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il vivido ricordo di Assunta Ferruccio, l’orfana che ha passato la sua esistenza all’ombra e ai piedi della Madonna di Castello.

 Tanto tempo fa ad assistere la Madonna nel piccolo Santuario di Castello sul Monte Somma c’era una tenera vecchietta. Aveva i capelli grigi attorcigliati in rotolo, pochi denti, un viso lungo e rugoso. Si chiamava Assunta Ferruccio ed era nata nel 1887 a Bisaccia, un piccolo paesino in Provincia di Avellino . I suoi genitori erano morti per esalazioni di carbone. Orfana, quindi,  era arrivata a Castello grazie a Suor Angelina Coppola di Marigliano, che nel 1920 circa aveva acquistato il Santuario e relative pertinenze, trasferendosi con un nucleo di orfanelle. Queste divenute adulte dovettero lasciare il romitaggio, mentre Assunta volle restare a tutti costi sola con la sua Mamma Celeste. Oggi  il suo ricordo continua grazie a qualche vecchia foto ingiallita dal tempo. Assuntullela, così la chiamavano, era diventata nel tempo la guardiana del Santuario, quasi una divinità adottata. Curava la pulizia della Chiesa, l’apertura e la chiusura delle porte e viveva sempre da sola come una eremita. Non era più alta di un metro e venticinque, con le gambe storte.  Appariva – come riferisce Angelo Di Mauro –  un cucchiaino in un mezzo bicchiere d’acqua . Parlare con lei era rasserenante perché, donna dall’animo semplice e dallo sguardo innocente, non si lamentava mai della sua povertà. Costantemente rapita in estasi, sembrava una bambina abbandonata. Veniva incontro alla gente – continua Di Mauro – come un cagnolino fedele, scodinzolando un vecchio sorriso, piegata in più parti lateralmente. Viveva grazie alla generosità delle donne del paese che le portavano il cibo ogni tanto, venendo su per la vecchia mulattiera intransitabile. Assunta, più volte, aveva patito i morsi della fame: la Madonna, allora, miracolosamente le faceva trovare un piatto caldo sul tavolo nella stanza a lato della Chiesa. Una notte, col suonar delle campane, spaventò e mise in fuga un gruppo di malintenzionati pronti a rubare. Aveva una sola preoccupazione: non far mancare mai i lumini accesi alla Madonna. Nelle notti tempestose si raggomitolava nel suo pagliericcio sotto il manto della Madre Divina, che intimamente scendeva dal suo trono dorato per consolarla. I devoti ascoltavano commossi questi racconti e consideravano Assunta un po’ santa e un po’ angelo. Spesso i più giovani si divertivano scherzosamente a farla piangere, dicendole che l’avrebbero portato via la Madonna. Assunta, allora, li rincorreva sul sagrato, alzando la polvere con le sue solite ciabatte da ballerina. A settembre era solita sedersi sul muretto a dialogare con i pellegrini e a sgusciare noci con le sue dite nere. In primavera, invece, la festa di Castello la privava dell’affetto esclusivo della Mamma Schiavona; in compenso, però, erano i giorni che mangiava di più, grazie alle paranze che lasciavano il cibo avanzato. A nulla valsero le consolazioni delle donne e le spiegazioni quando veniva strappata dall’affetto della Vergine in processione per la città: la vecchietta esibiva, come una bambina, i suoi occhi arrossati dal pianto, stordita da un evento per lei incomprensibile.  La Madonna, però, sarebbe tornata bella più che mai e con lei il sorriso sul viso aggrinzito di Assunta. Ammalatasi gravemente, fu trasportata a Liveri di Nola, dove concluse la sua vita terrena nel 1965 circa. Assuntulella si addormentò finalmente in braccio alla sua Madre per non risvegliarsi più.