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Dal libro di Carmine Cimmino “ I briganti del Vesuvio”. Gli ufficiali “piemontesi” fecero in modo che si diffondesse la notizia, in parte vera, in parte abilmente manipolata, che il  “capo della comitiva” di briganti era stato tradito perfino dalla sua compagna, Luisa Mollo. Il ruolo di Antonio de Luca, informatore delle forze dell’ordine, e della sorella “monaca di casa”. La figura di Giulia Di Marzo. 

 

La mattina del 26 agosto 1861 quaranta guardie nazionali di Somma, guidate da Enrico e Carlo Giova, e una compagnia di bersaglieri al comando del maggiore Calcagnini salirono sul monte per eseguire ” le più minute ricerche nelle pagliare e cascine sospette di ricovero dei briganti.” Trovarono un uomo che, rannicchiato dietro una roccia, mugolava come stranito; in una mano stringeva la coroncina del Rosario, nell’altra una pistola di grosso calibro. Gli domandarono cosa facesse. Vincenzo Terracciano rispose che stava recitando il rosario. La pistola, le 22 cartucce e i proiettili “a caprioli”, che i bersaglieri dissero di avergli trovato addosso, ne segnarono il destino. I soldati lo trascinarono a Sant’Anastasia e all’alba del 27 lo fucilarono.

La sera toccò a Vincenzo Barone. Saverio Ardolino informò Antonio De Luca che il “capocomitiva” stava a Trocchia in casa di una vedova alla quale qualcuno attribuì il poetico nome di Palommella, e la penna degli ufficiali  “piemontesi” quello di Paldomolla, ma che secondo il sindaco di Trocchia si chiamava Palamolla.  Era, Antonio De Luca, un abile doppiogiochista, fratello di una “monaca di casa” che scriveva lettere a Barone per parlargli dello “sviscerato amore” che provava per lui:  i carabinieri e  gli ufficiali “piemontesi” avevano autorizzato, con “due certificati”, i De Luca anche  “a mettersi in corrispondenza con il brigante”, se questo era necessario per raccogliere informazioni utili. De Luca passò la notizia datagli dall’Ardolino a Vincenzo Miranda, capitano della Guardia Nazionale, che avvertì Sartoris e Calcagnini. Al calar della sera il palazzo fu circondato da carabinieri, soldati e guardie nazionali. Un ragazzo che stava di guardia aprì immediatamente il portone: salirono di corsa al primo piano Sartoris, Calcagnini, il capitano Giuseppe Magnani, il tenente Gaetano Negri che sarebbe diventato senatore e sindaco di Milano. I soldati del 6° abbrancarono nel corridoio Vincenzo Miranda che si stava lanciando giù da una finestra. In una stanza trovarono Luisa Mollo che già pensava al domani. Negri, nelle sue lettere, e Sartoris nella relazione ufficiale, raccontarono che la donna aveva indicato, con uno sguardo, un armadio chiuso. Lì era nascosto Barone. Calcagnini e Sartoris sfondarono uno sportello con il calcio delle carabine, il brigante sparò gridando, forse, “sono qui”, il Sartoris attraverso lo squarcio gli scaricò addosso la sua arma. Il Negri ricordava, invece, che “una scarica generale” s’era abbattuta sull’uomo chiuso nell’armadio. E quando il mobile venne aperto, si vide che Barone respirava ancora: era ferito al petto e impugnava la pistola. Si spense dopo pochi minuti, “il terribile brigante”. Il sindaco di Trocchia, Domenico Russo, compilò l’atto di morte: L’anno 1861, il 28 agosto, alle ore 21 davanti a noi sono comparsi Raffaele Gammella, di anni 41, salassatore domiciliato in via Regina a Trocchia, e Vincenzo Mellone di anni 42, di professione serviente, domiciliato in Pollena, e hanno dichiarato che il 27 agosto 1861 alle ore 2,30 di notte è morto nella casa degli eredi Palamolla Vincenzo Barone di anni 22 circa, di professione telajolo e proprietario, domiciliato in Sant’Anastasia, figlio di Luca proprietario e di Serafina Coppola.

La mattina del 28, alle 7,30, in Sant’Anastasia i bersaglieri di Calcagnini fucilarono Vincenzo Miranda, e ne esposero al pubblico il cadavere, accanto a quello di Vincenzo Barone, che giaceva supino, la testa appoggiata allo scalino della fontana in Piazza Trivio. Addosso a Barone i carabinieri trovarono un fascio di lettere: ne erano autori e destinatari anche personaggi in vista della società anastasiana e vesuviana, ma il potere militare provvide a far scomparire quelle che dovevano scomparire.  Il 28 agosto furono arrestati Luigi Di Marzo e le figlie Giulia, di 22 anni e Matilde, di 21. Nella buia stanza degli interrogatori, che ci è stata descritta dal Negri, il Calcagnini mostrò a Luigi una lettera da lui inviata al Barone. Forse la lesse ad alta voce: “Mio caro don Vincenzo, sento tutta la fiducia di gettarmi nelle braccia della vostra amicizia ed affezione, che mostrate inverso della mia famiglia”. Forse il capitano e i tenenti sorrisero, sapendo che tra le braccia del Barone s’era gettata anche la figlia di Luigi, Matilde. Luigi non negò  d’aver chiesto al bandito un prestito di 51 ducati, per soddisfare” un’intima dell’ avv. Gaetano De Falco di Napoli” a saldo di un vecchio debito: “l’intima” lo aveva sorpreso senza una lira, ” comecchè il Contino paga il suo mensile nel dì 10 di ogni mese”, e lui si trovava come “in un Vulcano”. Ma negò di averli ricevuti, quei soldi, e negò di aver scritto altre lettere per spiegare a don Vincenzo che né lui né le figlie avevano mai raccontato in giro quello che egli confidava a Matilde.  Luisa Mollo lo smentì su questo punto, e smentì anche Matilde, che aveva ammesso solo “gli amori” precedenti la latitanza. E invece per due volte proprio da Luisa era stata accompagnata sulla montagna “per un abboccamento” con Barone, alla masseria “La Zazzera”. I cittadini probi e intesi dei fatti non nascosero d’essere sbalorditi da tali notizie: mai avrebbero ritenuto Matilde capace di un amore che non fosse “onesto”.