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Un tempo il carnevale era un momento di festa per uscire dalla quotidianità, per divertirsi e per sfoggiare umili maschere. Dagli episodi descritti dal dott. Angelo Di Mauro si può subito notare come questa festa sia cambiata tra ieri e oggi e come questa abbia perso il suo autentico valore.

 

 

A Somma Vesuviana il carnevale si festeggiava, come di consuetudine, il martedì grasso. Di mattina i ragazzini sfrenavano la loro festosità davanti alle scuole e per le strade con buste di farina e uova marce. La piazza centrale, quella del mercato di una volta, era il luogo di ritrovo per eccellenza.  Ogni ragazza che s’avventurava nei paraggi era assalita e infarinata. Per le vie, intanto, sfilavano in bella mostra graziose mascherine. I bambini, in particolare, erano un po’ più goffi – afferma Angelo Di Mauro –  per colpa dei maglioni di lana, che, indossati sotto i leggeri vestiti di raso, li proteggevano ancora dall’inverno rigido. All’ora di pranzo lo schiamazzo e il rincorrersi si attenuava. Il basolato stradale rimaneva per giorni rigato di bianco: era la farina andata vuoto. All’imbrunire della giornata lo scenario cambiava con la presenza, stavolta, degli adulti. Normalmente si mangiava di sera: ancora oggi qualcuno rispetta questa regola. Le donne e i bambini rimanevano a casa, come anche gli anziani. Raramente le porte venivano aperte in questa serata di baldoria, dove allegre masnade di persone la facevano da padrone. Non siamo più in presenza, questa volta, delle belle mascherine, ma da volti strafatti con trucchi grossolani, vivaci e talvolta orrendi.  Prevaleva, infatti, il colore nero. I vestiti erano i più vecchi e larghi possibili e presentavano segni di una povertà contadina, di farina e di carbone. Negli sfottò, primeggiava non solo l’aggressività verbale con urla e schiamazzi, ma anche quella fisica. A riguardo le mazze di legno, nascoste sotto i vestiti, non servivano solo per l’offesa, ma anche per la difesa. Erano le stesse mazze o bastoni che i confratelli incappucciati sommesi delle confraternite, durante le loro processioni penitenziali, portavano sotto le tuniche per punire chi passava tra le loro file, come ci attesta una rivista torinese del 1907 dal titolo Archivio per lo studio delle tradizioni popolari. Tornando al carnevale, non era raro vedere ragazze travestite da maschi: i cosiddetti effeminati. Nell’occasione si poteva incontrare per le strade un carrettino col morto, che veniva pianto a più voci dai compagni di giuoco. Esso veniva preparato nei quartieri periferici del paese e dopo una solenne abbuffata veniva portato in corteo per il centro abitato.

 

Così al Casamale, alla masseria Muletto e al Pigno, come ho già ricordato in un articolo precedente. Tutte le maschere avevano una meta ben precisa: si recavano presso famiglie prescelte, che aprivano solo se riuscivano a distinguere un viso celato. Le maschere venivano accolte con sanguinaccio, migliaccio e buon vino. A Rione Trieste, in particolare, vi era l’antica usanza di intonare una nenia funebre: Carnevà tu sì turnato pe’ fa’ turna’ a canta’/tutte stanno a ‘e feneste affacciate/pe’ vede’ sti mascherate. Ancora a Rione Trieste, la morte di  carnevale veniva rappresentata da un carretto col morto, da un prete, una sposa e quattro prefiche. Alla masseria Muletti si rappresentava, invece la scenetta di Zeza con Vincenzella, don Nicola e Pullecenella.

Abbasc ‘o Pigno, un fantoccio di paglia arrivava dalla vicina Piazzolla di Nola su una carriola, illuminata da quattro candele. Era un carnevale improntato alla massima semplicità con canti e balli intorno ad un enorme falò. Il lamento funebre, intonato per l’occasione, era il seguente: Carnevale mio, si sapevo ca tu murive, t’accereve n’ata vallina! I balli e i canti duravano fino al mattino tra polpette, lasagne  e sanguinaccio.

Al Casamale, le donzelle avevano la consuetudine di preparare il migliaccio, dolce caratteristico dell’evento, e lo cuocevano nel forno della panificazione. Iniziavano il procedimento della cottura con un lamento che finiva in urla di disperazione/burla all’indirizzo del forno, dove cuoceva/moriva il migliaccio/Carnevale. Le signore, poi, si tingevano le mani con la fuliggine del forno per poi sorprendere e tingere le amiche. Una volta tinta una persona, questa veniva pianta come carnevale tra schiamazzi, urla e sfottò. Anche il pranzo aveva le sue peculiari caratteristiche. Il ruoto di lasagne, ad esempio, guarnite di ricotta, polpette e salsa, nasconde diversi significati. La prima azione, che si nota, è la fusione di vari elementi come la carne, il latte, i pomodori, la farina, e le uova:  tale mescolanza collima proprio con la confusione del tempo di carnevale. La ricotta, che ritroviamo anche nel migliaccio, è un prodotto che annunzia l’inizio della rinascita vegetale ed animale. La carne è tritata e non è, quindi, metaforicamente, soggetta alla resurrezione. Carnevale, infatti, nella tradizione contadina non risorge. Per quanto riguarda il sanguinaccio, diciamo subito che esso era una crema scura, fatta tanti anni fa col sangue del maiale, cioccolata, latte e farina. Ora le pasticcerie producono una essenza di cioccolato molto profumata in conformità alla disposizione di legge, che vieta l’utilizzo del sangue del maiale. Spesso nell’intruglio, un tempo, vi si mescolava frutta candita e pinoli.  Lo stesso maiale, ammazzato in questo periodo, rappresentava il salvadanaio del contadino, dove venivano versati tutti i sacrifici e i rifiuti agricoli di un lungo anno. Per quanto riguarda le maschere, i colori più usati, oltre al nero, erano il bianco e il rosso. I travestimenti frequenti erano Pulcinella, Arlecchino, il prete, il vescovo, il vecchio e la vecchia, la sposa, zeza, la donna pettoruta, la zingara, zorro, il corsaro, il vampiro e cosi via. I vecchi vestiti, in particolare, rievocavano le generazioni passate, un po’ anche per essere loro appartenuti. Il Carnevale, insomma, rappresentava il capodanno contadino, la vera e grande festa d’  inizio anno. Non è un caso che presso i Romani l’anno nuovo cominciava proprio a marzo.