Ottaviano, studentessa ammalata non accende la webcam in Dad, il preside la riprende. Esposto al Ministero: “Provata dalle cure”

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La famiglia dell’alunna denuncia il preside ma lui replica: “Abbiamo già chiarito la vicenda, se vi sono giustificati motivi si può ovviare con feedback sonori, il rimprovero era rivolto a tutti, non ad un’unica studentessa”.

Silvia ha diciassette anni, frequenta il quarto anno delle superiori, con indirizzo linguistico, al liceo «Armando Diaz» di Ottaviano e fino a poco tempo fa era una ragazza studiosa e spensierata. Si era adattata, come quasi tutti i suoi coetanei, alle lezioni in didattica a distanza, una scelta di forza maggiore a causa della pandemia ma, a gennaio scorso, una diagnosi impietosa ha cambiato le sue prospettive: leucemia acuta. La ragazza ha dovuto iniziate subito le cure chemioterapiche, si è dovuta sottoporre ad esami diagnostici invasivi come il prelievo del midollo, nonostante ciò, anche durante i giorni di ricovero, pur avendo consegnato alla scuola tutta la documentazione attestante la grave malattia, si collegava in Dad per seguire le lezioni, scegliendo di non attivare la telecamera unicamente nelle fasi acute della terapia, oltremodo invasiva.  Il 23 febbraio, era un martedì, circa un mese dopo la diagnosi, Silvia è collegata in Dad durante l’ora di educazione fisica e il suo professore procede all’appello quando, in piattaforma, entra il dirigente scolastico, il preside del Diaz, il professore Sebastiano Pesce. Ed è in quel preciso istante che inizia l’incresciosa vicenda che ha spinto la famiglia di Silvia a rivolgersi ad un legale, l’avvocato Maria Spina, e a presentare un esposto al Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi e al direttore generale dell’ufficio scolastico regionale della Campania, Luisa Franzese. «Il dirigente si accorge che l’alunna ha la telecamera spenta e la richiama dinanzi alla classe, anche se il professore prova a giustificarla ricordando il grave problema di salute – spiega l’avvocato Spina – ma il preside continua, mostrando una chiusura totale e asserendo che chi non ha la videochiamata accesa è assente e deve abbandonare la piattaforma, poi aggiunge “Io non posso sapere se lei attualmente si trova in un bar o realmente a casa”, parole che spingono l’alunna a ricordargli come un suo familiare avesse consegnato proprio nelle sue mani il certificato di malattia poche settimane prima». Nemmeno la precisazione avrebbe avuto effetto, tant’è che – stando alla versione che l’avvocato Spina ne dà nell’esposto – i toni si fanno più bruschi. Silvia esce dalla piattaforma e ha un tracollo psicologico, si sente umiliata, come «cacciata» dall’aula di fronte ai suoi compagni. Il suo stato di depressione e agitazione è certificato dalla psicologa dell’ospedale dove la ragazza sta ricevendo le cure. Una valutazione psicologica che ha spinto i genitori a rivolgersi ad un legale per denunciare il dirigente scolastico e chiedere che siano adottati provvedimenti disciplinari per «abuso di potere nell’ambito del proprio ufficio». «Sono state disattese le norme più elementari alla base della comunità scuola – sostiene l’avvocato Spina – e un assurdo comportamento ha determinato in lei uno stato di depressione, grave e pericoloso nel già difficile equilibrio psicofisico della ragazza». Dopo un mese dall’esposto, né il Ministro, né il direttore dell’ufficio scolastico regionale si sono attivati né hanno prodotto una qualsivoglia risposta. Silvia, intanto, si sta sottoponendo a terapie molto debilitanti. La versione che l’altro protagonista della vicenda, il professore Sebastiano Pesce, dirigente scolastico del Diaz, dà dell’episodio, è però molto diversa.  «La richiesta di accendere la videocamera – strumento prezioso di verifica – è stata fatta a tutti e non unicamente all’alunna della quale parliamo – asserisce il preside – da parte nostra c’è la massima disponibilità e nessuna intenzione di causare disagi, tant’è che ho successivamente spiegato ai familiari che la ragazza poteva, in condizioni particolari nelle quali non si sentisse di accendere la webcam, fornire dei feedback sonori. Non c’era e non poteva esserci alcuna volontà di accanimento o, peggio ancora, di crudeltà ma unicamente la volontà di far rispettare le regole per tutti, non è certo il caso dell’alunna in questione ma abbiamo avuto ragazzi collegati in Dad mentre erano in auto o in locali pubblici». Il nodo cruciale della questione, a prescindere dalla particolare vicenda che – come il legale della famiglia di Silvia precisa nell’esposto – potrà avere conseguenze legali e relative richieste di risarcimenti per danni morali e materiali, è: può un alunno essere obbligato ad usare la webcam se da tale circostanza deriva un danno ad altri diritti, come quello di non mostrare un aspetto fisico debilitato da cure invasive?