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I maliziosi “Misteri del chiostro napoletano” (1864) di Enrichetta Caracciolo di Forino, monaca “spogliata”. I “disobblighi” a cui erano tenuti i monasteri napoletani nei confronti di arcivescovi e di amministratori della città, a Natale e nelle feste più importanti dell’anno: “cesti” di mostaccioli e di roccocò. Cenni di storia del mostacciolo, dolce già noto ai Greci e ai Romani, e il valore simbolico del mosto. L’immagine mi è stata fornita dal preside prof. Domenico Ciccone: e lo ringrazio.

 

Nel 1864 Enrichetta dei Caracciolo di Forino, che era stata monaca benedettina, nel 1864 raccontò nei “Misteri del chiostro napoletano” che spesso le cucine dei monasteri napoletani si trasformavano in raffinate pasticcerie, poiché “la confezione dei dolci è nei monasteri di donne ciò che la focaccia è nell’harem”. Che è un paragone malizioso:e sarebbe atto di malizia il domandarsi come l’esercizio del digiuno si conciliasse con l’arte di impastare e sfornare dolci e pasticci. Ogni monaca – raccontò la Caracciolo –poteva disporre del forno del monastero per una sola giornata, che partiva dalla mezzanotte: ma quasi sempre le “artiste” erano costrette a chiedere una seconda e una terza giornata, scompigliando turni e calendario, e costringendo le “sorelle” a “saltare” perfino le pratiche religiose. Monache ormai vecchie confessarono alla Caracciolo “di non aver veduto ancora le funzioni della Settimana Santa, non avendo in quella ricorrenza avuto giammai libero un momento per entrare nel coro e guardare in chiesa”. E con una malizia che si inasprisce di ricordo in ricordo la scrittrice osserva che nella distribuzione dei dolci prodotti dalle suore “ i parenti hanno sempre la peggiore parte”, poiché preti e confessori più che su ogni altro precetto “evangelico” insistono, a modo loro e nel loro interesse, soprattutto su quello che ordina a chi vuol essere vero cristiano di dimenticare, prima di tutto, padre, madre, fratelli e sorelle. E così i “padri spirituali insaccano la più scelta e lauta dispensa della pasticceria”. In realtà,le comunità dei monasteri erano tenute a rispettare, nelle feste più importanti dell’anno, la tradizione dei “disobblighi”, inviando “dolci e confetture” prodotti dalle suore alle autorità religiose e civili. Scrive Lucio Fino che nella seconda metà del Settecento il monastero di San Gregorio Armeno ogni Natale inviava all’arcivescovo di Napoli un “disobbligo” di sessanta mostaccioli, e “al delegato della città cinquanta mostaccioli di oncia 4 l’uno e biscotti”. Mostaccioli e “sosamielli” venivano donati anche nella prima settimana di Quaresima. I mostaccioli sono un dolce antico: Ateneo ne descrive due tipi, uno al sesamo, l’altro al vino melato, e Catone il Censore sottolinea l’importanza del mosto – da qui il nome – che doveva bagnare l’impasto di farina, aneto, cumino, strutto, cacio: i piccoli pani, in cui l’impasto andava diviso, bisognava cucinarli al forno su teglie coperte da strati di alloro. Apicio spiegò ai Romani che un mostacciolo fatto di farina mosto miele e mandorle tostate, immerso in un sugo di vino, di ruta e di pepe, vi depositava, lentamente e perciò intensamente, i suoi complicati profumi: con tale “bagna” egli spalmava la carne lessata, in particolare il prosciutto, prima di portarla in tavola. Nel “cunto” “ La vecchia scortecata “ G.B. Basile usa l’espressione “ sauza”, salsa, “ de mostacciolo . Il mosto era un dolcificante, e portava l’augurio della fecondità: i poeti latini raccontano che alla fine del pranzo nuziale venivano serviti mostaccioli, e gli invitati dovevano mangiarne almeno uno, anche se erano sul punto di scoppiare.Un augurio di fecondità suggeriva, per un chiaro riferimento analogico, anche la forma del rombo, un “ segno “ assai frequente nel culto della Grande Madre mediterranea, e, in tempi recenti, nella cultura dell’emancipazione femminile. Non è diverso il significato della forma a ciambellina dei mostaccioli umbri, e delle forme dei mostaccioli di Vibo Valentia: pesce, agnello, e perfino una donna con tre seni, che rappresenta la diavolessa della lussuria. Si può supporre che le monache del convento di San Sebastiano, i cui mostaccioli conquistarono il plauso di Giordano Bruno, quando preparavano questi dolci e quando li mangiavano, dichiarassero guerra ai demoni lascivi della libidine. Contro gli appetiti del sesso veniva invocato il soccorso della dolcezza pudica del mosto e del miele: che è simbolo, presso tutte le religioni, dell’immortalità dell’anima. E forse anche le monache del Real Convento della Maddalena diedero ai “roccocò”, che esse – si dice – avrebbero creato nella prima metà del sec.XIV quella forma caratteristica di ciambella bucata per esorcizzare le insidie del demone della lussuria. Non so se la forma circolare abbia indotto qualcuno a trovare una qualche corrispondenza con gli schemi dello stile “rocaille”, dello stile “rococò” e a prendere in prestito il nome: l’ipotesi non mi convince. Ma non importa:  nei dolci i nomi sono apparenza, conta solo la sostanza. E la sostanza dei “mustacciuoli” e dei “roccocò” è anche un invito a credere e a sperare.