

L’ attribuzione rimane un principio fondamentale per comprendere non solo il valore storico di un’opera d’arte, ma il regolare processo attraverso il quale si identifica l’artista. A riguardo, si utilizzano tutte le informazioni raccolte dall’ esperienza degli storici dell’arte. E’ il caso della cona del SS. Rosario in San Domenico, attribuita a Fabrizio Santafede, ma che potrebbe essere ricondotta, secondo le ultime acquisizioni, al devoto pennello di Decio Tramontano.
La sontuosa tela della Madonna del Rosario, che oggi possiamo ammirare nella seconda cappella a sinistra della Chiesa di San Domenico, era collocata – come riferisce lo studioso Alberto Angrisani (1878– 1953) nell’ adiacente oratorio della Confraternita del Rosario. A tal riguardo, il laico sodalizio si trasferì, dopo il 1837, nella nuova sede sotto il campanile, dopo il secolare soggiorno nel chiostro del convento domenicano, come riporta lo storico Francesco Migliaccio nelle sue Notizie inedite dal 1268 al 1885, tomo II. Oltretutto, nel 1591, non solo esisteva una cappella del SS. Rosario nella reale chiesa, ma dal citato manoscritto troviamo, già esistente, l’ omonima confraternita: nel 29 maggio 1591 quando nel convento dei Domenicani preser possesso i Padri Riformati vi trovo nella sagrestia una bannera (drappo) per la croce de armesino carmosino (cremesino) con le figure de lo Rosario et con li Confrati e Censore e dall’altra banna con la figura di S. Domenico.
La tela del SS. Rosario, secondo le ricerche del dott. Domenico Russo, non era riportata nelle schede del catalogo della Sovrintendenza, curato negli anni ’70 dal bibliotecario e archivista dell’ Accademia delle Belle Arti in Napoli, Renato Ruotolo. Nel 1975, Nicola Spinosa, all’epoca funzionario nella Soprintendenza per il Patrimonio Artistico e Storico di Napoli, venne in visita a Somma Vesuviana su disposizione del mitico sovrintendente Raffaele Causa (1923 – 1984). Il giovane ispettore, all’epoca, visitò per un’ intera giornata, in compagnia del dott. Domenico Russo, tutte le chiese del territorio. E proprio a proposito della tela del SS. Rosario, l’ ex sovrintendente, con la cautela di ogni studioso attendibile, si espresse, sebbene alla luce di una torcia elettrica, per un’ attribuzione al pittore Fabrizio Santafede (1560 – 1635), che operò a Napoli, facendosi fautore di un nuovo modo di interpretare la storia sacra con un patetismo contenuto ma efficace. La luce nei suoi dipinti, infatti, si posa delicatamente su persone ed oggetti…

