Napoli è un teatro “naturale”, che Nerone scelse per il suo debutto come cantante

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Il successo del   film “Qui rido io” che Mario Martone ha dedicato al genio di Scarpetta ci sollecita a ricordare che l’immagine di Napoli “teatro a cielo aperto” e l’ inclinazione dei Napoletani a “far teatro” sono storiche “figure” della “napoletanità”, da Nerone e da Seneca  a Gennaro Parrino, a Eduardo,a Totò, a Curzio Malaparte. L’immagine di corredo è quella di un quadro di  Vincenzo Migliaro dedicato alla Piedigrotta.

 

 

La vita di Scarpetta fu un “teatro” in ogni senso: anche la sua villa egli decise che fosse costruita come un teatro, dove, però, solo al padrone di casa era consentito “ridere”. L’immagine più diffusa di Napoli e del suo popolo è costruita su tre “ figure ”: due sono antiche,  il teatro e la fantasia accesa ( di questa “figura” si serve anche un noto chef per fare pubblicità a un pastificio); la terza,  quella delle “due Napoli”, è più recente, ed è stata disegnata dalla Ortese e da Domenico Rea. Secondo gli attori del Belvederius  di Gennaro Parino, la Natura stessa ha voluto che Napoli fosse il luogo di una recita perenne, perché ha dato al golfo la forma di un teatro, in cui il Vesuvio fa da quinta di scena. Per i patrizi romani Napoli fu teatro di voluttà. Sembra, dice Seneca parlando di Baia a Lucilio , che la dissolutezza abbia scelto quei luoghi come sua sede ufficiale e abbia concesso ai loro abitanti la licenza di sperimentare ogni forma del vizio, e non in privato, ma sotto gli occhi di tutti. Lì la lussuria richiedeva spettatori non meno che attori e lì, svelò Cicerone, Clodia si divertiva a recitar le sue turpitudini nel mezzo della folla, nella luce chiarissima del giorno. In questo teatro naturale naturale fu la passione per il bel canto: hai voglia di prendertela con gli stereotipi e le oleografie. Saranno pure escrescenze della storia, ma non c’è verruca che non abbia radice in una fibra pur infetta della carne. Dice Seneca che le notti di Baia risuonavano dei duetti dei cantanti, e il lago di Lucrino era solcato da  barche policrome, come quelle dei quadri di Dalbono, in cui una folla di Clodie consumava le ore a bearsi  della musica di raffinate orchestrine. Quando Nerone stabilì che era venuto il momento di mostrare al mondo il prodigio della sua voce, scelse per il suo esordio la città di Napoli. E i Napoletani gli tributarono un trionfo di applausi. Finito lo spettacolo e usciti tutti gli spettatori, il teatro crollò, e non ci furono vittime: e si piantò un tarlo nella mente dei cabalisti, i quali non seppero decidere all’unanimità se l’imperatore musico fosse uno jettatore o un portafortuna. Immagino che ne discutessero con quella serietà  sconsolata che duemila anni dopo Carlo Levi scoprì nello sguardo dei loro discendenti e che lo aiutò ad entrare in uno dei luoghi  più nascosti del carattere napoletano, là dove “ l’attore” persuaso che il copione sia stato scritto per lui e solo per lui teme ogni momento d’essere ridotto a far da spettatore, a cui compete solo di applaudire e di assistere, come un’apparizione fugace , alle interpretazioni di altri a cui è stato concesso di salire sul palcoscenico. Antonio Belvedere, che dà il suo nome al dialogo di Parrino, da pittore di fiori e di frutta passò a fare l’uomo di teatro: e perciò aveva il diritto di dire che non c’è bisogno di citare gli antichi, per dimostrare che a Napoli si recita:  la vita stessa degli uomini, infatti, e le vicissitudini cittadine che ogni giorno si offrono ai nostri sguardi, presentano, per così dire, un originale teatro della Natura da cui ci vengono tragedie e commedie in abbondanza. Che Napoli sia un teatro l’hanno detto molti, e molti continuano a dirlo, talvolta anche a sproposito. Qualcuno ha tentato di aggiungere alla minestra almeno un ingrediente nuovo, per recitare la parte dell’originale: e così Stendhal estese il palcoscenico alla religiosità dei napoletani e alle chiese, che nei giorni di festa  vengono trasformate in teatri, con grande profusione di stoffe e di musica, e tutte le sedie sono rivolte verso l’orchestra e non verso l’altare. Herman Melville venne affascinato dai balconi:  Balconi con donne. Un panno sul selciato. Dopo una naturale riluttanza ci hanno dato strada. Uno spasso. Mi sono voltato indietro e ho reso il più grato e grazioso inchino di cui sono stato capace. Dal balcone mi hanno sventolato fazzoletti. Grida di simpatia. Mi sono sentito più orgoglioso di un imperatore. Anche Melville capì che in quel teatro all’ aperto capitava sempre che anche lo spettatore più distaccato e disincantato sperasse di vestirsi con i panni dell’attore. Il discorso lo chiuse Curzio Malaparte. Non so se  Malaparte abbia veramente incontrato nel 1942, a Capri, il generale Erwin Rommel. Se la scena descritta nella  Pelle  è inventata, bisogna dire che è una meravigliosa  invenzione, perfetta per intreccio, ambiente, tinte e toni. Malaparte mostra al generale tutte le stanze della sua villa, poi, nell’ immenso atrio che si apre sul ” paesaggio più bello del mondo “, gli offre il vino del Vesuvio, dei vigneti di Pompei. Rommel gli domanda se ha comprato la casa già fatta, o l’ha progettata lui.  Gli risposi – e non era vero – che avevo comprato la casa già fatta. E con un ampio gesto della mano, indicandogli  i tre scogli giganteschi dei Faraglioni, la penisola di Sorrento, le isole delle Sirene, le lontananze azzurre della costiera di Amalfi e il remoto bagliore dorato della riva di Pesto, gli dissi: – Io ho disegnato il paesaggio-.