Home La Verità nei Libri Napoli nel ‘700: i teatrini sotto le chiese e le strane riflessioni...

Napoli nel ‘700: i teatrini sotto le chiese e le strane riflessioni di un viaggiatore inglese

CONDIVIDI

La colorita storia di due “teatrini”: il “San Carlino” e “La cantina”, che stava sotto la chiesa di San Giacomo degli Spagnoli. Le vicende della famiglia Tomeo. Le “maschere” della commedia dell’arte, da “Pulcinella” a “Don Fastidio”. La strana spiegazione che lo Sharp diede del perché i  Napoletani sono magri. Correda l’articolo un quadro di Alberto Chiancone.

 

In un articolo pubblicato, nel 1892, sul “Giornale storico della letteratura italiana” si legge che nei mesi estivi una compagnia “istrionica, delizia del basso popolino”, si spostava “ dalla cantina sotto la chiesa di San Giacomo” in una “baracca nel Largo del Palazzo”, e un’altra compagnia, “condotta dal più famoso Pulcinella del Settecento, Domenico Antonio Da Fiore, emigrava nei mesi estivi o in qualcuno dei teatri della città, o in un casotto di legno al largo del Castello, cui dette il nome di San Carlino”. Dunque, al Largo del Palazzo, “sotto” la Chiesa di San Giacomo degli Spagnoli, c’era, a metà del ‘700, un piccolo teatro che si chiamava “’o fuosso” o “La cantina”, perché stava sotto il livello della strada – vi si scendeva attraverso una scala composta da 10 scalini -e assomigliava proprio a una cantina: in platea c’era spazio per non più di 80 persone, e l’ingresso costava un carlino. Gestiva il teatro Michele Tomeo, un audace personaggio, promotore di una concorrenza scorretta nei confronti degli altri teatri, e in particolare contro il vicino “San Carlino”. Ogni sera gli attori della “Cantina” si sparpagliavano per il Largo del Palazzo, si avvicinavano alle persone intente a leggere i manifesti del teatro “nemico” e le esortavano a non farsi ingannare dalle menzogne scritte su quei manifesti, a non dimenticare che il “San Carlino” era un “casotto plebeo, che accoglieva sbarazzini e facinorosi e non offriva se non commedie rimpinzate di turpitudini”. La guerra finì solo con la demolizione del “San Carlino”, ordinata dalle autorità nel 1750, “per ragioni di pubblica moralità”. Della “Cantina” scrisse ampiamente Salvatore Di Giacomo, attingendo le notizie da un libro in cui l’inglese Samuel Sharp raccontava il suo soggiorno a Napoli nel 1765. La lettura del testo di Sharp fu consigliata a Di Giacomo da Benedetto Croce, e nel 1911 il poeta scrisse la prefazione alla traduzione in italiano, pubblicata a Lanciano. Sulla scena della “Cantina” dominavano i personaggi della “Commedia dell’Arte”, Coviello, Anselmo Tartaglia, il Dottore, la Servetta e, ovviamente, Pulcinella, interpretato in modo magistrale da Vincenzo Cammarano. Scrisse lo Sharp che nei teatri gli spettatori italiani avevano la sconcia abitudine di sputare sul pavimento, tra le sedie, sotto gli occhi di tutti: non usavano “pezzuole”, fazzoletti, e non perdevano tempo a cercare, per i loro sputi, qualche angolo appartato. Ma il pubblico napoletano della “Cantina” superava ogni limite: “non solo sputano in giro, tutt’intorno alle sedie, ma sputano anche su qualsiasi punto della parete, così che è impossibile non insudiciarsi gli abiti, passando.”. E gli sputi erano così numerosi e frequenti che lo Sharp spiegò con “questo curioso vizio la magrezza dei Napoletani”. Michele Tomeo morì nel 1762, e il figlio e il nipote Tommaso non riuscirono a salvare “La cantina” dalla crisi e dalla chiusura, che venne disposta dalle autorità nel dicembre del 1769, e sempre per le offese che gli spettacoli arrecavano alla “pubblica moralità”. Si legge nell’articolo del “ Giornale storico” che nel 1770 Tommaso Tomeo “chiese e ottenne di riedificare un teatrino nelle case di sua proprietà” poco lontano da quella che era stata la sede della “Cantina”. A questo teatrino venne dato il nome di “San Carlino” e in questo modo “ si fusero insieme le tradizioni del casotto del De Fiore e della “Cantina”” dei Tomeo. La stella del nuovo “San Carlino” fu Francesco Cerlone, librettista, commediografo, creatore, con l’attore Francesco Massaro, del personaggio “Don Fastidio de Fastidiis”, splendida “figura” del “paglietta” e dell’ “azzeccagarbugli”  che non ebbe la fama che avrebbe meritato. Ne parleremo in un articolo a lui dedicato.