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Referendum: La scelta di Rosa

L’intervista ad una giovane attivista del “No” e le scelte giovani di chi non vive passivamente lo scorrere degli eventi e le imposizioni dall’alto. foto dell’evento

Siamo in dirittura di arrivo: tra pochi giorni l’Italia, tra noia, partigianeria e distacco, sceglierà la maggiore modifica alla Carta Costituzionale da quando questa entrò in vigore il primo gennaio del 1948. Tra quattro giorni sapremo se il Paese vorrà conservarla sostanzialmente integra (anche se ci sono state almeno 15 variazioni in 68 anni non sono state sostanziali come questa) o dare una svolta epocale, e che forse aprirà il passo ad altre e più radicali variazioni che ne snatureranno l’essenza democratica ed antifascista.

Che dire di più se non aprirsi al confronto e al dialogo? Lo scorso sabato c’è stato un convegno per il ”No”, uno dei tanti in questa intensa e confusa campagna referendaria e che si alternano con quelli monocolore per il “Sì”; ma in questo di Nola, presso l’aula consiliare del Comune, abbiamo trovato a nostro avviso la vera essenza del dibattito, là dove Alfonso Gianni, Rosa Fioravante, Marcella Raiola, Ciro Annunziata e Sebastiano D’Onofrio, hanno sviscerato la riforma, evidenziandone le incongruità e le pecche ma soprattutto il fatto che questo referendum non sia mai nato come gentile elargizione governativa ma sia l’esplicita ammissione di impotenza dell’esecutivo, incapace di trovare un accordo parlamentare per attuare riforme e che ora si affida al caotico potere dei social e dei testimonial di partito e soprattutto alla personalizzazione della scelta elettorale.

Nel dibattito nolano, oltre all’analisi di Alfonso Gianni, ex sottosegretario del governo Prodi bis, e l’apporto degli altri due relatori, ci hanno entusiasmato le due voci femminili: l’intervento di Marcella, la voce della scuola particolarmente intaccata dalla riforma renziana di chiara ispirazione berlusconiana,  e quello di Rosa, la voce dell’attivismo politico.

Siamo riusciti ad intervistare Rosa Fioravante, milanese dell’hinterland ma calabrese d’origine, nata nel 1989, ex dirigente dei Giovani Democratici Lombardia (si occupava di esteri e università), ex Project Manager dell’International Union of Socialist Youth, l’organizzazione sovranazionale delle organizzazioni giovanili di tutti i partiti socialisti del pianeta, e co-fondatrice dei Pettirossi. Con lei abbiamo cercato di capire cosa può significare fare ancora politica al tempo del disimpegno e di Facebook e come affrontare al meglio la scelta referendaria.

Innanzitutto quando hai incominciato ad interessarti di politica?

«Ho incominciato con la rappresentanza studentesca all’università quando dei conoscenti mi proposero di candidarmi per il dipartimento di studi di filosofia all’università di Milano; dissi ovviamente di sì poiché ero molto attenta alle dinamiche politiche anche se non partitiche. Con la rappresentanza studentesca ho incominciato a capire i meccanismi della rappresentanza, l’importanza di stare in una comunità …»

È stata in pratica la tua palestra politica se vogliamo dirla così …

«… sì e poi ho conosciuto delle persone a livello di partito e siccome la giovanile PD di Milano, all’epoca, fondamentalmente non esisteva, c’era da costruire uno spazio da zero e fu una bellissima stagione, era fatta a nostra immagine e somiglianza in un certo senso.»

Si faceva politica pura, ma in pratica c’era un partito di riferimento?

«Sì e no, perché il Partito Democratico si disinteressava dello spazio giovanile e noi quello spazio lo abbiamo plasmato secondo le nostre necessità, tra l’altro facendo all’università un’attività utile alle persone della nostra generazione.»

Come è avvenuto quindi questo passaggio nel PD?

«Tramite appunto la giovanile e facendo sponda con l’attività all’università, come quella di far abbassare le tasse per gli studenti, abbiamo introdotto la figura dello studente part-time …»

… quindi è il PD che si è avvicinato a voi, vedendo il vostro lavoro …

«… in un certo senso sì, noi abbiamo incominciato a costruire un gruppo di giovani che portava avanti delle tematiche ma al contempo portavano avanti anche un discorso di cultura politica: e questo nell’assenza di una linea politica del partito – e mi riferisco al 2012 – noi avevamo lanciato dei dibattiti molto interessanti sul tema del lavoro, sul tema della normazione del lavoro …»

Facevate anche una scuola politica?

«Sì, c’erano anche delle scuole politiche ma il dibattito era in generale molto vivace, c’era – mi ricordo – una divisione sulla flessibilità del lavoro.»

Ma allora la domanda d’obbligo è: perché sei uscita dal PD?

«Innanzitutto ero in totale dissenso con tutti i provvedimenti che venivano attuati dal governo Renzi, ma questo è secondario, perché io ritenevo che anche il governo Letta fosse del tutto insufficiente e che l’appoggio al governo Monti fosse sbagliatissimo. Poi avendo lavorato con uno stage all’internazionale socialista ho visto anche tutti i limiti di un partito socialista europeo, quello che poi di fatto governa l’Internazionale e che è diventato un carrozzone burocratico, e che nulla ha a che fare con la difesa dei lavoratori e con la difesa delle persone comuni. Soprattutto li ho visti condannare apertamente il referendum greco, dicendoci apertamente di dovere stare con la Merkel e non con Tsipras, ci dicevano poi che Podemos doveva stare fuori dalla famiglia socialista, perché ritenuti dei populisti; ed io ritenevo questo inaccettabile, perché là c’era un popolo, un pezzo di cittadinanza che cercava di riappropriarsi di alcuni diritti e invece, quella che doveva essere la sinistra socialdemocratica stava con le forze dell’austerità, con l’oligarchia finanziaria.»

