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Perché la zeppola accompagna la festa di San Giuseppe? Tutto parte da Roma antica, e poi venne Pintauro….

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La festa dei “Liberalia” in onore di  Bacco , della Grande Madre e dei ragazzi, che, compiuto il sedicesimo anno di età, diventavano “viri”, adulti.  Dalla zeppola rettangolare a quella circolare: l’invenzione rivoluzionaria di don Pasquale Pintauro.  I racconti di Emanuele Rocco e di Matilde Serao. Le “zeppole” di Peppe “’o cardinale” e di Ciccio “’o cece”, capi della camorra.

 

Tutto parte dalla festa dei “Liberalia” che i Romani celebravano nel mese di marzo, diciassette giorni prima delle calende di aprile, in onore di Libero- Bacco, dio del vino, e di Libera, che era la Grande Madre della Natura. In quel giorno gli adolescenti che avevano compiuto il sedicesimo anno di età indossavano la toga virile, diventavano uomini, pronti al matrimonio e al ruolo di padri, e donne coronate di edera o di mirto – questo era sacro a Venere, quella a Bacco – vendevano lungo le strade delle focacce, cotte, come raccontano Marrou e Schnell, su fornelli portatili: proprio come la venditrice di zeppole disegnata da Duclère. Chi comprava la focaccia, prima di gustarla, ne staccava un pezzo e lo faceva bruciare nella brace, come offerta agli dei, con l’augurio che lo proteggessero dal malocchio. Era, dunque, una festa della fecondità, un saluto alla primavera che arriva, alla natura che torna feconda: il tutto segnato dai simboli mistici del Padre, della Madre, del vino rosso come il sangue, del grano: simboli che si ritrovano, a ben vedere, anche nel calendario cristiano. Non a caso la festa di San Giuseppe apre la primavera e la festa dell’Assunta conclude l’estate.

Invitata a salutare nel modo più dolce l’arrivo del tempo fecondo della primavera, la zeppola non poteva essere che circolare, costruita secondo una scala di delicate morbidezze, che si chiude con l’amarena. La zeppola vera, la napoletana autentica, era ed è rotonda, “rotonda a forma di tortanetto”, ammoniva Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino, perché solo così “vengono le zeppole graziose, e di una figura stretta, e non aperte.”. E lo stesso Emanuele Rocco, che pure parla una zeppola “rettangolare”, riconosceva il primato di quella rotonda: “Oh zeppola, nella tua rotonda e anulare circonvoluzione simbolo dell’eternità, io ti saluto.”.

La “zeppola” rettangolare – proprio come una zeppa, da cui prende il nome- era nota ai Napoletani, garantisce Nello Oliviero, già nel tardo Medio Evo: era, raccontano il Crisci e il Corrado, una ciambella fritta, cosparsa di zucchero e miele, e segnata dal sapore del rosmarino, che veniva aggiunto all’impasto. Poi venne Pasquale Pintauro, che nel 1819 aveva trasformato in pasticceria la sua trattoria di via Toledo. Per anni quella pasticceria fu il regno della sfogliatella, e fu meta quotidiana di folle di pellegrini che cercavano la consolazione di una riccia e di una frolla. “ Tene ‘a folla ‘e Pintauro” fu ed è ancora un’espressione proverbiale. Vennero poi le stagioni della crisi: davanti al forno di via Toledo la folla dei clienti si ridusse a un manipolo esiguo, a Napoli non passava giorno che non si inaugurasse una pasticceria, e tutte producevano sfogliatelle squisite. Al danno si aggiungevano, a rendere infelice la vita di don Pasquale, i rimproveri e “’o musso” della moglie, donna Carmela, a cui l’incasso di giornata, sempre più magro, non consentiva più i lussi di un tempo, e che perciò rompeva i cabasisi al marito pretendendo, dice Nello Oliviero, che cambiasse mestiere o che tornasse all’antico, alla trattoria.

Ma Pintauro non si arrese. Nel1840 inventò la “zeppola bignè”, un soffio delicato e circolare di crema, che del dolce antico portava solo il nome. Il pubblico conobbe la straordinaria invenzione il 18 marzo, quando don Pasquale piazzò in strada fornace e padellone e incantò di nuovo il popolo napoletano con quel dolce perfetto, dal sapore definitivo, che ottenne la convinta approvazione anche del re Ferdinando II. E nel giorno di San Giuseppe, raccontava Emanuele Rocco 26 anni dopo, la bottega di Pintauro, “che da tempo immemorabile occupa un posto in via Toledo al cantone del vico Afflitto, rigurgita di gente, e vi si fa la calca all’uscio con tremendi sgrugnoni, e colpi di pugni e gomiti e pestate di piedi…”. E  il 20 marzo del 1896 scriveva Matilde Serao: “Sino a tardissima sera, ieri la popolare bottega di Pintauro, all’angolo del vicolo Afflitto è stata piena, zeppa di gente, che aspettava la sua cartata di zeppolee nel fondo, come in una fantastica fucina ardeva il fuoco, sotto la gran padella”.

Il giorno prima,  il giorno della festa di San Giuseppe,   i proprietari di due note pasticcerie napoletane –  una a via Duomo, l’altra a via Salvator Rosa – erano stati aggrediti e percossi da alcuni energumeni davanti alla folla di clienti che aspettavano pazientemente le zeppole. Sospettarono i carabinieri che a dare alle due vittime dell’aggressione  “zeppole” sonore e dolorose fossero stati dei camorristi inviati da Peppe “‘o cardinale” e da Ciccio “ ‘o cece”, luogotenenti di Enrico Alfano “Erricone”, il capo dei capi della camorra. Era stata, insomma, “’na mmasciata”,  che riguardava forse proprio il ricco incasso di quel giorno di festa e di zeppole.  Forse don Ciccio e don Peppe non avevano ricevuto il “cartoscio” di zeppole, che credevano  fosse loro diritto ricevere. E si erano offesi.