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Vincenzo Lanza

Poco prima delle 16 un boato scuote Ottaviano, nelle case vicine alla Adler Plastic – fiore all’occhiello dell’imprenditore Paolo Scudieri – i vetri vanno in frantumi, i bimbi urlano, c’è chi pensa al terremoto o al Vesuvio, forse a una bomba. Ma la colonna di fumo nero e denso non lascia dubbi che qualcosa sia accaduto nello stabilimento dove la produzione – componenti per l’arredo di veicoli aerospaziali e ferroviari –  aveva riaperto i battenti appena lunedì scorso, entrando nella fase 2 dell’emergenza coronavirus. La furia devastante dell’esplosione ha raso al suolo un intero capannone. Vincenzo Lanza, 55 anni, sposato e papà di due figli, era accanto al forno, aveva iniziato il turno pomeridiano due ore prima. Per lui, estratto dalle macerie, non c’è stato nulla da fare. Altri suoi due colleghi sono rimasti feriti: Giuseppe P. è ricoverato all’ospedale di Nola in condizioni gravi, Marco P. è stato trasferito al Cardarelli nel reparto ustionati. Non sarebbero in pericolo di vita.

Uno scenario agghiacciante, da guerra.

Le immagini del dopo esplosione alla Adler hanno tirato fuori ieri il peggio dagli utenti social, anche con messaggi in posta privata del nostro giornale che ci apostrofano quali «giornalai» per aver raccontato con poche e scarne parole la tragedia. Anche nei commenti che insinuavano il dolo dei «padroni» – come se il colosso Scudieri avesse necessità di far saltare in aria una delle decine di fabbriche nel mondo- che si rammaricavano dell’inquinamento che sarebbe seguito allo scoppio, che accusavano i giornalisti di non far «critica» seria sui danni ambientali, sulle «criticità», ha scritto qualcuno, che questi impianti determinano sul territorio. E mentre frotte di sapientoni seguaci della Thunberg si preoccupavano della qualità dell’aria – fondamentale, sia chiaro, tant’è che a Ottaviano sono state vietate per ora coltivazione e commercio di prodotti agricoli nel raggio di un chilometro dal luogo dello scoppio– a casa Lanza una moglie e due figli piangevano il marito e il papà che non tornerà più a casa e, cosa peggiore che dovrebbe farci riflettere sull’utilizzo dei social network, uno di loro ha appreso la notizia proprio da alcuni commenti.  Vincenzo Lanza, che pochi giorni or sono postava uno scatto con il suo cane e scriveva su facebook una grande verità: la vita è troppo breve per passarla arrabbiati. Troppo caduca per trascorrerla in teorie complottiste, aggiungiamo. Come sia, Lanza aveva passato in casa la “quarantena” per poi tornare al lavoro lunedì scorso, nel reparto «schiumatura». Quello che è accaduto pochi minuti prima delle 16 di ieri – martedì 5 maggio – lo accerteranno le indagini, l’inchiesta avviata dalla Procura di Nola guidata da Anna Maria Lucchetta che ha aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio colposo. La pista per ora è quella dell’incidente. Intanto i carabinieri di Ottaviano e gli agenti di polizia di Stato del commissariato di San Giuseppe Vesuviano hanno acquisito ieri le immagini di tutti gli impianti di videosorveglianza e ascoltato gli operai presenti. Prima di procedere ad eventuali iscrizioni nel registro degli indagati occorrerà attendere la relazione dei vigili del fuoco intervenuti sul posto dove sono poi arrivati anche volontari della Protezione Civile e della Croce Rossa. Il sindaco Luca Capasso ha già annunciato che proclamerà il lutto cittadino e invitato – in attesa degli accertamenti dell’Arpac – a proteggersi tenendo le finestre chiuse, come hanno fatto altri sindaci del circondario.  Quanto all’Arpac, come è evidenziato da una nota, ha già iniziato le procedure per valutare l’impatto ambientale e procederà poi a diffondere i risultati del monitoraggio tramite i canali ufficiali dell’ente. Anche Legambiente, esprimendo in primis la vicinanza ai familiari della vittima e a quelli dei feriti, chiede di attivare tutte le misure necessarie per monitorare gli eventuali danni ambientali.

A raccontare gli spaventosi momenti seguiti allo scoppio è stato sui social il medico e consigliere comunale Michele Saviano. «Oggi pomeriggio ero a San Gennaro Vesuviano, in compagnia di mia figlia Rita, in uno studio dentistico. All’improvviso un boato, impressionante, lacerante. Ho avuto sinceramente paura: in pochi minuti mi è arrivata la notizia spaventosa. Mi sono subito messo in auto e, insieme a mia figlia, ci siamo recati sul posto. Nel frattempo avevo già contattato il sindaco Capasso: sconvolto, quasi piangendo, mi ha messo al corrente della tragedia. Delle immagini di guerra: fabbrica quasi rasa al suolo, fumo nero, fiamme, auto distrutte, abitazioni danneggiate. Due poveri uomini a terra assistiti dagli operatori sanitari del 118! Il primo è sanguinante, con ferite gravi, ma fortunatamente vivo. L’altro, invece, è Enzo: è disteso su una pedana di legno, apparentemente non ci sono lesioni o ferite esterne, ma non si muove, non reagisce, non respira: gli operatori del 118, però, instancabili, non si arrendono: mi qualifico come medico e offro il mio aiuto: per circa mezz’ora manovre disperate di rianimazione cardiopolmonare, defibrillatore, iniezioni di adrenalina, alternandoli nelle manovre in un tentativo disperato, confidando in un miracolo. Purtroppo Enzo non ce l’ha fatta a riprendersi la propria vita: rimane lì, su quella pedana, pietosamente ricoperto da un telo, nella lunga attesa che il magistrato di turno dia il permesso di rimuovere il suo corpo. Un operaio, un semplice lavoratore, un uomo che ha salutato i suoi cari per andare sul posto di lavoro e che non tornerà più a casa.  Non riuscirò mai a rimuovere quello scenario di guerra, l’immagine di quel corpo, dalla mia mente: un pomeriggio di primavera, ricco di sole, trasformatosi, in pochi secondi, in una tragedia immane. La comunità ottavianese è in lutto: in questo momento deve essere cosi: Piangere un proprio figlio, pregare per la vita dell’altro collega ferito, sperare che i tanti loro compagni di lavoro possano, magari col tempo, conservare la propria occupazione! Piangere, pregare, sperare: che questo drammatico 2020 ci possa riservare un domani migliore…»

I sindacati, con delle note stampa, chiedono di far luce sulla vicenda e rimarcano che ancora nel 2020 «si muore di lavoro».