I clan famigliari che esercitavano il potere a Ottajano e negli altri Comuni pretendevano che non fossero veritieri né gli elenchi delle proprietà né quelli degli “imponibili” su cui venivano “misurate” le tasse: dunque era necessario avere il controllo degli archivi comunali e delle due fondamentali commissioni, quella che fissava la misura dei tributi e quella che preparava l’elenco degli aventi diritto al voto. Capitava che qualcuno “cantasse”: ma anche le prefetture dell’Italia unita erano quasi sempre popolate da “sordi”: come le Intendenze borboniche.
Poiché le tasse comunali erano collegate ai titoli di proprietà, chi controllava gli archivi comunali controllava anche le “cartelle” dei tributi. Nel 1863 il commissario straordinario Cesare De Martinis trovò l’archivio comunale di Ottajano “sconvolto e confuso” e sospese dal ruolo e dal soldo il segretario comunale, Alessandro Ammendola, che non solo si rifiutava di mettere ordine in quella confusione, ma, più volte invitato a tirar fuori i bilanci della Commissione di Beneficenza, nicchiava e si sottraeva: era, insomma, “un uomo pigro, smemorato, non del tutto scevro da intrighi”. Quando il mandato di De Marinis si concluse e si insediò il nuovo consiglio comunale, i consiglieri, che avevano già amministrato Ottajano ai tempi dei Borbone, votarono all’unanimità, su proposta di Luigi D’Ambrosio, il “reintegro” dell’Ammendola, e considerando che “giustizia vuole che gli siano pagati tutti i soldi arretrati”, glieli pagarono. E se li era meritati. Con il suo silenzio. Perché se l’Ammendola avesse “cantato” e confessato, il prefetto, che pure era disposto a capire, a giustificare e a perdonare, avrebbe dovuto adottare provvedimenti assai severi contro i clan famigliari – sei, forse sette – che da 300 anni esercitavano a Ottajano ogni forma di potere, sotto lo sguardo attento dei Medici. Ma bisognava riordinare l’archivio: su questo punto il prefetto non concedeva sconti. E un Medici, Michele, nel 1864 riordinò l’archivio. Alla fine del lavoro egli annunciò ai consiglieri comunali che degli “atti di divisione del demanio col feudatario, a cui metteva capo tutto il patrimonio del Municipio, c’era solo una copia di verbale, informe e non legalizzata.”. Immagino lo smisurato sospiro di sollievo che risuonò nell’aula: nessuno avrebbe più potuto ricostruire gli elenchi delle proprietà comunali concesse in enfiteusi ai privati, e i lunghi elenchi degli evasori del fisco “in positivo attrasso”, con un sostanzioso “arretrato” da sanare. Nessuno avrebbe potuto più definire nel rispetto della verità le categorie e i livelli di tassazione in cui erano distribuiti i cittadini proprietari. Ma su questo tema qualcuno “cantò”. Nel 1878 il notaio Luigi Crispo non sopportò di essere stato inserito nella prima categoria dei contribuenti, sui quali gravava la tassa di lire trenta, mentre “l’industriante” Antonio De Rosa, che possedeva due palazzi, “bassi”, quattro botteghe e un’officina tessile con “dieci telai” era da anni inserito nella terza categoria, quella “tassata” con lire tredici. Alla commissione comunale e a quella provinciale, presieduta da Giovanni Miranda, il Crispo spiegò anche che egli era vittima di una vendetta politica: nelle elezioni parlamentari del ’76 aveva votato non per il candidato ottajanese, Luigi D’Ambrosio, ma per il suo avversario, Mauro Morrone, presidente della Corte d’Appello di Napoli, che era stato eletto: e il D’Ambrosio, consigliere comunale e provinciale e soprattutto membro influente della commissione tributaria ottajanese, “s’era levat’ ‘a vreccia ‘a dinto ‘a scarpa”, si era vendicato. Questo Luigi D’ Ambrosio era anche membro autorevole della “camorra” che gestiva gli appalti del Comune di Ottajano, e di cui parleremo domani. Protestò duramente anche Vincenzo Rossi, cancelliere della Pretura, inserito nella seconda categoria, quella della tassa di lire venti, mentre Francesco Cola, proprietario di quattro cavalli, di carrozze e di numerosi “bassi”, pagava le quindici lire della terza categoria, e Michele Arienzo, “sensale di vini e di spirito” e proprietario di vigne, e il farmacista Amilcare Ranieri facevano parte della quinta categoria. L’elenco dei “miracoli” della Commissione Tributaria del Comune di Ottajano è lungo, e la lettura ci sollecita a domandarci cosa avvenisse sotto i Borbone, quando i controlli erano ancora più fiacchi e il potere dei Medici era più solido.I centri comunali del “falso” erano le commissioni tributarie e le commissioni elettorali, che stilavano le liste di coloro che avevano diritto a votare. Dei 676 elettori iscritti nelle liste amministrative di Ottajano il De Martinis ne aveva depennati 179: molti avevano subito condanne per reati anche gravi, parecchi non avevano le rendite richieste dalle norme, e 52 erano analfabeti. Nel 1880 la Giunta municipale di Sant’ Anastasia dalla lista ufficiale dei 304 elettori ne cancellò 51, che negli ultimi 15 anni avevano votato abusivamente: alcuni non avevano il censo previsto dalla legge, altri non erano domiciliati in Sant’ Anastasia, molti erano “totalmente” analfabeti. Questa stessa Giunta fu invitata dal prefetto di Napoli a spiegare perché risultavano ancora indivise 2700 moggia di terreno agricolo che la legge del 1806 aveva tolto al potere feudale e destinato alla “classe operaia agraria”. Chiedeva il prefetto l’elenco preciso delle “proprietà” che aspettavano da 70 anni di essere divise tra i contadini. Ma nel 1887 questo elenco a Napoli non era ancora arrivato. E forse non arrivò mai.


