Il rinvenimento di documenti attestanti la storia, la crescita e l’evoluzione di qualsiasi paese o città – spiega il prof. Luigi Iroso – non può che essere una gioia e un vanto per gli addetti ai lavori, se poi questi documenti vengono pubblicati e tutti hanno la possibilità di poterli leggere e magari, essendo resa pubblica la fonte, di approfondirne lo studio, questo non può che essere un motivo di vanto e soddisfazione.
La storia che ci accingiamo a raccontare riguarda la fusione di una campana avvenuta ad Ottaviano nell’anno 1618. Gli attori sono un notaio, gli eletti, il governatore dell’Università e tre mastri campanari di Napoli: tutti insieme ci restituiscono una istantanea della società del tempo. A seguito della prematura morte di Bernardinetto de’ Medici, avvenuta il 7 settembre del 1615, prese il suo posto alla guida del feudo il fratello Ottaviano, che il 23 novembre del 1616 provvide a pagare la tassa di successione di 1273 ducati. Il popolo ottavianese era ormai abituato a questi cambiamenti: nell’arco di poco più di 60 anni aveva visto l’avvicendarsi di ben sette feudatari. Si era passati da Maramaldo ai Gonzaga, Ferrante e Cesare, padre e figlio, poi ai Medici, prima con Bernardetto, poi con Alessandro, di seguito con Bernardinetto, per poi finire con Ottaviano; tutto questo non aveva fatto altro che rendere la popolazione oculata ed attenta alle spese, anche perché continuamente gravata dai tributi feudali.

In due atti del notaio Giovanni Domenico Mazza – conservati nell’Archivio di Stato di Napoli, Notai del XVII secolo, 36-15 e 36-16, anni 1617 e 1618, e rintracciati dal dott. Attilio Giordano – si attesta, nel primo, che il 26 dicembre del 1617 nella Terra di Ottajano si costituirono, alla presenza del suddetto notaio, il mastro campanaro di Napoli Giuseppe Ferraiolo, con officina alla strada Toledo, e gli eletti e governatore della predetta Università di Ottajano nelle persone di Giovanni Francesco Mazzeo, Giovanni Tommaso Miranda e Paulo Ranerio.
Mastro Giuseppe, per l’occasione, assicurò ai rappresentanti dell’ Università (governo locale) di fabbricare tre campane di buona qualità che dovevano suonare in perfetta armonia con la campana già presente nella chiesa madre di San Michele Arcangelo o dell’Angelo. Il lavoro non solo doveva essere magistrale, pena il rifacimento a sue spese, ma doveva soddisfare totalmente la detta Università. Per l’occasione venne ceduta anche una campana rotta di tre cantara. Il cantaro era un’antica unità di misura di massa e peso, diversa da regione e regione: a Napoli e in provincia valeva circa 90 Kg. La somma stabilita tra il campanaro e l’Università fu di 55 ducati a cantaro. A riguardo, fu messo a disposizione dei mastri un forno per la fusione in un terreno prospiciente la chiesa, dove era ubicata anche la casa per alloggiare. Il prezzo pattuito, insomma, prevedeva un peso netto di sedici cantara in quanto le tre campane commissionate raggiungevano il peso di diciannove cantara, meno la campana rotta di tre cantara, si raggiungeva quindi un peso netto di sedici cantara che, moltiplicato per il prezzo pattuito di 55 ducati, dava la cifra esorbitante di 880 ducati; evidentemente per le casse dell’Università di Ottajano tutto questo si traduceva in un impegno troppo gravoso. Inaspettatamente, con il benestare delle parti, l’atto del 1617 fu annullato ed al suo posto venne rogato un secondo atto, dove non si parlava più di tre campane, ma soltanto di fondere proprio quella campana rotta per farne una un poco più grande di quattro cantara.

Il 1 gennaio del 1618, infatti, nella Terra di Ottajano si costituirono, nuovamente, alla presenza del notaio Giovanni Domenico Mazza, da una parte i mastri campanari Giovanni Vincenzo Giordano, Salvatore e Giuseppe Ferraiolo e, dall’altra, i soliti eletti e governatore Giovanni Francesco Mazzeo, Giovanni Tommaso Miranda e Paulo Ranerio. Il nuovo patto prevedeva la fusione della vecchia campana di tre cantara e la consegna della nuova campana di quattro cantara entro il mese di gennaio, con la perfetta collocazione sul campanile della chiesa. I rappresentanti dell’Università, oltretutto, intimarono i mastri, oltre a far rispettare il peso stabilito, che in caso di un lavoro non soddisfacente, dovevano nuovamente rifonderla e rifarla a loro spese et fatiche, finché sarà a detta soddisfazione. Furono obbligati, inoltre, a fondere la campana a Ottaviano, in presentia de detti eletti o altri del Governo de detta Terra et cittadini. Per il loro lavoro, fu deciso di anticipare ventisette ducati, cioè la metà del costo stabilito, all’inizio dell’opera e un’altra metà a opera conclusa, in quanto il costo stabilito alla fine fu di 54 ducati in relazione ad una sola cantara circa di differenza. Furono forniti, inoltre, di due casse di legna, calce et prete per far la fornace, e una casa dove se ha da far detta fornace, et stantia per dormire et uno letto. In più i rappresentanti dell’Università non solo promisero a loro spese di far arrivare un carro di creta da Napoli, ma di fornire l’aiuto necessario per trasportare la campana dalla piazza alla chiesa, come quando se saglierà al campanile. Insomma, la disponibilità dell’Università di Ottaviano fu totale, pur di avere una nuova campana a gloria del proprio Santo Protettore.



