Sabato, 18 gennaio, il rito del “fucarone” in piazza San Giovanni.La complessa storia del culto dell’eremita egiziano Antonio. Il Santo guaritore e il terribile “fuoco sacro”. Significato dell’immagine del maialino presente nell’iconografia di Sant’Antonio, e la protezione degli animali. La tradizione ottavianese del culto.
Secondo Laura Fenelli, che al Santo ha dedicato un libro corredato da una mole di documenti, Sant’Antonio Abate fa parte di quella schiera di santi che vennero “costruiti” durante l’Alto Medio Evo attraverso una complessa operazione storico- teologica di cui racconta qualche passaggio Gregorio di Tours e che ha avuto anche il contributo di Sant’ Ambrogio, “illuminato” e fortunato scopritore dei corpi dei due giovani martiri, Gervasio e Protasio, diventati poi protettori di Milano. Secondo la studiosa, la “figura” del Santo è costruita intorno al tema della sua vittoria sul fuoco: in vita l’eremita egiziano, vissuto tra i secoli III e IV, sconfisse il fuoco delle passioni e del peccato, un fuoco mostruoso che Salvator Rosa ha genialmente dipinto nel quadro che correda l’articolo. Le reliquie dell’eremita, trasportate nel Delfinato francese alla fine del sec.XI, misero fine a una terribile epidemia di “fuoco sacro” ( l’ergotismo, detto anche il “male degli ardenti”), che veniva provocato soprattutto dalla segale contaminata da funghi velenosi ( era chiamata, questa segale avvelenata, “segale cornuta”) e causava allucinazioni e necrosi. Il culto del Santo guaritore venne affidato, non senza polemiche anche aspre, all’Ordine degli Ospedalieri, che si dedicava alla cura dei malati. E poiché l’allevamento dei maiali costituiva la prima fonte di finanziamento per i numerosi ospedali fondati in Francia, nell’Italia del Nord e nella Germania meridionale dall’Ordine, e il grasso suino veniva impiegato per preparare pomate salutari, e la carne era una medicina fondamentale per i malati di “fuoco sacro”, l’immagine del maialino entrò, ed è rimasta, nell’iconografia del Santo. Ma non si può escludere anche un altro motivo: il maiale è già nei primi teologi cristiani “animale del diavolo”, e dunque il Santo lo porta accanto a sé, piccolo e tranquillo, perché i fedeli comprendano immediatamente che egli ha domato il demonio e ha purificato il corpo dell’animale in cui quello si nascondeva. Perciò i contadini, che uccidevano il maiale proprio a gennaio e sfamavano la famiglia con le sue carni conservate e trattate in vario modo, scelsero Sant’ Antonio come protettore degli animali e delle stalle e a poco a poco celebrarono la sua festa con il fuoco liberatore e purificatore.
Nel nostro territorio il culto si diffuse prima di tutto in pianura, dove alla coltivazione dei cereali era abbinato, di solito, l’allevamento dei maiali, ma poi la venerazione di Sant’Antonio mise radici solide e profonde anche nel Vesuviano.. A Ottaviano, ancora nei primi anni ’60 del ‘900, il 17 gennaio qualche sacerdote benediceva i cavalli che i proprietari conducevano “alla cavezza” davanti alla chiesa: nel 1905 il parroco della Chiesa di San Michele, don Michele Cola, benedisse le stalle della parrocchia, comprese quelle che gli Scudieri e i Galliano tenevano alla “Fontana” per i loro cavalli da corsa.. La tradizione del “fucarone”, diffusa a lungo in tutto il territorio ottajanese, si annacquò a partire dagli manni ’70 del ‘900 condividendo, come altre tradizioni culturali e religiose, la crisi della civiltà contadina. Rinacque a nuova vita, qualche anno fa, grazie all’impegno di don Antonio Fasulo e dei “sangiovannari”: non cito mai i singoli, ma questa volta voglio fare un’eccezione per Vincenzo Caldarelli, il cui impegno è simbolo della passione di un quartiere che non vuole dimenticare la propria storia.
Dunque, anche quest’anno ci sarà, in piazza San Giovanni, il “fucarone”, e mi piace pensare che ora il fuoco sia simbolo di una cultura e di una storia che non devono mai spegnersi. La bella locandina (vedi immagine in appendice), stampata dalla Tipografia Campaiola – è un contributo che i proprietari offrono all’organizzazione dell’evento – ci dice che la manifestazione si concluderà con la “degustazione di piatti tipici”: e questa gustosa conclusione è l’augurio di buona salute e di serenità.
Don Salvatore Mungiello, il parroco di San Giovanni e di San Lorenzo, conoscerà un altro momento importante della storia delle due comunità che hanno la fortuna di essere illuminate dalla sua missione sacerdotale.


