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Il 4 maggio gli inquilini delle case in affitto facevano il trasloco. I decreti dei viceré spagnoli.

Il racconto di Carlo Tito Dalbono e le testimonianze in versi di Ferdinando Russo, di Carlo Antonelli, e la canzone di Armando Gill. Era una giornata di incredibile “subbuglio”, provocato dai facchini, dai carri, dagli inquilini vecchi e nuovi, e dal “pubblico” che assisteva rumorosamente dai balconi. E poi c’erano i soliti furbi.

 

Da sempre è stato grave, a Napoli, il problema delle case in affitto. La piccola borghesia, che non aveva casa propria, era costretta già nel sec. XVI, ad affrontare la questione del domicilio, perché il 4 gennaio il proprietario comunicava all’inquilino se il fitto era confermato o se egli doveva già cercarsi un domicilio nuovo, in cui si sarebbe trasferito il 4 maggio, perché alle ore 18.00 di quel giorno egli aveva l’obbligo di consegnare le chiavi . Era, quel 4 gennaio, un giorno terribile per gli inquilini, e Armando Gill ne parlò in una sua canzone del 1918, intitolata “’E quatt’’e maggio”: vene ‘o padrone ‘e casa / dice: ‘a mesata è poca, / mettimmece “si loca” / e nun ne parlammo cchiuù.”.Il pigione, “’o pesone”, dei 12 mesi si pagava in tre rate, il 4 gennaio, il 4 maggio, il 4 settembre. Fu il viceré Pedro Fernandez de Castro, conte di Lemos, a stabilire, con un decreto del marzo 1611, che i traslochi venissero fatti il 4 maggio, e a correggere il provvedimento del viceré Juan de Zunica, conte di Morales, che nel 1587 aveva indicato la data del 1° maggio, non tenendo conto del fatto che quel giorno era dedicato alla festa in onore dei Santi Filippo e Giacomo, una festa che a Napoli era molto movimentata. Dunque, il 4 maggio era il giorno dei traslochi. E per descrivere la confusione di quel “peccato niro” (Ferdinando Russo) Carlo Antonelli “riscrisse” il “5 maggio” di Manzoni: “Dalla Marina al Vomero / dal Mercatello al Molo/ dai Vergini a Posillipo / dall’uno all’altro polo, / tutto in subbuglio e strepito / in questo giorno appar”. Le 18 del 4 maggio, scriveva il cav. Carlo Tito Dalbono, erano “l’ora tremenda”in cui si incontravano l’inquilino vecchio che lasciava la casa e il nuovo che ne prendeva il posto,  i facchini che portavano giù mobili e bauli, e i facchini che altri mobili e altri bauli portavano su, in una artistica confusione di oggetti che sollecitò la fantasia del cav. Dalbono, scrittore, giornalista, critico d’arte e padre di un pittore importante, Edoardo: nell’ora dello “sfratto” gli oggetti che vanno via stanno per un momento insieme agli oggetti che arrivano, “ accanto alle casseruole e alla padella i quadri di decorazione, il berretto di notte sul candeliere, la chitarra vicino alla scopa, gli scaffali di carte pieni di salami e di caci diversi, in cucina le sedie a braccioli e in galleria le pentole e le pignatte”. Chi andava via lasciava abitudini, luoghi, le relazioni complicate con i vicini, tutto un campionario di ‘nciuci e di pettegolezzi, di cui era stato artefice e vittima, e che tra poco, nella nuova casa, avrebbe incominciato a sostituire con un nuovo corredo di sentimenti e di chiacchiere, per poi accorgersi del fatto che il passato è passato in modo irrimediabile, e non può ritornare in vita. E Donna Margherita – romanzava il cav. Dalbono– non sapeva “ staccarsi senza lacrime dall’amato balcone, ove ha passato un anno” sperando che il ventottesimo giovane, con il quale ha scambiato, da quel balcone, sguardi di fuoco, l’avrebbe condotta all’altare. E ora lo “sfratto” cancellava quella speranza. Edoardo Nicolardi ricordava che anche lui, quando aveva 16 anni, aveva vissuto “’nu quatt’’e maggio” e aveva pianto nel lasciare la terrazza e il “grillaggio”, cioè la pergola, di piante rampicanti.

Per le scale si incrociavano inquilini, facchini, mobili e arredi, e per le strade e per i vicoli andava in scena la confusione che poi rese proverbiale la data del 4 di maggio: si scontravano in spazi assai stretti “grandi cataste” di masserizie “stridendo come macchine pirotecniche”, si affrontavano “piramidi ambulanti”, i cocchieri di carrette e carrozze si contendevano, gridando e ingiuriando, il diritto a passare per primi, e pretendevano che chi veniva di fronte retrocedesse: il carretto carico di “roba” divenne una “figura” da presepe ( vedi l’ immagine che apre l’articolo); strepitavano i facchini costretti a fermarsi sotto il peso dei bagagli, battevano le mani e fischiavano i Napoletani dalle finestre e dai balconi: insomma il teatro eterno della città, il pubblico, gli attori che usavano il copione, e quelli che recitavano a soggetto. Capitava infatti che gli inquilini ai quali già a gennaio il padrone di casa aveva dato l’avviso di “sfratto” incominciassero a comprare a credito dai fornai, dai pizzicagnoli e dai “fruttajoli”, e che il 4 maggio se ne andassero non alle ore 18, ma all’alba, per non pagare i debiti,  costringendo i creditori ad aggiungere ai clamori del giorno anche le loro imprecazioni. E il già citato Carlo Antonelli così verseggiava: “Tutto in tal giorno osservasi / truffe, magagne e pianto, / risse, cadute e sibili,/ e dei somari il canto,/ le frante suppellettili/ e il barbaro pagar.”.