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Per Francesco D’Ascoli “ ‘mbrellin’ ‘e seta” è intraducibile in italiano.

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Perché il termine italiano “ombrellino”, quando viene pronunciato, suggerisce, per l’effetto del fonosimbolismo, un’immagine e una metafora opposte a quelle, particolari, che vengono dal napoletano “’mbrellin’”. Francesco D’Ascoli, con i suoi libri e con la sua attività, diede un contributo di fondamentale importanza anche allo sviluppo della cultura  del territorio: e, dunque, è giusto che la Biblioteca Comunale di Ottaviano porti il suo nome.

Giovedì l’avv. Luca Capasso, sindaco di Ottaviano, e l’avv.ssa Rosa D’Ambrosio,  consigliera con delega alla Cultura, hanno inaugurato  la Biblioteca Comunale intitolata a Francesco D’Ascoli. E non potrebbe esserci intitolazione più giusta, perché Francesco D’Ascoli ha dato, con le sue ricerche e con i suoi libri, un contributo significativo alla storia della lingua e della letteratura napoletane, alla storia di Napoli, e alla storia, quella vera, di Ottaviano e del Vesuvio. Per onorare concretamente la sua memoria, è indispensabile che la Biblioteca diventi anche il “luogo” di attività e di manifestazioni culturali: del resto, era questa l’idea che spinse il sindaco dott. Mario Iervolino e poi il compianto Carmine Ciniglio a promuovere la realizzazione del progetto di una Biblioteca Comunale. Un ruolo molto importante Francesco D’Ascoli svolse anche nella vita culturale della nostra città: fu sua l’idea del Premio di poesia dialettale “S. Di Giacomo”, e fu merito suo se accettarono di far parte della giuria Amedeo Caravaglios, Vittorio Paliotti, Nicola De Blasi. E, deis iuvantibus, si cercherà di fare in modo che il prof. Nicola De Blasi e la prof.ssa Carla Stromboli vengano a parlare nella sala della Biblioteca Comunale delle loro preziose ricerche sulla lingua napoletana. Nel 1999 Francesco D’Ascoli pubblicò “La Filosofia Popolare Napoletana”, in cui trattava del significato e dell’origine di “locuzioni tipiche del dialetto”: nella “presentazione” Nicola De Blasi notava che l’autore aveva potuto scrivere questo libro perché dominava “compiutamente le tante sfumature” della “viva” lingua napoletana. Non potrò mai dimenticare le dotte, vivaci e saporose discussioni che D’ Ascoli, Caravaglios, Paliotti e Aurelio Fierro, il cantante, autore di una “Grammatica del dialetto napoletano”, intessevano, durante le sedute della Giuria del Premio, sull’esatto significato di parole e di modi di dire, e sugli “spazi” e sui “confini” della lingua di Napoli. Al centro di una di queste discussioni ci fu, lo ricordo bene, l’espressione “’ mbrellin’ ‘e seta”. Era chiaro, e condiviso da tutti, il riferimento ai tempi della “Belle ‘Epoque “ a Napoli, alle belle donne che lungo via Toledo si riparavano dal sole con ombrellini di sete dai colori vivaci, alla “doppiezza” di queste donne, che ostentavano abbigliamento e modi di nobili signore, ma in realtà erano a caccia di ammiratori che avessero come primo pregio  un portafogli pieno di danaro: D’ Ascoli non aveva dubbi: l’espressione era offensiva, perché diceva che la donna di quell’ “ombrellino” era una “adescatrice”, pur non potendosi escludere che queste “sfortunate ancelle di Venere” fossero donne “non volgari” e meritassero di “essere trattate con rispetto”. L’esame di questa “espressione” spinse i membri della giuria a costruire un limpido e affascinante ritratto di Napoli negli anni della “Belle ‘Epoque”. Si parlò del “Caffettuccio” di via Chiaia, del “Gambrinus”, di “Van Bol e Feste”, dove si ritrovavano ogni sera Gaetano Caracciolo, Alfonso Barracco, Giovanni Maresca di Serracapriola, gli “arbitri dell’eleganza” Marcello Orilia e Giovanni Rapi, che era anche consigliere dei capi della camorra: e dovunque “ venditori che gridano, carrozze che corrono e guizzano da per tutto; è un andare, un venire, un urtarsi, un pigiarsi, un frastuono, una confusione che certo non si osserva in nessun’altra città d’Italia” (De Bourcard). Alla fine Francesco D’ Ascoli osservò che “ ‘mbrellin’  ‘e seta” non è traducibile in lingua italiana, poiché “ombrellino di seta” evoca, per effetto delle due “o” che aprono e chiudono la parola, l’immagine di una “figura” ferma, composta, seria, e dunque l’esatto contrario della maliziosa signora che con i gesti “si apre” agli altri e sollecita l’attenzione dei signori, ben forniti di danaro, che arrivano su carrozze eleganti “tirate” da nobili cavalli: il napoletano “’mbrellin’” suggerisce con immediatezza i vezzi e le moine della signora.

 

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