Il termine “camorra” venne usato dagli Ottajanesi che nel 1878 inviarono un “esposto” alle autorità centrali, facendo nomi e cognomi. Pubblichiamo un passo tratto dal libro di un importante storico del nostro territorio, Luigi Iroso. La figura del sacerdote Giuseppe Bifulco, che fu, a lungo, sindaco di Ottajano. Un modello inimitabile: il sindaco Pasquale De Rosa.
Dopo l’eruzione devastante del 1872 il Vesuvio rimane attivo fino al 1875: il Centro Abitato di Ottajano e Terzigno subiscono danni notevoli. Vengono distrutti vigneti e “nocelleti”, e risultano danneggiati alvei, sentieri e strade: al Vaglio e nella Terra Vecchia crollano case e muri di cinta, e ci sono morti e feriti. Bisogna sistemare, riqualificare, ricostruire. I rappresentanti dei clan famigliari – sei, forse sette – che da tre secoli governano il paese sotto lo sguardo vigile dei Medici incominciano a incontrarsi, a confrontarsi, a spartirsi incarichi e affari: ogni clan famigliare ha il suo architetto, il suo ingegnere e la sua squadra di “fabbricatori” edili. Il “clima” politico è perturbato anche dal tumultuoso dibattito sull’autonomia di San Giuseppe e di Terzigno. E nel giugno del 1878 sono numerosi gli Ottajanesi del Centro Abitato che firmano un lungo “esposto” contro la “camorra” che ha messo le mani sull’Amministrazione del Comune, e ne inviano copie alla Prefettura, alla Sottoprefettura e alla Procura Generale. Pubblichiamo un passo del documento, e lo attingiamo da un libro di Luigi Iroso, esploratore instancabile di archivi, storico prezioso del nostro territorio e sereno narratore di fatti e di eventi. “I cittadini del Comune di Ottajano espongono alla preclara giustizia di V.E. siccome l’amministrazione del Comune da diciassette anni trovasi nelle mani di predatori che altro non hanno saputo fare che depauperare l’azienda pubblica impinguando le loro borse e così da proletari quali essi erano sono addivenuti ricchi proprietari…A capo di una tale camorra da annoverarsi la famiglia Leone, composta da otto fratelli, pasto della galera, il sindaco (Luigi Casotti) avido a far denari per barattarli a donne e a lusso, il sacerdote Bifulco Giuseppe, il di lui germano Ernesto architetto del Comune ed il loro cognato D’ Ambrosio Luigi consigliere provinciale ed hanno così bene organizzato le cose che tutti gli appalti, tutte le costruzioni e tutto altro che si pratica nel paese tutto è distribuito fra essi.”.(L’autonomia conquistata, pag. 116). Nel 1878 un Luigi Leone è assessore, e nel 1877 un Pasquale Leone “dopo la sospensione di un anno torna ad occupare il ruolo di appaltatore del dazio sui consumi.”.Di Luigi D’Ambrosio abbiamo già parlato nell’articolo di ieri. Per presentare il sacerdote Giuseppe Bifulco, che fu a lungo sindaco di Ottajano, trascrivo un passo del mio libro “La vita quotidiana sotto il Vesuvio tra l’arrivo di Garibaldi e la morte del brigante Pilone”( 1860-1870). “Nicodemo Bifulco, proprietario di Terzigno, consigliere comunale di Ottajano, capitano della Guardia Nazionale, venne arrestato, nel ’63, con l’accusa di essere un manutengolo di Pilone. Lo salvarono dalla condanna definitiva le indagini che Giuseppe Petrillo, delegato P.S. di Ottajano, condusse su un altro Bifulco: don Giuseppe, sacerdote, proprietario di un patrimonio di 20000 lire, potente capofazione del Consiglio Comunale, cugino di Nicodemo. Nel dipingerne il ritratto il delegato, a cui pare che i preti non andassero a genio, non risparmiò il nero di catrame: ne venne fuori la maschera di uno spietato delinquente, pericolosissimo sia alla pubblica che alla privata quiete, un manutengolo di Pilone, che aveva fatto qualche passo ostile contro i briganti solo per pagliare la sua connivenza, che aveva scaricato la sua pistola addosso al brigante Raffaele Armenio Coda per ricordargli di non svelare i comuni tristi segreti. Inoltre, approfittando della bonomia e melensaggine del cugino Nicodemo, il sacerdote non si era accontentato di scrivergli anche le note e le relazioni, facendo più da capitano che da prete: gli aveva insidiato la giovane moglie, mirando, a quanto pare, a sostituirlo in tutto. Ma, toccato nell’onore di marito, il melenso Nicodemo aveva avuto un sussulto di dignità. Giuseppe era stato messo alla porta: e per vendicarsi aveva congegnato la macchinazione delle calunnie contro il capitano. Fu così sicuro il Petrillo della solidità delle sue accuse che propose il sacerdote per il domicilio coatto. Inutilmente. Giuseppe fu, poi, e per molti anni, sindaco di Ottajano: e poiché è stato uno dei migliori sindaci, la sua figura è veramente il modello compiuto di quel complicato groviglio di paradossi e di contraddizioni che fu la storia delle terre vesuviane”. Ma il sindaco Pasquale De Rosa era andato molto oltre le trame di questi cacciatori di appalti: “Nel 1850 Pasquale De Rosa, sindaco di Ottajano fresco di nomina, andò a controllare la regolarità dei lavori eseguiti l’anno prima lungo l’alveo Rosario dall’architetto Pasquale De Rosa, che non era un omonimo, ma era proprio lui: e trovò, ovviamente, che quei lavori erano stati fatti a regola d’arte. Perciò, il sindaco Pasquale De Rosa, avendo letto la relazione del collaudatore Pasquale De Rosa, dispose che la Cassa Comunale liquidasse il compenso all’architetto Pasquale de Rosa. Altro che controversia sulla Trinità: Pasquale De Rosa, uno e trino, avrebbe messo in difficoltà anche i teologi più sottili, anche Origene e Ario.”.Lo scrissi in un articolo del 2013.

