Home La Verità nei Libri Nel 1756 Carlo di Borbone vietò la caccia sul Monte Somma e...

Nel 1756 Carlo di Borbone vietò la caccia sul Monte Somma e sul Vesuvio

CONDIVIDI

La vietò ai sudditi, nobili e plebei: lui però poteva praticarla, come un “innocente piacere”.La lapide con la “R” sormontata da una corona venne posta sui muri di edifici pubblici lungo tutto il confine della “Riserva di caccia” che Carlo di Borbone istituì nel 1756 inserendo in essa il monte Somma e il Vesuvio. L’immagine che pubblichiamo in appendice è quella della lapide collocata all’esterno della Chiesa di San Lorenzo in Ottaviano ( la “R” stava per “Reale” e indicava una proprietà della Corte). Il quadro la cui immagine apre l’articolo è “Carlo di Borbone a caccia”, opera di Antonio Sebastiani.La complessa articolazione del “bando” istitutivo, confermato poi da Ferdinando I, figlio e erede di Carlo.

 

Il 7 settembre 1756 il principe Placido Dentice di Frasso, Delegato della “Regal Casa e Corte”, su disposizione del re Carlo di Borbone, emanò il Bando che vietava “la caccia nelle falde delle due Montagne di Somma e del Vesuvio riservate all’innocente piacere della Maestà del Re nostro Signore”. Il “giro” del confine della Riserva partiva dalla strada di Portici, detta “Lago di Mazzarotta”, “di là della Chiesa del Soccorso, la  quale strada passando per i territori del Principe della Scalea, cala fino al mare”. Il “giro” attraversava Torre del Greco e “Torre dell’Annunziata” – il bando indicava con precisione le “cupe” e le masserie toccate dal confine – proseguiva fino all’ osteria di “Tre Case posseduta da Benigno Cirillo alias Sepella”, e, lasciando alla sua destra la strada del Piscinale “che conduce a Scafati”, costeggiava il Piano del Mauro, il Campitello, la Chiesa della Madonna della Scala, l’ osteria della Zabatta, la chiesa di San Leonardo, “entrava” in Ottajano, seguendo la strada su cui si affacciano “la chiesa della Croce” – che oggi non c’è più- e la “chiesa e il convento di San Lorenzo”. Da Ottajano il “confine” “proseguiva” per Somma “passandosi per le case dello Spirito Santo” e poi, attraverso “l’Abitato di Sant’Anastasio”, “scendeva fino al palagio del Duca della Castelluccia”.  Infine, dopo aver “incontrato” il “territorio e il Casino” del Presidente Figliola”, l’osteria del Piscinale, la masseria di Stefano Dati, l’abitato di “San Jorio” (San Giorgio a Cremano), “i beni del canonico Caruso, il Casino del Principe di Caramanica, l’osteria di Luca Pasquale, i Casini di Avallone, di Berio, del marchese della Bella” il “giro” “sboccava” a Portici, al Lago di Mazzarotta da cui era partito. Nelle terre alla sinistra del confine- avendo l’osservatore alla sua sinistra la sommità delle due montagne – c’era l’assoluto divieto di caccia: anche nei giardini “murati” di “ville e Casini”. I trasgressori venivano puniti con durezza.

“Chiunque di qualsivoglia grado o condizione, anche dell’ordine militare” fosse stato sorpreso “armato di schioppo” ancora provvisto di pietra focaia o con qualsiasi altro “istrumento da caccia”, sarebbe stato condannato, se povero, a un mese di carcere, se “benestante”, a una multa di dieci ducati. Chi avesse dato la caccia, con lo schioppo “o in altra maniera” “a lepri, pernici, fagiani e starne”, sarebbe stato punito, “se nobile”, con tre anni di carcere, se “ignobile”, con tre anni di “galea”, di lavoro forzato sulle navi da guerra. “Tali pene saranno nel caso della seconda contravvenzione duplicate, e nel caso della terza triplicate: e le pecuniarie, con l’intelligenza di S.M., saranno applicate all’opera pia del Reclusorio dei Poveri”. Da giugno a novembre, “ a custodia dei frutti” e delle viti, i padroni delle masserie potevano tenere all’interno dei loro fondi schioppi, “purché carichi di palle e non di pallini”, e cani, purché i cani fossero “bastardi” e non “bracchi”, cioè “da caccia”; ma da maggio a giugno, “nel tempo della cova di lepri, pernici e starne” i cani dovevano essere legati con catene di ferro, “ e negli altri mesi dell’anno restino sciolti, ma con i randelli pendenti al collo, affinché, scorrendo per i territori, non possano inseguire e fugare lepri, pernici e starne”.

Per non disturbare questi animali “ è vietato a ognuno il segar l’erba nel luogo detto il Cantarone e nel piano della Montagna di Somma, termine di Resina, la quale erba è stata comprata da S.M, e anche il mandar capre o pecore a pascolare nel sito boscoso della medesima Montagna, cioè dal fosso detto di Faraone fino al fosso di Bianchino  sopra la Torre del Greco ed anche nelle Mortelle”. Nel 1818 Ferdinando I confermò il “bando” del padre.