La metafora del “polpo”, immagine della goffaggine e della stupidità. La storia del camorrista Giovanni Mormile, detto “’ o purpo” e di Filippo Scelzo, detto “purpessa”. La complicata relazione tra la “ricotta”, la “recoveta” e la prostituzione. Abele De Blasio pubblicò i tatuaggi dei camorristi lenoni e sfruttatori.
Ingredienti (per 4 persone): kg. 1, 200 di piccoli polpi veraci; gr. 500 di pomodori pelati; 2 spicchi d’aglio, prezzemolo, olio, pepe e sale. Seguiamo la ricetta pubblicata da Maria Giovanna Fasulo Rak nella plaquette “La cucina napoletana”: “I polpi veraci si riconoscono dalla doppia fila di ventose sui tentacoli. Sono più saporiti e profumati di quelli di fondo. Questa ricetta, profumata dall’aglio e dal pomodoro e dalla cottura nel coccio, è adatta a dare sapore anche ai polpi meno pregiati. Ripulite i polpetti della sacca interna e del becco, lavateli e metteteli in una pentola di coccio con l’olio, il pomodoro, l’aglio, un pizzico di sale e il pepe. Coprite bene e fate cuocere a fuoco lento fino a quando i polpetti non siano teneri e il sugo addensato (circa ¾ d’ora). Aggiungete il prezzemolo tritato 10 minuti prima del termine della cottura. Scoprite la pentola raramente e velocemente perché il profumo non si disperda.”.
In napoletano dire di qualcuno che pare “’no purpo” è un dire oltraggioso, perché il polpo è brutto, è goffo e sgraziato nei movimenti, è stupido, come dimostra la facilità con cui i pescatori lo tirano nella rete. E tuttavia Giovanni Mormile, “ladro e truffatore”, Maestro nell’uso del coltello, camorrista emerito del quartiere Porto, evaso dalle prigioni di Aversa e di Avellino, cugino di quell’ Antonio Mormile di cui parla anche Marco Monnier, era chiamato “’o purpo”: e per dimostrare che non considerava offensivo il soprannome, si era fatto tatuare una piccola immagine del polpo sulla spalla destra. Infatti, negli ambienti della “Onorata società” lo chiamavano in quel modo perché era abilissimo nell’interessarsi di molti affari contemporaneamente: come se al posto delle braccia avesse un viluppo di tentacoli, che non restavano mai fermi, frugavano, scavavano, e afferravano prede nel contrabbando delle carni, nel furto dei cavalli, nello sfruttamento della prostituzione.
Nella grande retata che nel 1863 le autorità napoletane fecero tra “oziosi, vagabondi e riconosciuti camorristi” – un po’ di fumo negli occhi di Silvio Spaventa – capitarono anche alcuni camorristi che controllavano il porto di Castellammare e, tra questi, Filippo Scelzo, uomo di fiducia del “caposocietà” Michele De Simone, “camorrista terribile”. De Simone era noto con un soprannome degno del ruolo “’ o lione”; ma quando lo scrivano di polizia trascrisse sulle carte d’ufficio il soprannome dello Scelzo, “purpessa”, sentì il dovere di aggiungere, in nome della chiarezza, che lo Scelzo era di “corpo enorme”: le superiori autorità e i giudici avrebbero capito che quella caratteristica gli aveva procurato il poco gentile “strangianomme”. Le metafore del polpo, dello squalo, del leone e di altri animali sono quasi sempre chiare. Non sempre sono chiare le ragioni per cui i nomi dei cibi e dei “piatti” sono usati come insulti. Non è chiaro, per esempio, perché la “ricotta” e il “ricottaro” sono collegati alla prostituzione: “fà’ ‘a ricotta” e “magnà’ ‘a ricotta” significano sfruttare le prostitute. Dice qualcuno che in queste espressioni “’ a ricotta” è non il gustoso latticinio, ma un travisamento fonetico di “recoveta”, che significa “raccolta” e che indica l’operazione violenta con cui i camorristi “recoglievano”, incassavano dalle prostitute e dai loro protettori “ ‘a mesata”, la tangente mensile. Da qui la confusione nell’associare parole, significati e situazioni. La spiegazione non mi pare che sia convincente, perché anche in lingua italiana “ricotta” è metafora del seme maschile, una metafora che non ha bisogno di spiegazione. Inoltre, “fa’ ‘a ricotta” significa non solo “sfruttare la prostituzione”, ma anche “esercitare” questo antico mestiere, e “ricotta fresca” è l’espressione sprezzante che le matrone napoletane e vesuviane di un tempo usavano per indicare la mollezza di uomini dal sesso ambiguo. Ricordo, infine, che la camorra dell’Ottocento autorizzava alcuni membri a esercitare il mestiere del lenone e dello sfruttatore delle prostitute: ed essi indicavano il loro ruolo con particolari tatuaggi che Abele De Blasio studiò e pubblicò nel suo libro sulla “Malavita a Napoli”.
“’ O purpo” potrà essere goffo e stupido, ma dalla ricetta della Rak ci invia la suggestione di un profumo pieno e sereno, di un sapore intenso e prolungato. Con questa nota chiudiamo l’articolo, e con la promessa che torneremo sull’argomento, per capire perché i nomi di certi cibi e di certi “piatti” diventano insulti, come lo è diventata la “ricotta”.

