CONDIVIDI

 

Le persone positive al covid-19 hanno vissuto e continuano a vivere in una situazione di disagio, non solo per aver contratto il virus ma anche, spesso, per l’inefficienza sanitaria.

Non bastano l’ansia, la paura per se stessi e per gli altri, il timore di poter contagiare chi ha un sistema immunitario più debole, si introduce un’ulteriore dinamica che non dovrebbe esistere: l’attesa.                                                                                     Questa è la storia di una famiglia di San Giuseppe Vesuviano ma in realtà è quella di centinaia di persone costrette a vivere in situazioni di estremo disagio sia dal punto di vista psicofisico che, molto spesso, dal punto di vista economico. Madre, padre e figlio di 24 anni: è questa la famiglia in questione che ha vissuto per giorni e giorni nella paura e nella disperazione più totale. Queste persone hanno dovuto attendere per  giorni un’ASL che si precipitasse ad eseguire un tampone dopo che padre e figlio avevano presentato uno dei classici sintomi del covid: la febbre. Dopo aver fatto una cura hanno capito che molto probabilmente  non si trattava di una febbre passeggera, di una semplice influenza ma non ne avevano alcuna certezza. Questa famiglia è stata lasciata nel dubbio più profondo per 8 giorni e se per qualcuno può sembrare poco, in realtà è una vera e propria agonia per chi la vive. L’unico che continuava ad avere sintomi forti era il padre, che faceva spesso fatica a deglutire e presentava in più anche forti sintomi di ansia per la situazione vigente. Varie ambulanze sono accorse nella palazzina, una addirittura senza avere gli strumenti base necessari, ad esempio un termometro per poter ufficialmente misurare la temperatura corporea. Circa un mese chiusi in casa da soli, senza lavoro, senza poter uscire per fare la spesa o pagare una bolletta. Un mese in cui erano quasi certi di aver contratto il virus ma non vi era alcuna comunicazione ufficiale. La mamma, proprietaria di un negozio di abbigliamento per bambini, è stata costretta a chiudere per un mese senza avere la certezza di una motivazione valida. In più – “in casa si respirava un’aria di profonda angoscia per le condizioni di mio padre che continuava ad avere sintomi e noi continuavano a non sapere cosa fare né chi chiamare” – confessa il figlio ricordando quei momenti. E poi continua – “ Il sistema è scoordinato, sembra quasi che bisogna elemosinare le cure che in realtà ci sarebbero dovute.” – Per fortuna l’uomo presentava sintomi lievi e non era possibile procedere con il ricovero. Dunque, a meno che non si tratti di un codice rosso bisogna attendere. Ma attendere cosa?  Giornate intere ad aspettare in una condizione di estrema debolezza psicologica, frutto di errori su errori di chi manovra la situazione dall’alto. L’attesa non può e non deve essere così lunga, lo dice anche il presidente della Regione, Vincenzo De Luca, che pretende velocità ed efficienza, due caratteristiche fondamentali in una situazione di estrema emergenza come quella che l’Italia intera sta vivendo. Purtroppo, però, la realtà è ben diversa da come viene ipotizzata e fortemente sostenuta dalle Istituzioni, non ci troviamo in un film.

Nella realtà, si finisce per andare a rotoli e a pagarne le conseguenze sono le persone che dovrebbero essere assistite nel minor tempo possibile. E se il minor tempo possibile è 8 giorni, allora c’è davvero qualcosa che non va.