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I palazzi, le chiese, i pittori,  il panorama del golfo nel giudizio di Montesquieu. La polemica contro la burocrazia dei tribunali, e le cifre esagerate: egli scrive che i “lazzari” sono 60.000, e che il loro numero cresce di giorno in giorno, perché i “plebei” della provincia si spostano in città. Le riflessioni sul ruolo politico dei “lazzari” e sull’influenza che il clima e la natura esercitano sul carattere dei popoli. L’ escursione sul Vesuvio e i “Vesuvi nascosti”.

 

Nell’aprile del 1729, quando giunse a Napoli dopo quasi cinque mesi di soggiorno a Roma, Carlo Luigi Secondat de Montesquieu era già famoso come giurista e come autore delle “Lettere Persiane”. Venti anni dopo avrebbe pubblicato l’“Esprit des lois”, lo “Spirito delle Leggi”, da cui sarebbe stato consacrato come uno dei Padri della filosofia politica, della filosofia del diritto e dell’Illuminismo. Il viaggio in Italia concluse un biennio di viaggi per tutta l’Europa, descritti nel libro “Voyages” che venne pubblicato un secolo e mezzo dopo, tra il 1891 e il 1896. Roma Montesquieu la giudicò “la città più bella del mondo”; a Napoli, invece, espresse fin dal primo giorno un giudizio negativo sulle decorazioni delle chiese, tutte di stile barocco, e sull’abbondanza di oggetti di bronzo e d argento che occupavano gli spazi delle cappelle. Gli piacquero, tuttavia, la chiesa di San Severino e quella del Gesù, in cui ammirò i quadri del Guercino e di Solimena. Montesquiei  rimase affascinato dalle opere di Luca Giordano, e dagli affreschi di Mattia Preti nella Chiesa dei Celestini.. I palazzi dei nobili napoletani lo delusero, ma il Palazzo Reale gli dettò un articolato elogio: la scala la giudicò la più bella d’Europa, e quando entrò nel Salone, e si affacciò al balcone, il panorama del Golfo, le cui acque erano solcate dai vascelli, e la vista del Vesuvio lo incantarono. Nel 1729 Napoli era ancora sotto il dominio austriaco: Montesquieu accettò l’invito a pranzo del viceré conte di Harrach,  che aveva conosciuto a Vienna, ma nei suoi “Voyages” scrisse parole durissime contro i soldati “tedeschi” che si erano accampati nel Palazzo degli Studi, oggi sede del Museo Nazionale,“ e facevano cuocere la loro zuppa sullo scalone” dove era stata costruita una bettola, il cui gestore versava 60 ducati al mese al colonnello comandante dei “tedeschi”. Da sempre avverso alla burocrazia dei tribunali, Montesquieu racconta che almeno 50.000 persone lavoravano nell’amministrazione della giustizia: nugoli di magistrati, schiere di avvocati che indossavano abiti neri e portavano quei caratteristici cappelli di paglia da cui nacque il “titolo” di “paglietti” e un gran numero di scrivani di vario livello “che formano un piccolo esercito schierato a battaglia, il temperino alla mano”, il temperino usato per far la punta alle penne.E’ stato facile per Atanasio Mozzillo e per Gino Doria dimostrare che le cifre indicate da Montesquieu sono ampiamente esagerate: per esempio, i circa 6000 lazzari diventano per lui 60000, un quinto della popolazione: e queste cifre gli consentono di scrivere che la miseria affligge i Napoletani, molti dei quali ogni giorno ricevono il cibo dai conventi della città “che sono molto ricchi”, oppure sono costretti a mangiare l’ erba: “essi non sono vestiti, non portano altro che una culotte”. E non c’è da meravigliarsi del fatto che questi miseri credono più intensamente degli altri nel potere di San Gennaro e nel miracolo del sangue, perché solo su di essi ricadrebbero le pestilenze e le carestie da cui Napoli sarebbe colpita se il sangue del Santo non si sciogliesse. Ma questi lazzari – scrive Montesquieu, osservandoli mentre si affollano nei pressi del porto- sono gli stessi che scelsero Masaniello come loro capo, e sono anche ora pronti a partecipare a moti e ad agitazioni. Osservando i gruppi di “lazzari” ( egli li chiama “lazzi) che si spostavano lungo le strade della città, il filosofo francese ricordava certamente le parole di Pietro Giannone: non c’è popolo che più del Napoletano sia desideroso della libertà, e nello stesso tempo sia più incapace di conquistarla, poiché il popolo di Napoli è “mobile nei costumi, incostante negli affetti, volubile nei pensieri, odia il presente, e con sregolate passioni o troppo spera, o troppo teme nell’avvenire”. A  Napoli Montesquieu incominciò a riflettere sui rischi che corrono i sistemi politici in cui troppo netta diventa, dal punto di vista della ricchezza e del potere, la distanza tra la plebe del Terzo Stato e i borghesi e i “nobili”. Proprio a Napoli Montesquieu vide confermata la sua opinione, già delineata nelle “Lettere Persiane”, che il clima e le forze della natura esercitino una grande influenza sul carattere dei popoli. E’ questo un tema che sollecitò l’attenzione degli studiosi del ‘700 e dell’800, e che merita di essere analizzato. Quando, tra il 3 e il 4 maggio sale sul Vesuvio, l’intellettuale francese  nota che a “150 passi dalla bocca del vulcano, se si toglie con la mano un po’ di terra e si fa un buco, ne esce un calore insopportabile, come quello che forma i bagni caldi così frequenti a Baia e a Pozzuoli, e ciò fa pensare che questo terreno sia pieno di Vesuvi nascosti”.