Home Memoria e Presenza Somma Vesuviana, i tesori sacri: la pregevole statua della Madonna del Carmine

Somma Vesuviana, i tesori sacri: la pregevole statua della Madonna del Carmine

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Tra i capolavori della scuola napoletana si annovera sicuramente la sontuosa statua – manichino della Madonna del Carmine sita nella omonima chiesa di Somma Vesuviana.

La statua, la cui veste risale al 1861, appartiene come genere a quella vasta produzione della statuaria napoletana settecentesca. Non è detto, però, che lo snodabile manichino possa risalire allo stesso anno della veste. La Vergine, infatti, sotto l’abito, non possiede un corpo articolato in tutte le sue parti, ma una struttura lignea dalla quale si distaccano la propaggini anatomiche visibili: le mani, il collo, i piedi e la testa. Una caratteristica questa che ritroviamo nei pastori del Settecento napoletano.

Tali capolavori artistici vengono, ancora oggi, utilizzati per la teatralizzazione e spettacolarizzazione dei riti processionali in Campania. L’analisi dettagliata di questa statua è stata eseguita dallo scrivente, ispirandosi ad una suggestiva foto scattata nei primi anni novanta del Novecento. Oggi rimane ben poco. Ebbene, osservando la foto, l’abito, la parrucca, il colore e la lunghezza dei capelli castani sono tutti elementi che rendono il simulacro più vero e umano. E’ una figura stante che sorregge, con il braccio sinistro, il Bambino e, con la mano destra, gli abitini carmelitani. Veste in pregevole tessuto paragonabile per forma e per colore a quella dei religiosi carmelitani. La parrucca non solo esalta i lunghi capelli buccolati, ma è pure sormontata da una preziosa corona argentea a forma di cupola svasata e capovolta. Il vestito si stringe all’altezza dei fianchi e si allarga in maniera accentuata nella parte bassa a formare una sorta di campana; un ampio e lungo mantello, inoltre, di colore beige copre le spalle e la parte retrostante dell’effige. Intorno al collo risalta un bianco colletto ben ricamato. A differenza delle altre Madonne del Carmine, la veste non presenta il doppio scapolare rettangolare. La data, A. D. 1861, si trova magistralmente cucita sull’abito ed è incastrata tra le profusioni simmetriche barocche del ricamo vegetale. Sotto al petto è presente una vistosa stella con coda pendula, tipica della iconografia pittorica derivata dalla Madonna Bruna bizantina. Gli stessi ricami valgono per il coronato Bambinello.

Appartenuta alla venerabile confraternita di S. Maria del Carmine (1596) sotto il titolo della Madonna della Libera, era collocata nell’oratorio del convento dei PP. Carmelitani della Terra di Somma. Nel 1744 il laico sodalizio, infatti, già officiava in un locale del chiostro del convento e pagava ai PP. Carmelitani la somma annua di ducati 18 di censo enfiteutico. Dopo i Carmelitani, nel 1857, arrivarono le Figlie della Carità. Le consorelle nel 1949 entrarono in trattativa con la confraternita per la compra di quell’unico locale – oratorio. Una trattativa, a dir la verità, molto difficile. La confraternita, all’epoca, ormai sulla via dell’estinzione per mancanza di fratellanza, era diretta spiritualmente dal canonico – confratello Don Umberto De Stefano. Questi era nato a Somma Vesuviana in via Carmine il 13 agosto del 1883 da Domenico, di condizione fabbricatore, e da Donna Carolina Alaia. Sin dal 1935, era stato il fidato collaboratore pastorale del parroco di San Michele Arcangelo Rev. Don Luigi Calabrese (1859 – 1939).

Nel 1949, la superiora dell’asilo, Suor Cianciulli, si rivolse al Vescovo di Nola, dal momento ché, proprio di fronte alla porta della cucina nel refettorio, vi era il portone della congrega che immetteva in un cortiletto interno. La supplica, esposta in una lettera a Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Camerlengo, esprimeva il desiderio di accordare alle Figlie della Carità il diritto di precedenza nell’acquisto, qualora fosse stata posta in vendita la struttura dell’ente laico, per impedire l’accesso a persone indesiderate ed estranee, soprattutto uomini. Il canonico De Stefano – si legge in una lettera del Vicario Foraneo Don Luigi Prisco al Vescovo di Nola – si era dichiarato proprietario e amministratore dei locali della confraternita. Nella questione dovette, nientemeno, intervenire l’Onorevole Stefano Riccio da Roma per tranquillizzare le suore, confermando, innanzitutto, che il De Stefano non era il proprietario e che bisognava rivolgersi all’Ufficio Amministrativo della Diocesi di Nola per l’acquisto. Con la definitiva cessione dell’oratorio alle suore, il De Stefano prese con sé la statua e la custodì gelosamente nella sua abitazione non molto lontana dall’oratorio. Il motivo principale – qui interviene la fonte orale – fu il flebile gradimento della statua da parte delle suore, ma non è detto che un’altra valida motivazione, all’epoca, potrebbe essere stata legata ad un atteggiamento esagerato e puntiglioso del De Stefano contro le stesse suore.

Comunque, dopo la morte del Canonico nel 1963, la pregevole statua fu lasciata alla cura della sorella Maria (1893 – 1991), insegnante di scuole elementari e cattolica fervente, sposata con Luca Calvanese. Donna Marietta non solo gli teneva accesa dinanzi una perpetua lampada votiva, ma con cadenza giornaliera organizzava momenti di preghiera comunitaria. Dopo la morte, avvenuta nel 1991, la statua fu custodita dai figli, Salvatore e Domenico, e preservata nell’abitazione di quest’ultimo sempre in via Annunziata.

Fu proprio il compianto Domenico (Mimì) Calvanese a trasmetterci questi straordinari ricordi in una serata d’inverno del 1990 durante un’intervista sotto lo sguardo della Vergine celeste. Sei anni, dopo, nel 1996, per volere dei discendenti, la statua fu consegnata alla parrocchia di San Michele Arcangelo nella Chiesa di S. M. del Carmine, retta all’epoca dal Rev. Don Franco Capasso. Per l’occasione si tenne una memorabile cerimonia di consegna con la partecipazione dell’intera comunità e della confraternita omonima, che nel frattempo era stata riorganizzata. All’inizio dell’anno 2000 – parroco Don Salvatore Mungiello – il bambinello fu trafugato da ignote mani sacrileghe nella stanza della sacrestia, gettando nello sconforto l’intera comunità e la stessa famiglia Calvanese. Attualmente quello presente è soltanto una copia di basso valore artistico.