CONDIVIDI

La vita tormentata di uno scultore notevole (Molfetta, 1864- Napoli,1936), che cercò di conciliare la lezione di Gemito con moduli classicheggianti. Il matrimonio con Maria De Browne, lo scontro continuo tra due caratteri “difficili”. La scena dell’omicidio nella “pensione” Mascotte a Posillipo. La tragica morte della seconda moglie dello scultore, uccisa dalle fiamme nell’appartamento al Vomero.

 

Filippo Cifariello era già uno scultore di buona fama, quando nel 1890 a Roma, nel Teatro del Varietà, conobbe Maria De Browne, bellissima “sciantosa” che come nome d’arte aveva scelto quello di Bianca de Mercy. I due si sposarono nel maggio del 1894 e la storia della coppia si concluse drammaticamente il 10 agosto del 1905, quando in una camera della pensione Mascotte a Posillipo l’artista uccise la moglie con cinque colpi di pistola. Gli atti del processo, i cui passaggi più significativi vennero pubblicati dall’ avv. Nino Marazzita (rivista “Eloquenza” numero marzo- aprile 1967), raccontano la storia di una relazione che, sia negli anni del fidanzamento che in quelli del matrimonio, fu una tragicomica successione di rotture, litigi, tregue, trattati di pace. Leggendo le dichiarazioni fatte dal Cifariello davanti alla Corte di Assise di Campobasso, dove, tra il  1908 e il 1910, si tenne il processo, si capisce che lei, avendo compreso che Filippo era affascinato dalla sua bellezza e perdutamente innamorato, aveva cercato di piegarlo in modo assoluto e definitivo alla sua volontà, e di costringerlo anche a sopportare i suoi tradimenti. Lui, carattere inquieto e temperamento agitato, era arrivato al punto di “comprare” la fedeltà della moglie versandole somme cospicue di danaro, ma andava continuamente alla ricerca delle prove della sua infedeltà, e non riusciva ad accettare – lo confessò ai giudici – “la mia impotenza nel crearmi una moglie dalla creatura che adoravo”. Queste parole spiegano da sole la complessità di una persona che pretendeva di continuare ad essere scultore anche come marito. In realtà ognuno dei due cercava di “plasmare” l’altro secondo i propri desideri. Cifariello accettò l’incarico, proposto dal Comune di Bari, di scolpire la statua in bronzo di Umberto I a cavallo proprio per procurarsi il danaro che la moglie gli aveva chiesto. Qualche giorno prima dell’11 giugno 1905, in cui Vittorio Emanuele III e la regina avrebbero inaugurato il monumento, lo scultore arrivò allo scontro fisico con il fonditore Bastianelli che non gli aveva versato l’ultima quota dell’ingaggio pattuito e minacciò di non consegnarli la coda del cavallo. Vittorio Paliotti racconta, invece, che la coda già stava al suo posto, e che di notte lo scultore andò a svitarla, per costringere amministratori e fonditore a saldare immediatamente il debito: altrimenti il re avrebbe inaugurato un cavallo senza coda.

E’ probabile che a Bari il Cifariello abbia presentato la moglie a un suo amico, l’avv. Leonardo Soria, che fu l’attore dell’ultimo capitolo della storia. Il caso volle che i tre si trovassero insieme nella pensione Mascotte, a Posillipo: e qui si svolsero le scene finali. Lo scultore affronta l’ex amico, lo “penetrò con lo sguardo”, e la canzonettista “cadde ai piedi” del marito: “quanto mi sei piaciuto, sembrava che tu volessi ucciderlo con gli occhi. Quel Soria è un vile”. Soria se ne andò, ma Filippo capì che anche la moglie sarebbe partita con la scusa di andare dalla madre. Allora le diede uno chèque di 10000 lire, a patto che rimanesse, Maria acconsentì, bevvero champagne, ma poco dopo lei cambiò ancora una volta idea: gli comunicò che sarebbe andata a Roma. A letto lui si lamentò, pianse, lodò la bellezza della moglie, che all’improvviso gli disse: sai quanti uomini sarebbero disposti a pagare qualsiasi cifra per una notte d’amore con me? A Roma un tale mi ha dato 3000 lire, senza possedermi. Lui incomincia a gridare, lei impugna una pistola e minaccia di sparargli, e a quel punto lui prende dalla valigia la rivoltella che aveva comprato qualche giorno prima, spara cinque colpi e la uccide, poi corre via dalla stanza gridando “Ammazzatemi, ammazzatemi”.

Durante il processo viene provata l’infedeltà sistematica della De Browne e alla Corte la polizia comunica anche l’indirizzo dell’appartamento in cui lei si incontrava con il Soria. Tuttavia la Procura sostiene l’accusa di omicidio premeditato, pur riconoscendo le attenuanti, ma gli avvocati difensori, e in particolare il Pansini e Gaetano Manfredi sfruttano con grande abilità le diagnosi dei periti psichiatrici, in cui allo scultore si riconoscono temperamento neuropatico, carattere nevrastenico e le conseguenze di una “frenosi maniaco- depressiva” di cui egli aveva sofferto nel 1901. La giuria emette una sentenza di piena assoluzione per “vizio totale di mente” nel momento dell’omicidio. La sentenza venne aspramente criticata da giuristi e da giornalisti.

Cifariello sposò poi Evelina Fabi, che morì, anche lei, drammaticamente, uccisa dalle fiamme sprigionate da una “macchinetta a spirito” ( sulla copertina della “Tribuna Illustrata” che accompagna l’articolo è rappresentato il vano tentativo dello scultore di salvare Evelina). Cifariello si sposò, infine, con Signe Stimis,e morì suicida nel 1936.