Il dott. Russo, inoltre, premetteva nelle sue indagini storiche, pubblicate sulla rivista Summana, che non aveva ancora ritrovato il documento di commessa o di pagamento esplicito di quella determinata opera pittorica, che poteva essere attestata nei fasci dei Monasteri soppressi relativi a San Domenico. Oltretutto, lo storico locale faceva, pure, riferimento ad un’altra alternativa di ricerca da seguire: l’immenso archivio dei documenti del Banco di Napoli, dove confluivano la maggior parte dei documenti dei Banchi soppressi e attivi nel regno. La tela, cm 260 x 420, comunque, si presentava, negli anni ’70 del Novecento, inscurita da restauri oleosi, che erano stati impropriamente effettuati nel corso dei secoli. Oltretutto, la documentazione fotografica, all’epoca, era estremamente scadente, in relazione al forte stato di abbandono. La F.I.D.A.P.A – Sezione Somma Vesuviana – in collaborazione con la Soprintendenza e grazie ad una pubblica sottoscrizione, la restituì all’antico splendore nel 1999.
L’opera, per chi oggi la osserva, è una tipica Madonna del Rosario nella classica impostazione iconografica a piramide. La Madre celeste è posta al centro con il divin Figliuolo sulle gambe e con gli angeli in coro. Ai piedi sono raffigurati San Domenico e Santa Caterina. A mezza altezza, in particolare, dal lato di San Domenico s’intravedono una lunga teoria di figure di santi domenicani, nella quale quello più facilmente decodificabile è san Pietro Martire da Verona, come spiega il prof. Antonio Bove. Sopra, ancora, i volti di due maschi: Papa Pio V, che secondo la tradizione, guardando il cielo, ebbe una visione di cori angelici intorno alla Beata Vergine col Bambin Gesù e in mano la corona del Rosario; accanto, invece, un uomo, forse il committente, la cui origine laica è denunziata dalla gorgiera. Con criterio di parallelismo ideologico – formale, afferma il prof. Bove, un’altra teoria, stavolta di sante, si sviluppa a partire dalla figura di Santa Caterina, mentre dietro alle spalle della santa vi è una donna raffigurata in veste d’ epoca.
Nel 1590, la Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, accogliendo la supplica di Mons. Giovanni Leonardo Bottiglieri (nativo di Somma, + 1599 Lettere), mediante l’intervento del maestro dell’Ordine Domenicano, P. Ippolito Maria Beccaria (1550 – 1600), concesse il convento e relativa chiesa ai PP. Riformati Domenicani della Provincia, nominando come priore Padre Marco Maffei da Marcianise. Tale notizia fu estrapolata dal compianto prof. Raffaele D’Avino nel fondo archivistico Monasteri Soppressi, Vol.993, c. 311 e 409. A riguardo, nel 1591, nella chiesa vi erano le seguenti cappelle: altare maggiore con custodia di legno indorata con l’arme dei PP. Domenicani; Cappella di San Vincenzo; Cappella di San Tommaso; Cappella del SS. Rosario, Cappella del SS. Crocifisso; vi era anche l’organo.
Grazie ad una cedola di pagamento del Banco di Sant’Eligio (ASBN, Banco di S. Eligio, g.m.18) – uno degli antichi banchi pubblici napoletani da cui traeva origine il Banco di Napoli – il prof. Domenico Parisi, storico locale, è venuto a conoscenza che il nobile Valerio Mormile (+ 1600 ca.), figlio del giudice criminale Giovan Luigi e di Sarra (Sara) Moccia, commissionò – ecco la sorpresa – al pittore Decio Tramontano la realizzazione di una cona del SS. Rosario, in sostituzione di una altra deteriorata, per l’omonima cappella nella chiesa di San Domenico. Quel nobiluomo, quindi, raffigurato con la gorgiera, accanto a Papa Pio V, potrebbe essere proprio l’ insigne cavaliere Valerio Mormile? Quello stesso cavaliere, già presente a Somma nel 1562, che acquistò nel 1599 dai nobili Caracciolo un palazzo al burgo (piazza Vittorio Emanuele III) nella Terra di Somma: l’attuale palazzo Giusso – Torino. Bisogna aggiungere, inoltre, che la presenza dei nobili Mormile in San Domenico è attestata attualmente dalla presenza di due importanti lapidi nella terza cappella a sinistra: quella di Diego d’ Andrea (Napoli, 1688 – Somma, 1748), marito della duchessa Lucrezia Mormile (1694 – 1797); quella di d. Nicola Mormile (1654 – 1726), dei duchi di Campochiaro. In San Domenico, inoltre, è sepolto anche d. Antonio Mormile (1630 – 1656), come riporta lo storico Migliaccio.
Decio Tramontano nacque a Brusciano, uno dei casali di Marigliano, verosimilmente poco prima della metà del XVI secolo e fu attivo almeno fino al 1608, quando dettò le sue ultime volontà testamentarie. Formatosi nella bottega dei Criscuolo – di Giovan Filippo prima, e del figlio Giovan Angelo poi – ereditò da questi, quel fare della maniera devota, dolce e garbata propria del primo Cinquecento, arricchita delle esperienze pittoriche del realismo di Silvestro Buono e di Giovan Bernardo Lama, cui si affiancò il plasticismo proprio della maniera del pittore senese Marco Pino, come afferma la dott.ssa Tonia Solpietro, responsabile dell’ ufficio Beni Culturali della Curia di Nola. Lavorò in diverse chiese della diocesi nolana, a Lauro, frazione di Fontenovella, dove dipinse un’ Annunciazione, per l’omonima chiesa (1583); a Marigliano, nel convento di San Vito, una Madonna con il Bambino e i Santi Stefano, Michele, Gregorio Magno e San Francesco d’Assisi (1584); a Palma Campania, per la chiesa del Santissimo Rosario e del Corpo di Cristo, una Madonna del Rosario (1586 circa) e un Cristo porta croce (fine XVI secolo – primo decennio del XVII secolo), dall’attribuzione contesa tra Decio Tramontano ed Orazio de Carluccio; infine, ancora a Marigliano nella chiesa della Pietà e San Lazzaro in corso Vittorio Emanuele II, un Compianto su Cristo morto (firmato e datato 1599). Inoltre, nel Museo diocesano nolano si custodisce una Madonna del Rosario, ricondotta da Luciana Arbace al pennello di Decio Tramontano.

Probabilmente, il Mormile – spiega il prof. Parisi – dovette conoscere il pittore nei primi mesi del 1599 proprio a Marigliano, durante la realizzazione dell’ ultima opera citata. Il prezzo concordato per il dipinto, comunque, fu di complessivi 60 ducati, da versare in acconti in base all’avanzamento del lavoro. Sulla cona – continua Parisi – vi fu l’intervento diretto dello stesso Mormile sul disegno e la forma. Valerio, purtroppo, venne a mancare ai vivi e l’artista, che aveva già ricevuto un acconto di trenta ducati, non avendo certezza dell’intero pagamento, interruppe l’esecuzione. Grazie, tuttavia, alla cedola di pagamento del Banco di Sant’Eligio, sappiamo che il lavoro continuò grazie all’erede e figlio, il patrizio napoletano Francesco Mormile (1566, + Somma 1649), I duca di Campochiaro, che versò al pittore altri 10 ducati il 25 giugno 1601, impegnandosi a completare il pagamento, con la condizione che l’opera fosse stata terminata entro i quindici giorni successivi. Oltretutto, come si evince da una postilla alla suddetta cedola, il giovane duca si impegnò a cedere allo stesso pittore, per 10 ducati, la vecchia opera deteriorata. L’icona, quindi, è la stessa di quella attribuita, attualmente, a Fabrizio Santafede dall’ ex sovrintendente Nicola Spinosa? Si rimane nel dubbio, anche se Alberto Angrisani, a pag. 28 del suo libro dal titolo Brevi notizie storiche e demografiche… (1928), scrive: …un grande quadro secentesco della Madonna del Rosario, circondato da storie è nella Confraternita del SS. Rosario…; mentre nel suo II manoscritto riporta, per l’anno 1621 (Fabrizio Santafede aveva 61 anni e Tramontano era morto),...infine il Parlamento (Università di Somma) vota per la costruzione di un cancello di legno che ostruisca l’ingresso all’adunanza nel convento di San Domenico, per la cui chiesa è acquistata una cona del Santissimo Rosario (II mscr. pag. 19 – 20). Agli esperti l’ardua sentenza.

