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Napoli, Santa Brigida, 1845: nella “Cantina Siciliana” una canzone di Bellini e i vini di Terzigno. Un cameriere geniale

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Una serata di Emanuele Bidera tra Caffè e cantine. La raccolta di caricature e di testi poetici di Gennaro Durante, proprietario dell’omonimo Caffé, poco lontano dalla Chiesa di Santa Brigida.La “Cantina Siciliana” e i vini “del Somma e di Terzigno”. Una poesia siciliana del Meli musicata, secondo Bidera, da Bellini. Gli incontri notturni: uno “straccione” e gli “spazzini”.

 

Quando, nel 1844, a Piazza San Ferdinando concluse definitivamente l’attività il “Caffè d’Italia”, il capo dei camerieri, Gennaro Durante, aprì un suo Caffè al n. 58 di via Toledo, di fronte alla “via che mena alla chiesa di Santa Brigida”: qui è custodito il “Miracolo di San Nicola” di Luca Giordano, che correda l’articolo. Emanuele Bidera, il drammaturgo, librettista e giornalista, che merita in questa rubrica più di un articolo, accolse con entusiasmo il nuovo Caffè: dopo la chiusura del Caffè d’ Italia “Artisti, Maestri, Cantanti, Poeti, Metafisici e Sfaccendati ci aggirammo gran tempo come guerrieri sbandati e senza bandiera. Il Caffè del Gigante era troppo lontano”, quello d’Europa era “spesoso” – così scrive Bidera, per dire che i prezzi erano esosi -, il Caffè di Santa Brigida era riservato alla “noblesse”, e quello di “Donzelli” agli studenti. Gennaro Durante, che si presentava ancora come “Il Primo Giovine del Caffè d’Italia”, arredò il suo ritrovo con le “caricature” e i testi di poesie che disegnatori e poeti avevano tracciato direttamente sui marmi dei tavoli del Caffè d’ Italia  e che lui aveva “copiato per impressione” su cartapesta umida: così si diceva. E si diceva che della stessa tecnica egli si servisse per “riprodurre” i disegni dei caricaturisti che erano diventati suoi clienti, primo tra tutti Gaetano Dura. Dal “Caffè Durante” Emanuele Bidera e gli altri si spostavano alla “Cantina Siciliana”, tra piazza Santa Brigida e il vico della Campana. L’aveva aperta un palermitano, tale Verdone, che aveva gestito a Palermo ben “7 depositi di vino” e ora era venuto a Napoli a dare “una pratica lezione di civiltà ai nostri ricchi, ma goffi cantinieri”:  Bidera era innamorato di Napoli, ma non dimenticava mai di essere nato in Sicilia, e quindi sottolinea la “pulitezza” dei tavoli “imbanditi” e paragona i camerieri “accorti e svelti” a “ganimedi” nelle cui vene scorreva sangue arabo. Frequentavano la cantina cantanti, pittori e giornalisti, ma anche guappi all’inizio della carriera, come Giovanni Attingenti, cugino di quel Vincenzo a cui Marc Monnier dedica un lungo ritratto, e Pasquale Bascolo che proprio in quegli anni cercava, “con i suoi compari”, di mettere le mani sui mercati del Porto e di Piazza del Carmine, approfittando del fatto che il capocamorra Vincenzo Zingone era stato inviato al confino nelle isole Tremiti.

Nella sua cantina il Verdone serviva vini siciliani “il vino di Mascali, il Moscato di Catania, il Castevetrano, il Marsala”, ma secondo una “strenna” del 1847, anche “vini del Somma” – e forse l’autore voleva dire “di Somma” -, e “del Terzigno”. Non dobbiamo meravigliarci: sappiamo dalle carte che i Bifulco di Terzigno, amministratori dei vigneti dei Principi di Ottajano, già negli anni ’20, sotto l’alta protezione di Luigi de’ Medici, inviavano decine di botti di lacryma a Napoli, a mercanti e a proprietari di trattorie, cantine e alberghi. Inoltre, i Bifulco importavano Marsala dalla Sicilia e lo distribuivano per tutta la Campania. Una sera, Bidera e i clienti della cantina ascoltano estasiati una canzone siciliana, il cui testo è di Giovanni Meli e la cui musica, garantisce Bidera, è di Bellini: “spacca l’alba da lu mari/ eccu già lu suli affaccia / e li tenebri discaccia / cu lu chiaru raggiu sò”.  E’ già notte quando Bidera, attraversata via Toledo, entra nel vicolo “Conte di Mola” per tornare a casa. Incontra uno “straccione” che raccoglie in una cesta “stracci, ossetti e mozziconi di sigari” e intanto “canticchiava”: “Munnezzariello / senza malizia / sola sporchizia saccio levà”. Bidera gli regala il suo mezzo sigaro: il silenzio è rotto dal rumore delle “zappe degli spazzini” e dalla “voce: stà” con cui essi cercano di calmare gli “asini bardati”.

“ Tutti in questa capitale vivono, solo l’ozioso e il superbo vi languiscono”, commenta il drammaturgo giornalista, mentre i latrati del cane fedele annunciano a quelli di casa che il “padrone”  è tornato.