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Riceviamo e pubblichiamo.

Il piccolo e raffinato editore nolano DISVELARE edizioni pubblica un libro dal titolo curioso, “Dell’intempestivo“, di Michele Ranieri. Si tratta di appunti e riflessioni sulla condizione umana.

È uscito da poco un libro del piccolo e raffinato editore nolano DISVELARE edizioni dal titolo curioso, “Dell’intempestivo“. Si tratta di appunti e riflessioni spesso dal taglio aforistico sulla condizione umana appresa per così dire nel ritardo costitutivo che ad avviso dell’autore, Michele Ranieri, ne plasma le forme peculiari dell’essere al mondo. C’è una strutturale tendenza a mancare il momento opportuno, è questo il tratto teoretico di fondo che torna di giro in giro nelle tre sezioni del volume, che però paradossalmente si rivela l’unico modo possibile per portare a compimento le cose, fosse anche nella modalità all’apparenza negativa del fallimento. Ranieri, insegnante di Storia e Filosofia al Liceo Classico A. Diaz di Ottaviano, riprende e modula una suggestione hoelderliniana sul potere di compiere e appunto di fallire non come esiti contrapposti, ma come compossibilità inerenti all’azione o in generale a ogni iniziativa umana. Due sarebbero inoltre le idee destinate a supportare le riflessioni su questo tema variato in differenti modi, vale a dire quella che presuppone una originaria e drammatica pulsione all’abbandono (essere abbandonati, abbandonare come pathos insuperabile e a sua volta strutturale) e quella che cerca nella condizione del ritardo, del postumo, un possibile ma non salvifico riscatto dalla morte. Interessante è infatti proprio il tentativo di mettere a fuoco, ma mai in modo eccessivamente concettuale, come girando invece con il rovello delle domande attorno alla questione sempre aperta, questo tema del “postumo”, che non significa qui il dopo assoluto e non più rimediabile , il post-mortem insomma, bensì la possibilità estrema di un paradossale ricominciamento, di una ripresa insperata. Nelle tre sezioni del libro il filo conduttore è questo, ma dipanato con una certa discrezione tematica, che lo rende a tratti percepibile solo come sfondo , mentre in altre occasioni è del tutto esplicitato nella sua drammatica urgenza. La prima sezione ruota attorno al cristianesimo, o comunque al grande e tremendo pensiero della morte e della resurrezione, qui naturalmente interrogata in chiave atea, ma ricettiva dell’enigma teologico in tutta la sua potenza. Molti i testi su cui rapsodicamente si sofferma l’autore, dalle lettere di San Paolo ai testi più impegnativi di Agostino, su fino a quelli di Karl Barth e di Emmanuel Falque, per citarne solo alcuni. E sempre fanno capolino gli autori classici, da Esiodo a Eschilo, chiamati in causa per misurare la radicalità dello scarto filosofico che l’autore percepisce tra una dimensione tragica propriamente greca e una antitragica inerente al discorso cristiano nella sua irriducibilità teologica. Tutta la seconda sezione torna ai classici, che sono comunque oggetto tanto di ammirata simpatia quanto riconosciuti irrimediabilmente distanti e lontani nella loro idea del mondo e del divino. Molto interessanti risultano le letture di passaggi omerici, ovidiani, senecani, etc. , in chiave dichiaratamente simpatetica, distante insomma da ogni indugio specialistico e dsciplinarista. La sezione finale è quella dal taglio più evidentemente aforistico, dove ritornano i temi principali ma ora con tagli e scorci argomentativi che testimoniano di un lavoro aperto, di un cantiere di scrittura che è solo all’inizio dei suoi difficili percorsi costruttivi. Una conclusiva nota sulla scrittura, appunto. Frasi a volte difficili, ma sempre costruite con attenzione agli esiti fruitivi, si rapprendono all’improvviso in chiusure fulminanti, o al contrario non chiudono affatto, lasciando aperto e volutamente inconcluso il giro della interrogazione iniziale. Molto nitidi ed eleganti gli aforismi, in cui traspare chiaramente la passione dell’autore per la letteratura.