Quindi come dovrebbe essere la sinistra secondo te?

«La sinistra dovrebbe essere innanzitutto di lotta e di governo! E mi spiego: deve essere riformista nella misura in cui è chiaro che il processo democratico sfocia nell’istituzione e nel processo democratico istituzionale, ma deve ritornare ad essere di lotta nel senso che deve riorganizzare il fronte degli sfruttati, deve riorganizzare quello degli operatori più tradizionali ma anche quello dei disoccupati, dei precari, di coloro che sono marginalizzati, mettendo assieme questa parte di popolazione perché tutti vittime dello stesso processo di globalizzazione che toglie diritti, che toglie possibilità materiali e benessere alle persone. Organizzando questo fronte si fa sì che si riequilibrino i rapporti di forza fra coloro che sono sfruttati, quelli che nella globalizzazione stanno perdendo, e coloro che della globalizzazione si stanno avvantaggiando, una minuscola élite, un’oligarchia.»

Un politica reale quale punto di riferimento per le masse di oppressi?!

«Certo! Ma tra l’altro è urgente che lo faccia perché quel malessere sociale sfocerà nella reazione più violenta, che quando non è violenta può assumere dei toni razzisti, xenofobi, cadendo nell’inganno di pensare che il nemico sia il diverso, quello che ha una religione diversa dalla tua e così via; noi dobbiamo ritornare a costruire delle reti di solidarietà che sappiano contrapporsi a quelli che sono i veri nemici, coloro che appunto negli anni ci hanno tolto i diritti e si sono avvantaggiati di questa globalizzazione finanziaria sregolata.»

Parlaci della tua attività politica attuale.

«Io mi sono avvicinata al percorso costituente di Sinistra Italiana che è un percorso complicato ma anche ambizioso, forse troppo per le forze che abbiamo, ed avremmo bisogno che questo percorso costituente fosse invaso di persone che vengano a plasmarlo. Sono co-presidente insieme a Fabio Mussi della Commissione Progetto, che stenderà le tesi con cui andremo a congresso; stiamo cercando di attuare una critica verso la politica attuale ma vogliamo anche evitare di incorrere negli errori che la sinistra ha commesso negli ultimi trent’anni, per quello che dovremmo essere – perché no! – nei prossimi trenta. »

E i Pettirossi, che cosa sono?

«Sono una rete di ragazzi che provengono o dal PD direttamente o dalla giovanile del PD o hanno una cultura laburista, una cultura socialdemocratica se vogliamo, e che si sono avvicinati a questo percorso costituente di Sinistra Italiana …»

… volendo essere più brutali quelli che sono rimasti insoddisfatti dal PD?

«Sì, in larga parte sì. Quelli che oggi provano a mettere un punto generazionale non nel senso della rottamazione, che è un’idea sbagliata, ma nel senso di una riappropriazione degli spazi dei giovani, e che non vogliono aspettare che qualcuno li coopti come succedeva col Partito Democratico. Vogliamo affermare che la nostra generazione è quella che oggi subisce tutte le politiche di flessibilizzazione del lavoro, di precarizzazione, di marginalizzazione, perché solo noi sappiamo cos’è la sofferenza di questa vita precaria e vogliamo assumerci la responsabilità di cambiare le cose …»

Ehm … ci sono pure quelli che a cinquant’anni provano queste cose …

«Certo, anzi! Come dicevo prima bisogna far convergere le lotte, di cose diverse che stanno però nello stesso paradigma e vogliamo focalizzare il dibattito pubblico sulla dialettica tra sfruttati e sfruttatori …»

… un ritorno alle origini, di quello che era una volta la sinistra, con un Partito Comunista degno di quel nome …

«… o di un Partito Socialista degno di quel nome! »

Certo! Basta che non siano quelle cose amorfe che ci ritroviamo oggi!

«Un ritorno ai valori fondanti, alla dialettica di classe: oggi le classi sono cambiate ma è su quella dialettica che continua a muoversi il conflitto sociale. »

Un tuo consiglio per chi voterà a questo referendum.

«Bisogna votare “No” perché, come accennavo prima, bisogna far capire a questa classe dirigente che ci siamo accorti che hanno messo in piedi una campagna di distrazione di massa con la quale ci distraggono dai problemi veri perché loro non sono stati capaci di diminuire la disoccupazione, di diminuire il malessere sociale. Noi dobbiamo votare “No” per dire che la nostra priorità non è la riforma dell’architettura istituzionale ma è invece l’attuazione dei principi della Costituzione come quelli della giusta retribuzione, i principi di eguaglianza e giustizia sociale, e che quindi la nostra priorità deve essere quella e non lo scaricare i problemi di incapacità politica di questa classe dirigente su di una Costituzione che è preziosa e che rimarrà anche quando questo governo passerà.»

 

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