Perché nella storia dell’arte del calcio Maradona è Caravaggio

0
10

E Pelé è Raffaello. Avevo già incominciato a scrivere l’articolo, quando ho letto il post in cui Vittorio Sgarbi dice che Maradona è inarrivabile come nella pittura è inarrivabile Caravaggio. Credo che le corrispondenze tra i due “artisti” siano dettate proprio da alcuni caratteri della loro “arte”. Le testimonianze di Eduardo Galeano, Osvaldo Soriano, Gianni Brera e Jean -Noel Schifano. Perché Maradona era “intimamente napoletano”.

L’arte di Pelé era quella di Raffaello: nel segno della bellezza ideale ogni giocata diventava pura luce, rispondeva a quella classica armonia che Mario Sconcerti giudicò aspetto distintivo del “modo” con cui il brasiliano trattava il pallone. E nello spazio di quell’ armonia anche l’invenzione dettata dall’ impulso creatore e dall’istinto risultava un gesto disegnato dalla ragione, dalla logica della geometria. Mario Sconcerti ha messo l’arte di Pelé sullo stesso piano della filosofia di Eraclito e di Platone. L’arte di Maradona era luce che si sprigionava dalla notte, e di questa notte aveva bisogno per esistere, per manifestarsi, così come, nei quadri di Caravaggio, le tenebre sono necessarie per farci capire che quei lampi di luce che prorompono dal loro corpo non sono i chiarori trasparenti dell’idea, ma portano dentro di sé le memorie della storia e della vita reale, la trama delle passioni, della violenza, delle notti trascorse nelle taverne, e, a Napoli, nella Taverna del Cerriglio. Maradona fu un artista del Barocco, e lo vide chiaramente Gianni Brera: “ Maradona è uno sgorbio divino, magico, perverso: un jongleur di puri calli che fiammeggiano feroce poesia e stupore (è dei poeti il fin la meraviglia).” Diceva Eduardo Galeano, grande scrittore argentino nelle cui pagine si annidano “sorprese” barocche, che il “pibe de oro” era stato mandato dagli dei per colpire gli “scienziati” che uccidevano il calcio affidando il ruolo più importante non alla classe dei giocatori, ma agli schemi e alle tattiche: “Ma per fortuna appare ancora sui campi qualche sfacciato con la faccia sporca che esce dallo spartito e fa lo sproposito di mettere a sedere la squadra avversaria, l’arbitro e il pubblico, per il puro piacere del corpo che si lancia contro l’avventura proibita della libertà.”. Ma se i suoi piedi si fossero limitati a inventare dribbling e tiri e doppi passi solo per destare la meraviglia degli altri, Maradona sarebbe stato solo un artista “decorativo”. E invece, scriveva Brera, “quando questo leggendario scorfano batte il lancio lungo che arriva, illumina, ispira, capisci che i ghiribizzi erano puro divertissement, esibizione per i semplici: se il momento tecnico- tattico lo esige, in quelle tozze gambe animate dal diavolo entra solenne il prof. Euclide.”. Maradona sapeva che la luce prodigiosa della sua arte aveva bisogno, per manifestarsi in tutta la sua potenza, di confrontarsi ogni giorno con il “grigio” delle miserie e dei vizi che inquinano la vita quotidiana e la storia, per dimostrare che, di questo “grigio” essa, l’arte, era molto più forte, e che era capace perfino di purificarlo. Un lancio, un pallonetto, un gol in rovesciata, il calcio di punizione che irride la barriera e il portiere facevano sì che compagni, avversari e spettatori dimenticassero le pagine “scure” della vita privata del campione: del resto – lo ricordava anche Osvaldo Soriano – senza le “pagine scure” Oscar Wilde non sarebbe diventato Oscar Wilde, Caravaggio sarebbe rimasto un Merisi qualsiasi e Van Gogh avrebbe fatto, tutt’al più, l’imbianchino.

Forse Pelé non si sarebbe mai vantato di aver segnato un gol con la mano. Maradona lo segnò, nel 1986, nella partita contro l’Inghilterra, allo stadio Atzeca di Città del Messico, nei quarti di finale della Coppa del Mondo: e disse che era stata non la sua mano, a colpire il pallone, ma la “mano di Dio”, intervenuta a punire la squadra dei colonialisti inglesi che avevano fatto guerra all’Argentina per restare padroni delle Malvinas. E per dimostrare che in quella partita c’era veramente un “segno divino”, Maradona fece il secondo gol dopo aver dribblato quasi tutti i giocatori inglesi, uno per uno, in uno  slalom di 70 metri: il gol più bello della storia del calcio. Durante i Mondiali del 1990, che si giocarono in Italia, Osvaldo Soriano si recò nel “ritiro” dell’ Argentina e Maradona incominciò a palleggiare un’arancia e sfidò lo scrittore: “ Mi dica quante volte tocco l’arancia con la mano.”. Palleggiò a lungo, con ogni parte del corpo, poi si fermò. Disse Soriano: “ Non l’ha mai toccata con la mano”. Ma si sbagliava. “L’ho toccata due volte, con la mano” disse Diego, e aggiunse “ Ora sa come si è sentito quell’arbitro, in Messico”. Era sincero, Maradona, quando interpretava il ruolo di paladino del Sud del mondo contro il Nord: se non fosse stato un uomo sincero, non sarebbe diventato amico di Fidel Castro, non avrebbe conquistato l’affetto, e oggi le lacrime, di tutti i suoi compagni di squadra e dei suoi avversari, non sarebbe pianto in Argentina come un eroe nazionale. In quei Mondiali del 1990 a Napoli la sua Argentina eliminò l’Italia: il giorno prima Maradona aveva detto ai Napoletani che gli Italiani si ricordavano di loro solo ora, per spingerli a fare il tifo contro l’Argentina: solo ora mettevano da parte, e per la durata di una partita, il secolare disprezzo per la città e per il suo popolo. Jean Noel Schifano scrisse che la vittoria dell’ Argentina in quella memorabile partita era “un miracolo drammatico, imperioso,  ludico e necessario: l’azzurro napoletano di Maradona cancellava il rosso sangue di Garibaldi”. Forse i nonni del campione erano emigranti campani: ma chi sa che la luce di Napoli porta in sé la memoria della notte del golfo e del fuoco del Vesuvio, capisce perché Maradona divenne subito un eroe napoletano, perché nelle sue geniali invenzioni un popolo intero trovò la soddisfazione della rivincita e del riscatto, e perché sono sincere le lacrime che i Napoletani tutti dedicano oggi al loro Campione, fatto di immensa luce e di debolezze mai nascoste, e destinato a vivere per sempre nei loro cuori. Napoletano per sempre.