CONDIVIDI

(Un’altra pagina del diario ai tempi del Coronavirus. E’ della seconda metà di aprile: già un pò datata rispetto all’attuale evoluzione della pandemia. Un viaggio sulla Metro nel tratto Montesanto-S.Giovanni Barra. La sorpresa di una San Giovanni a Teduccio così diversa dal solito. E al ritorno una sorta di “siparietto napoletano” nella Pignasecca).

La settimana scorsa sono andato, per la seconda volta, a ritirare mascherine per la mia associazione a San Giovanni a Teduccio, nella zona a confine con San Giorgio: via Carceri Vecchie per chi è pratico. Mi ha rifatto l’impressione dell’altra volta prendere la metro a Montesanto, quasi del tutto vuota. Guardarsi con qualche diffidenza, distanziarsi ben oltre il dovuto. Nello scendere a San Giovanni aiuto un ambulante con tutto il suo enorme bagaglio e un tavolino ripiegato. Sento una forte disapprovazione nello sguardo dei pochi presenti. Per scrupolo, e quasi per farmi perdonare, mi faccio, davanti ai loro occhi, una profonda pulizia delle mani con il disinfettante tascabile.

Osservo la gente di San Giovanni consapevole e composta, quasi fuori del tempo. Ho pensato più volte di trovarmi in uno scenario da Truman show. Irreale il silenzio, rotto solo da parte di una signora che urla alla figlia di comprare anche le pelate; il rispetto delle file davanti ai negozi. Straordinario il passaggio delle auto, lungo il Corso, ordinate, senza clacson  e sgommate. Incredibile il numero di autobus e filovie in un senso e nell’altro… Lascio il corso e mi dirigo verso la mia meta: incontro un ambiente così inusuale, così diverso. Un alternarsi e quasi un confondersi tra attività industriali, depositi, capannoni. lavorazioni di rifiuti, e case, villette perfino.

Prendo le mascherine e ritorno al treno. Rispetto alla prima volta, memore dell’esperienza, sono venuto con un trolley. Scendo a Montesanto per portare le mascherine a via Toledo dove abbiamo la sede regionale della mia associazione, una stanza presso la Cgil. Passo per la Pignasecca, non lontano da casa mia. E proprio vicino alle file di persone in attesa di fare i loro acquisti, vengo fermato da due vigili urbani. Mi è sembrato quasi logico, visto il trolley che spingevo.

Mi presento, consegno i documenti e dico che devo portare le mascherine in sede presso la Cgil. A sentir nominare il sindacato, i due vigili cominciano a raccontare la loro storia sindacale: uno dice che ha fatto un’esperienza negativa con la Cgil, l’altro che preferisce risolvere i problemi lavorativi con l’ausilio dell’avvocato. Io comincio a difendere la “mia” organizzazione, ed essendo vecchio del mestiere cito un caro amico che anni fa abbandonò il mio sindacato portandosi appresso un gran numero di vigili urbani. Tra cui, senza meravigliarmi, vengo a sapere che c’era uno dei due. Il dialogo s’infervora un po’.

La gente se ne accorge, s’incuriosisce, guarda a distanza e, anche senza sentire quello che ci diciamo, sento che “tifa” per me. Altri due vigili urbani si avvicinano e partecipano alla discussione sempre animata. Poi, come succede spesso, i toni si stemperano, cominciamo a parlare del lavoro e dell’attività dei volontari in queste settimane, degli anziani, delle famiglie, dei bambini, della scuola che non c’è. E delle mascherine.

A proposito di mascherine, uno dei vigili  mi domanda: “Le vostre quali sono? Quelle della Regione? Le lavabili?”. “Non lo so” rispondo e apro il trolley per fargliele vedere. A questo punto arrivano i mormorii di disapprovazione della gente. Qualcuno ad alta voce dice: “ Adesso aprono le borse e le valigie. È troppo!”.  “A una persona anziana!”, incasso.

L’”assemblea sindacale” si scioglie in fretta e furia. I vigili si allontanano e io vado via senza neanche la copia dell’autocertificazione. Anziché andare in Cgil, mi dirigo verso casa.

(FONTE FOTO:RETE INTERNET)