 1941, l’anno in cui la guerra stava mettendo a nudo la ferocia del nazismo e i disastri del fascismo: quel quadro era, insomma, un coraggioso “grido” contro la violenza dei tiranni, e in questa prospettiva la sua “ Crocifissione” – disse Guttuso – diventava il simbolo eterno della battaglia che da sempre e per sempre gli uomini liberi combattono contro chi cerca di fare a pezzi quella libertà, contro chi, per ordine del tiranno,  spara sulla folla che protesta e sui bambini, come oggi accade in Myanmar, in Libia e in altre parti del mondo. E proprio per sottolineare il valore simbolico che egli attribuiva alla “Crocifissione” il pittore eliminò tutti quegli elementi iconografici che avrebbero potuto collocare la sua opera all’interno di una tradizione consolidata da secoli: il volto di Cristo è nascosto dal corpo del crocifisso, ai piedi della Sua croce non c’è la Madonna, ma c’è la Maddalena, completamente nuda, di una nudità che non ha nulla di sensuale, ma serve soltanto a rappresentare la violenza del tiranno che “spoglia i cittadini”, privandoli dei diritti e dell’identità, e non risparmia nemmeno i carnefici che eseguono i suoi ordini e che sono anche essi nudi. Nel respingere le accuse relative alla nudità della Maddalena Guttuso fu particolarmente aspro: se avesse voluto rappresentare una nudità sensuale, avrebbe usato altre tecniche, di disegno e di colore: sapeva, Guttuso, che pochi pittori dell’epoca erano in grado di competere con lui nella “resa” erotica del nudo femminile. Perfino i cavalli hanno un valore simbolico: uno “sopporta” paziente il carnefice che gli monta in groppa, l’altro invece rifiuta con il movimento netto e fiero del collo e della testa ciò che gli viene offerto dall’altro carnefice. A questo torturatore il pittore avrebbe voluto appioppare i baffetti alla Hitler, ma poi cambiò idea, proprio per evitare riferimenti a una precisa epoca storica. Non modificò i pugni chiusi di Cristo e dell’uomo che è stato crocifisso accanto a Lui: Guttuso ammise che quei pugni chiusi avevano un chiaro significato politico. Geniale è la coerenza tra l’impaginazione del quadro e il “messaggio” che l’autore vuole comunicare: il terzo crocifisso non è allineato con gli altri due, e la sua “posizione” impone una lettura circolare dell’opera: una lettura  confermata dalle braccia distese della donna che sta alle spalle della Maddalena e dalla disposizione stessa delle tre donne. Ma le prospettive si intrecciano, e lo spazio si divide in spazi multipli e contrastanti. Linee di lettura sono dettate dai lati del tavolo su cui gli strumenti di tortura rappresentano un’anomala “natura morta”, dalla contrapposizione dei movimenti dei due cavalli, dalle croci: due portano il nostro sguardo verso l’alto, la terza lo abbassa: il “gioco” viene confermato dai “gruppi” di case. Come George Braque Guttuso non sopporta spazi vuoti, e come i grandi Maestri dell’Espressionismo, in particolare Ensor e Beckmann, egli ama un disegno spigoloso, estremo, volutamente ribelle alle norme di ogni Accademia e all’armonia della sfera. Alla stessa logica obbediscono i colori, che dettano “simboli”: il corpo chiaro di Cristo e di Maria Maddalena,  il “rosso” diabolico del crocifisso che non seguirà Cristo in Paradiso, il viola “quieto” del cavallo obbediente, il verde acido del cavallo ribelle. Dal disegno, dall’intreccio delle linee di lettura e dal contrasto cromatico viene, intensa, la suggestione, di una scena che si muove nello spazio e nel tempo, di uno “stare”  che risulta momentaneo e tenta di modularsi in continuo “divenire”:  Guttuso voleva dirci proprio questo, che Cristo viene crocifisso ogni giorno, in ogni parte del mondo.