La frase del titolo l’ha scritta Umberto Veronesi, il grande oncologo che ha dedicato la sua esistenza e la sua sapienza alla battaglia per la vita, contro le malattie mortali. In questi giorni, dopo mesi di drammatico confronto, il Comitato Etico delle Marche ha autorizzato il “suicidio assistito” per Mario, tetraplegico da 11 anni, mentre la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il referendum sull’eutanasia.
“Lasciare la libertà di battersi fino alla fine o di decidere di andar via dalla vita, con dignità”. Lo scrisse Michela Marzano su “la Repubblica” del 5/11/2014 commentando la decisione di Brittany Maynard, una cittadina statunitense di 29 anni, che aveva chiesto il “suicidio assistito”dopo che le era stato diagnosticato un terribile e inguaribile morbo al sistema nervoso. “Può essere giusto scegliere di andarsene – scrisse la Marzano – , ma può anche essere giusto decidere di battersi fino alla fine.
Ecco perché, forse, sarebbe opportuno riconoscere la pari dignità di queste scelte”. Nella stessa pagina del giornale Marco Ansaldo raccontò che nel 2012 il cardinale Ravasi aveva celebrato a Pasturo, in provincia di Lecco, una messa in memoria della poetessa Antonia Pozzi, che si era uccisa nel 1938. Il cardinale aveva detto, in quella circostanza, parole importanti: “Celebro questa messa perché l’atteggiamento che la Chiesa ha attualmente nei confronti dei suicidi presta molta attenzione alle dimensioni interiori della tragedia… la Pozzi rappresenta il caso di una persona dotata di forte spiritualità e di intensa ricerca interiore, travolta da una sensibilità estrema”.
Queste parole provocarono qualche dura reazione negli ambienti del cattolicesimo conservatore: ma fu una durezza, diciamo così, moderata, forse perché Ravasi era “un pezzo da Novanta del Vaticano” ( Marco Ansaldo). Nel novembre del 2014, rispondendo alla lettera di un lettore, Corrado Augias scrisse: “La mia opinione è che non esiste più geloso e prezioso diritto personale che quello di valutare liberamente se vale o no la pena di continuare”. E raccontò maliziosamente, Corrado Augias, che qualche anno prima un “illustre avvocato che s’era sparato alla tempia ebbe le onoranze religiose ipotizzandosi che nel microsecondo tra il dito che premeva il grilletto e la palla che devastava il cranio egli si fosse pentito” (la Repubblica, 12/11/ 2014). E lo credo bene: potevano permettere il parroco e il vescovo del luogo che un “illustre avvocato” fosse portato al cimitero senza aver ricevuto le “onoranze funebri”? Desmond Tutu, l’arcivescovo emerito anglicano di Città del Capo, Premio Nobel per la Pace nel 1984, l’uomo che con Nelson Mandela portò il Sud Africa dall’apartheid alla democrazia, combatté contro l’eutanasia per quasi tutta la sua vita. Nel’ ottobre del 2016, quando i medici gli dissero che il morbo di cui soffriva lo aveva portato ormai alla “stazione di arrivo”, egli sentì l’obbligo morale di cambiare opinione e di prestare la sua voce “alla causa della morte dignitosamente assistita”. Il Dio che ci dona la vita non ci può negare il diritto a una morte dignitosa e di ciò che mi è stato donato posso disporre come voglio”.
Gli eventi di questi giorni dimostrano che le differenze tra “suicidio assistito” e “eutanasia” alimentano questioni giuridiche complesse: la pratica del “suicidio assistito” garantisce che “l’ultimo gesto, anche soltanto spingere un tasto, è autonomo” ( la Repubblica, 23 novembre 2021), è fatto dal paziente, cosa che non accade nell’ eutanasia, in cui tutto il procedimento è affidato all’équipe medica.
Ma anche su questo argomento Umberto Veronesi ha scritto parole importanti, nel libro “il diritto di non soffrire”, pubblicato nel 2011: “Forse è addirittura giusto e opportuno che scompaia la parola “eutanasia”, troppo carica di significati ideologici, che non possono che confondere il discorso. E’ ora di porre fine agli schieramenti. Non si tratta di essere “pro vita”, oppure, al contrario, di sostenere l’eutanasia.
Si tratta, semmai, di considerare lecita l’anticipazione della morte, se questa è la libera decisione di un essere umano gravemente sofferente. Ora bisogna dire: “Basta, silenzio. Diamo la pace a un uomo che ha chiesto di morire. Restituiamo quest’uomo a se stesso”. E invece questi infelici, che non riescono più a sopportare la sofferenza, diventano il bersaglio della “violenza ideologica” di chi è schierato contro il “suicidio assistito”. Nell’aprile del 2018 nel processo contro Marco Cappato, accusato di istigazione al suicidio nella vicenda del Dj Fabo, il governo Gentiloni decise di costituirsi parte civile e dichiarò legittima l’accusa a Cappato. Il leghista Alessandro Pagano dichiarò che “il suicidio o l’aiuto al suicidio non possono mai essere un diritto sancito dalla nostra Costituzione” ( la Repubblica , 6 aprile 2018). Dunque, per questi predicatori della vita ad ogni costo anche Umberto Veronesi era un istigatore di morte: Umberto Veronesi che ha sottratto alla morte e alla sofferenza migliaia di malati.
Non commento, per ora, la posizione della Chiesa. Mi limito a ricordare la moderazione del teologo monsignor Bruno Forte che, parlando della decisione del Comitato Etico delle Marche di autorizzare il suicidio assistito di Mario, disse: “La vita non è mai disponibile, provo turbamento, ma anche rispetto” (Corriere della Sera, 24 novembre 2021), e non posso non ricordare che, quando morì il Dj Fabo, un cardinale sentenziò: “Si apre alla cultura della morte. I cattolici non collaborino” (la Repubblica,26 settembre 2019). Questo cardinale si chiamava Becciu. Questo nome vi ricorda qualcosa?


