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Il termopolio riportato interamente alla luce qualche giorno fa a Pompei ha riproposto all’attenzione i luoghi di ristoro dell’antica città: i termopolii erano le tavole calde, gli “street food”,  fornivano cibo già pronto; le “taberne” erano come le nostre “cantine” di un tempo e le “caupone” erano trattorie, alberghi e “luoghi” di intrattenimento. Vi si incontravano belle donne e vi si giocava anche a dadi. Gli osti si impegnavano spesso nelle campagne elettorali, ma  talvolta i candidati non gradivano il sostegno delle “ragazze” delle “caupone”. Un rumoroso banchetto di “lavapanni”.

 

Numerosi erano termopolii e “caupone” nell’antica Pompei, città di intenso traffico, in cui decine di carri garantivano, ogni giorno, gli scambi commerciali con tutto il territorio e curavano i collegamenti con i porti del golfo. L’oste Euxinus raccomandò l’elezione come edili di Q. Postumio e di M. Cerrinio: la sua “caupona” aveva come insegna un’araba fenice e due pavoni “affrontati”, e il nome del proprietario si può ancora leggere su un gran numero di anfore, “Pompeiis, ad amphiteatrum, Euxino coponi”. Il piccolo giardino annesso all’osteria era piantato a viti, dalle quali l’oste ricavava non più di 400 litri di vino. Presso l’anfiteatro c’era un vigneto sostenuto da pergole, che produceva circa 9000 litri di vino: veniva conservato, questo vino, in una vicina cantina e consumato in un’osteria con giardino dal pubblico dell’anfiteatro, prima e dopo gli spettacoli. Numerose viti erano piantate anche nel giardino della “ Casa della Nave Europa” tra la via Stabiana e la via dell’Abbondanza, e tra le viti il proprietario aveva piantato  delle fave, decisione che Plinio avrebbe giudicato oltraggiosa per la vite, poiché la “vite è dotata di olfatto, e odia il cavolo e tutti gli ortaggi, e il nocciolo: i gusci di fava sono per essa il veleno peggiore”. L’oste Ermete raccomandava l’elezione di Caio Secondo come duumviro, mentre i clienti decantavano, nei loro graffiti, le qualità delle ragazze – una, Palmira, era probabilmente una orientale – che nelle stanze appartate offrivano altri piaceri. La greca Egle, l’ebrea Maria , la siriaca Smirna erano così contente di Asellina, la proprietaria della locanda dove esse prestavano servizio, che si facevano chiamare “aselline”: e Smirna aveva un tale seguito che insieme con Cuculla, operaia nella vicina officina di un tessitore di tuniche, raccomandò l’elezione di C. Giulio Polibio. Al quale però non piacque di essere pubblicamente raccomandato da quelle due signore, e perciò fece coprire il loro nome da “una pennellata di pastosa calce” (M. Della Corte): ma la calce non ha impedito di leggere i nomi delle poco gradite sostenitrici. L’oste Stazio vendeva dell’ottimo pane, ma il suo vino non era di qualità: e un cliente insoddisfatto, C. Sabinio, incise su un muro poco lontano i sensi del suo disappunto: “viandante, il pane compralo a Pompei, ma il vino prendilo a Nocera”. Questo Sabinio esagerava, come vedremo in un altro articolo. Noto produttore di vini era Tiberio Claudio Epafrodito, membro della potente famiglia dei Tiberi Claudi pompeiani: egli  gestiva poco lontano da Via degli Augustali un termopolio che aveva successivamente trasformato in “caupona”, ricavando dall’atrio – scrive Matteo Della Corte – una cucina, due triclini e “vari dormitori”. Su una parete dell’atrio sono state trovate “lunghe liste graffite di vari commestibili, forniti non si sa a chi, in otto giorni consecutivi: vi si menzionano pane, cacio, vino, olio, porri, cipolle, farina di spelta e di frumento”. Si aprivano, poco lontano, altre due “caupone”: una era gestita da Fabio Memore e da Fabio Celere, l’altra da Terzio. Questa “ ha un piano superiore che poté servire tanto ad uso di alloggio che ad uso di hospitium”, di albergo: vi furono trovati un’anfora piena di lenticchie, due dadi di osso e “un caratteristico dipinto murale, destinato, a parere del Mau” a ricordare ai domestici che dovevano soddisfare i loro bisogni corporali solo nel bagno, e a maledire chi non obbediva alla disposizione. In quella “regio VI” che “rappresenta un modello di insediamento urbanistico così perfetto che trova riscontro solo nelle città ossequienti al sistema ippodameo” (R.’Etienne) il tavernaio Febo era così sicuro della stima dei suoi clienti che promise anche i loro voti a due candidati al duumvirato, M. Olconio Prisco e C. Gavio Rufo. In una “caupona” di Via di Nola (tratto orientale del Decumano Maggiore) vanno un giorno a banchettare alcuni fulloni – gli operai di una lavanderia –  forse per celebrare la loro festa, quella dei “Quinquatrus”, e il loro capo, Lucio Quintilio Crescens, copre il portico di saluti graffiti, indirizzandoli ai fulloni presenti, a quelli lontani, alla civetta, uccello sacro a Minerva, patrona dei “lavapanni”, all’oste, ai Pompeiani tutti, agli “Stabiani” e ai Sorrentini, e, infine, a sé stesso: egli scrive  “qui regnò L. Quintilio Crescens”. Modestamente.