L’assurda morte di Antonio pietrifica la comunità di San Sossio, al funerale voli di colombi e palloncini bianchi e azzurri, sulla bara la sciarpa del «suo» Napoli.
Una bara bianca ricoperta interamente da grandi rose bianche e una bandiera azzurra. L’azzurro del suo Napoli, della sua squadra del cuore. L’azzurro, il sereno, il bello che Antonio aveva dentro e che regalava a chi amava e a chi gli stava intorno. La gioia di vivere in persona, il sorriso sempre e comunque. Antonio, 28 anni, strappato via alla vita dalla superficialità e dalla follia di uno che si è trovato improvvisamente e violentemente sulla sua strada, uno che passerà alla storia come il primo arrestato per «omicidio stradale». Una magra consolazione per sua mamma Gina che, dopo aver perso un altro figlio per un male incurabile e poi il marito, viveva solo per lui, per il suo Antonio.
Perché? Si chiede la signora Gina accarezzando quella bara fredda; Perché? Si chiede da giorni Maria, la ragazza di Antonio, che stava progettando il suo futuro con quel ragazzo che da diversi anni ormai colorava di allegria le sue giornate. Perché? si chiedono i suoi amici e la comunità parrocchiale di cui faceva parte. «È difficile rispondere a questa domanda in questo periodo di Pasqua, di resurrezione. Ma in quanto cristiani- ha spiegato Padre Angelo durante l’omelia- che credono nella resurrezione, la morte deve essere un’occasione per crescere nella fede. Il dolore di Gina e di Maria, della famiglia e degli amici è il dolore di tutta la comunità. Insieme vogliamo portare il peso di questo dolore ma insieme vogliamo fare anche l’esperienza della resurrezione. Risorgere, cambiare vita, migliorare, impegnarci a vivere meglio. Questa esperienza di dolore – conclude il parroco- della Chiesa di San Sossio- deve essere per tutti noi un’esperienza di crescita nella fede, in particolare per i giovani deve essere uno stimolo a riflettere, a vivere meglio, a guidare con prudenza, ad amare la vita. Restando uniti, insieme, dobbiamo passare dalla morte della croce alla resurrezione, alla vita».
Lungo la navata della Chiesa gli amici di sempre di Antonio, quelli con i quali ha riso a crepapelle, ha festeggiato, ha cantato, quelli che oggi davanti a quella bara bianca sono apparsi più fragili che mai, smarriti, pietrificati dal dolore. Poi, sullo sfondo di flebili singhiozzi, si leva la voce di uno di loro che esprime il pensiero di tutti: «Dio ha chiesto ancora una volta alla tua mamma di superare una grande prova e ti ha portato via da noi come un fulmine. Tu, sole delle nostre giornate, vogliamo ricordarti bello e sorridente, comico e pazzerello, con quel sorriso da guerriero smagliante e brillante che scorgiamo in ogni nostra foto…».
I ricordi, i rimpianti, i sogni spezzati di Maria, il cuore a pezzi di una mamma rimasta sola: in chiesa nessuno riesce a trattenere più le lacrime. La bara bianca si fa spazio tra le centinaia di persone presenti sulle note di un canto che lo stesso Antonio diceva spesso avrebbe desiderato il giorno della sua morte: Il cerchio della vita. “C’è qualcuno che è sempre con noi/ Alza gli occhi e se vuoi/ tu vederlo potrai/ e i perché svaniranno nel blu. / E’ una giostra che va questa vita che / Gira insieme a noi e non si ferma mai / E ogni vita lo sa che rinascerà/…” Antonio, senza volere e senza conoscere il suo triste destino, aveva già scelto il modo per spiegare ai suoi cari il senso della vita. Fuori, sui gradini della sua amata Chiesa, a salutarlo tutta la comunità parrocchiale e i suoi tantissimi amici con un volo di colombi e di palloncini bianchi e azzurri. Un volo verso un cielo luminoso e azzurro. Proprio come Antonio.



