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La piazza “disegnata” da Vanvitelli e la creazione del Foro Carolino. Al posto della statua di Carlo di Borbone venne messa quella di Dante. La storia della cerimonia ufficiale per la inaugurazione. Le Fosse del Grano. Il Caffè Diodati, le serate musicali, e la trattoria di Vincenzo Favellone, socialista con la passione per la lirica, e, in particolare, per Wagner.

 

La piazza si chiamava Largo Mercatello, perché fin dal 1558 ospitava uno dei due mercati che si tenevano in città. L’aspetto attuale glielo diede, tra il1757 e il 1765, Luigi Vanvitelli, che la disegnò come un Foro, il Foro Carolino, in onore di Carlo di Borbone. Il centro della piazza avrebbe dovuto occuparlo una statua del re, ma il progetto non venne mai realizzato, anche per ragioni politiche: è una storia lunga, che merita di essere raccontata. Nel 1871 quel posto venne ufficialmente dato alla statua di Dante, opera di Tito Angelini e di Tommaso Solari: era stato Luigi Settembrini a proporre il monumento, e alla realizzazione aveva contribuito il sindaco di Napoli Paolo Emilio Imbriani. Ma la statua di Dante venne “scoperta” senza cerimonia ufficiale: il sindaco si era dimesso, e l’assessore che lo sostituiva non volle nemmeno che si collocasse sulla base della statua l’epigrafe dettata dal Settembrini “All’Italia raffigurata in Dante Alighieri”. L’ epigrafe venne collocata il 26 giugno 1932, durante una solenne cerimonia: il discorso ufficiale lo tenne, nel teatro “San Carlo”, il senatore Gennaro Marciano, famoso penalista, e Benito Mussolini inviò un messaggio di auguri. Nel 1852 vennero demolite le “Fosse del Grano”, per fare spazio a una nuova strada, la “salita” al Museo. Questi depositi furono per tre secoli al centro dell’economia della città e della storia politica- a partire dalla rivolta di Masaniello -, ma anche degli interessi dei gruppi criminali che miravano a controllare i rifornimenti di grano e il movimento dei carri.Un movimento continuo e di grandi proporzioni, alimentato anche dai carri carichi di botti che portavano il vino del Vesuvio e dei Campi Flegrei alle numerose “cantine” e trattorie del ricco quartiere. Nell’ultimo trentennio dell’Ottocento divenne famoso il Caffè Diodati, che aveva preso il posto, al piano terra del Palazzo Mastelloni, del  “Café” di Maddalena Passaro. Il “Diodati” era frequentato dai medici del Policlinico e dai giornalisti del “Pungolo”. Leggiamo in un libro di Vincenzo Vinciguerra che nel maggio del 1895 il proprietario del Caffè, don Gennaro, incominciò a organizzare spettacoli musicali all’aperto con l’orchestra diretta dal Maestro Carlo Fanti, il quale, per la prima serata, musicò un testo di Aniello Califano: nacque così la canzone “ Si stato sempe ‘e ggenio”, dedicata al proprietario, “il quale, commosso e grato, compensò, in misura davvero eccezionale per quel tempo, gli autori con dieci lire e un gelato di fragole.”. Si esibirono, su questo palcoscenico all’aperto,anche Antonio Bova, Giuseppe Albanese e una “sciantosa”, la “Petite Fougére”, che, come ci dice Vittorio Gleijeses, morì sotto le macerie di Messina nel terremoto del 1908. Talvolta le esibizioni duravano fino all’alba, perché nella piazza, la “notte era come il giorno”, a tal punto che, come ci racconta Vincenzo Vinciguerra, vi era un Caffè che funzionava solo nelle ore notturne: un fornello a carbone, una mensola, qualche sedia, e il carrettino che trasportava il tutto.

Piazza Dante è stata da sempre un “luogo” importante per la cultura della cucina napoletana. Riccardo Ricciardi, editore e storico, racconta la storia di Vincenzo Favellone e della sua trattoria, in cui i clienti trovavano le classiche “parmigiane” e i vini procidani: cliente fisso era il duca del Pezzo di Caianiello, che fu sindaco di Napoli. Don Vincenzo era socialista, coltivava una grande passione per la musica lirica, e, in particolare per Rossini e per Wagner, ma  non nutriva ammirazione per i preti. Una volta, approssimandosi la Pasqua, un prete si presentò alla taverna, con il corteo di chierichetti, per la rituale benedizione. La moglie del “tavernaro”, donna Mariuccia, grassa come erano di solito le mogli dei “tavernari”, non nascose il suo disagio: e infatti il marito, arrivato all’improvviso, cacciò via il prete, e subito dopo lo inseguì, e avendolo raggiunto, gli lanciò una ricca manciata di monete, “perché – scrive il Ricciardi – non si potesse dire che egli era avaro”.

Eredi della gloria culinaria di Piazza Dante sono stati i ristoranti “ Dante e Beatrice”, celebrato da Gianni Brera, e “Al Leon d’oro”, famoso per i maccheroni con “la genovese”. Ma di tutto questo parleremo in un altro articolo.