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Ottaviano: gli abitini della Madonna del Carmine e il prezioso lavoro di devote signore.

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Un tempo gli abitini venivano preparati dalle monache di casa e dai sarti dei principi. Oggi tutto il lavoro esce dalle mani preziose di alcune signore devote, degne rappresentanti di una comunità orgogliosa delle sue tradizioni.

Tutti conoscono la storia dell’abitino, o scapolare, della Madonna del Carmine: l’apparizione della Vergine a Simone Stock nel 1251, la consegna dell’abitino, il privilegio “sabatino”, la Madonna che a Fatima appare anche vestita da Madonna del Carmine mentre consegna lo scapolare, Lucia di Fatima che si fa carmelitana scalza,  Sant’ Alfonso de’ Liguori e San Giovanni Bosco che vengono sepolti con lo scapolare del Carmelo, Giovanni Paolo II che rivela di aver sempre indossato questo “segno” di devozione alla Madonna, tra i “segni” della religiosità popolare cristiana forse il più glorioso e duraturo, e perciò protetto dai Carmelitani con un ininterrotto, capillare lavoro di educazione dei sacerdoti e dei fedeli. Nel luglio del 1928 fra’ Elia Magenni, Priore Generale dei Carmelitani, consegnò al parroco don Pietro Capolongo, che ne aveva fatto richiesta, un libriccino del 1924 con le istruzioni per la benedizione e l’imposizione del “Sacro Scapolare” e per l’assoluzione “in articulo mortis” dei “Confratelli del sacro Abito”.  Don Pietro Capolongo, che per 40 anni  fu parroco della Chiesa di San Giovanni in Ottaviano e amministrò la Chiesa del Carmine,  conservò questo libriccino tra le pagine del suo diario e vi sottolineò  le norme e i divieti più importanti,  stabiliti da almeno tre secoli e spesso violati. “Gli scapolari devono essere fatti  mai di cotone, di feltro e di altro simile tessuto, ma esclusivamente di “tessuto di lana”, e precisamente,“ non de lanea textura reticolata, vulgo maglia, tricolage, vel de quocumque laneo opere acu picto, vulgo ricamo, broderie.”. Il colore deve essere o il tané, un particolare tono di terra di Siena, o il nero.

“Non possono essere usati scapolari in cui uno dei due “quadrati” di stoffa sia interamente  coperto dall’immagine tanto da impedire che si vedano i margini del panno. L’immagine non è necessaria: bastano i due ritagli di panno purché siano benedetti. Lo scapolare deve essere “imposto” dallo stesso sacerdote da cui è stato benedetto e che lo metterà direttamente al collo del “confratello”, non si limiterà a consegnarlo nelle sue mani.”.  E’ chiaro il significato di questa regola: il privilegio dell’abitino comporta, prima di tutto, una manifestazione di umiltà: il confratello accetta di essere “vestito” dal sacerdote, e l’abitino non è una collana, è una veste, e perciò deve essere “imposto” sulle scapole, non intorno al collo. I soldati che si trovano in terra straniera o comunque non hanno il conforto di un sacerdote che li aiuti a vivere in modo pio e a morire in mondo santo possono “imporsi” da soli uno scapolare che già sia stato benedetto secondo il rito.

Fu difficile per i Carmelitani convincere i “signori” che gli abitini di seta e di merletto, con l’immagine incisa su frammenti di metallo prezioso, non erano graditi alla Vergine del Carmelo, anzi ne offendevano il culto; e non fu facile per la polizia bloccare i truffatori che ancora tra le due guerre mondiali sciamavano per le campagne vendendo ai contadini abitini “miracolosi” che dicevano benedetti da carmelitani “santi” o appartenuti a frati morti in odore di santità. Ma anche all’interno degli spazi direttamente controllati dalla Chiesa le regole spesso venivano apertamente, e ingenuamente, violate. Quando Murat “soppresse” i monasteri e i Carmelitani andarono via, per sempre, da Ottajano, gli abitanti dei rioni San Giovanni e Carmine, spinti dai “propri bisogni spirituali”, pretesero, a voce alta, che la Chiesa del Carmine restasse aperta. Il 12 marzo 1810 il sindaco Luigi Rosa e i decurioni ( i consiglieri comunali)  disposero all’unanimità che “la suddetta chiesa” “ si tenesse aperta per il pubblico culto e per ogni altra devozione dei fedeli” con l’assistenza  di parroci di altre chiese, scelti, di volta in volta, dal vescovo. In questo modo si aprirono ampi varchi all’intervento, nell’amministrazione della chiesa, dei laici e delle famiglie importanti del quartiere e perciò, un secolo dopo, don Pietro Capolongo, da poco diventato parroco di San Giovanni, cercò di dare regole precise non solo alla processione del 16 luglio, ma anche al “rito” degli abitini.

Per tutto l’Ottocento si occuparono della preparazione degli abitini le monache di casa dei Del Giudice, dei Guastaferro, dei Ranieri: ma non si può escludere che fornissero il loro contributo anche i principi di Ottajano, che per la festa del Carmine distribuivano ai poveri frutta, vino, pane e ceri.  In gioventù appresi da più testimoni diretti che spesso la principessa Lancellotti pagava la stoffa e il lavoro dei sarti per  il taglio e la cucitura degli scapolari.

Quest’anno, come negli anni precedenti, Antonella Vitagliano, Filomena Elvezio, Rosa Saviano, Luisa Boccia hanno cucito più di 1200 abitini lavorando il “panno lenci”, un panno particolare che, come richiedono le “istruzioni” dei Carmelitani, non ha né trama, né ordito. La “festa” religiosa e la festa laica sono belle macchine che poggiano su strutture spesso nascoste, ma necessarie e insostituibili, tenute su da persone che tagliano e cuciono gli abitini, e procurano la stoffa, e durante la sagra impastano, friggono, cucinano, sopportano pazientemente.  Il loro lavoro è quattro volte prezioso: è gratuito; è perfetto nel gusto, nell’intelligenza e nell’arte; permette alla tradizione di rinnovarsi restando tradizione; è confortante garanzia dello spirito di una comunità che è orgogliosa della propria identità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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