CONDIVIDI

Il ferragosto che Dino Risi descrisse nel fim “Il sorpasso” (1962) divenne il simbolo  di un’Italia ancora agitata da contraddizioni, ma vogliosa di risolvere i problemi sociali e economici. Il ferragosto 2020 è destinato a diventare il simbolo di un sistema che si sgretola, e nessuno sa perché e come. Meglio una “passeggiata” tra gli stabilimenti balneari di Napoli, nell’Ottocento.

Per un “ferragosto” a costi modici avremmo potuto programmare un viaggio tra i titoli che i giornali assegnano alle vicende italiane dei penultimi e degli ultimi giorni, tra le imprese “gloriose” di onorevoli della Repubblica che incassano i “bonus” di 600 euro, e tra le giustificazioni che, una volta “sgamati”, adducono a loro difesa: vi raccomando la “passeggiata” tra queste giustificazioni, che da sole ci fanno capire a cosa siamo ridotti. Se avete la passione per le “altezze”, vi consiglio di tentare la scalata di quella vertiginosa catena di abissi, di gole e di vette che sono i provvedimenti adottati dalla signora ministressa della P.I. per garantire il “regolare” (????) inizio dell’anno scolastico. Trump ha dato notizia dell’accordo tra Israele e Emirati Arabi: e il plauso è stato universale: hanno “scoccat’’e mmane” anche quelli che dovrebbero ricordare che accordi ufficiali e ufficiosi dello stesso genere hanno aperto nel passato la stagione non della pace, ma della guerra, e degli attentati: e tutto questo mentre il Libano, che dovrebbe stare da quelle parti – se le carte geografiche significano ancora qualcosa-  è in fiamme. E in cima a tutto c’è la pandemia, ci sono le statistiche che dicono tutto e il contrario di tutto, ci sono gli appelli, ci sono le immagini delle discoteche, delle piazze notturne, delle spiagge. Un ferragosto storico fu quello che Dino Risi, nel film “Il sorpasso” – un film del 1962 –, fece diventare il simbolo di un’Italia che cercava di liberarsi da problemi, contraddizioni, nere eredità del passato, e imboccare la strada del “miracolo economico”: ma anche questo del 2020 è un ferragosto storico, un simbolo serio di un sistema che si scompagina, e tutti fingono di non sapere come e di non sapere perché.Per non farci il sangue ancora più amaro, abbiamo preferito passeggiare tra gli stabilimenti balneari di Napoli, sotto la guida di un articolo che Emmanuele Rocco scrisse nel 1865. A Santa Lucia “convengono le donne popolari”, che già all’alba occupano i bagni e li trasformano in “bolge dantesche”: calca, clamori, disordine: no, non si accapigliano, “non fanno altro che parlare tra loro e ridirsi i fatti delle vicine, delle comari e di quelle che chiamano “amiche””. Con queste “popolane” il  Rocco non fa il galante: “non vi accostate ad esse se avete naso delicato”. Pare che faccia il galante con le signore “agiate” che frequentano i bagni in Villa: le donne vanno a destra, gli uomini a sinistra, “così al giudizio universale saranno divisi gli eletti dai reprobi”. Solo a Totò “turco napoletano” verrà concesso di entrare negli spazi riservati alle bagnanti. 

Le fanciulle “agiate”, mentre aspettano che una “voce chioccia” le chiami per il tuffo, lanciano ancora languidi sguardi ai giovanotti, e “sussurrano dolci parolette”. Se i nostri sguardi, scrive il Rocco, potessero attraversare il legno delle “cabine” delle donne, sarebbe una pacchia per scultori e pittori, che scoprirebbero corpi degni di far da modello per un quadro e una statua di Venere. Però, e qui il Rocco “cafoneggia”, ancora una volta, vedrebbero che non poche donne sono puri scheletri, sono le “Veneri dei chirurgi, buone a studiarvi l’osteologia”. “La plebe operosa” non va a bagnarsi, perché non ha soldi, mentre “i ricchissimi e i nobilissimi” preferiscono il bagno in casa, perché non vogliono immergere il loro corpo nelle stesse acque in cui si sono tuffati i comuni mortali. Perciò, per tutto agosto Napoli è percorsa da cavalli e da asini carichi di barili d’acqua di mare destinata alle case dei “fraccomodi”: e sono scontri, o colpi di “scuriada in viso” per chi non si scansa subito. E non è finita qui. La sera, mentre te ne torni a casa, può capitare che da una finestra o da un balcone ti venga rovesciata addosso una catinella d’acqua in cui qualche signora ha “sciaguattato le sue sozze membra”. Impietoso è Emmanuele Rocco sulla limpidezza delle acque negli stabilimenti, che quasi sempre sono “situati in quei luoghi della spiaggia dove mettono foce le massime cloache, e gli sbocchi delle chiaviche”: fanno eccezione i bagni di Mergellina e del Granatello. Gli ospedali – scrive il giornalista – dovrebbero provvedere al controllo delle acque di mare: in questo modo si eviterebbero “ molte delle malattie che conducono gli infelici popolani ad occupare i letti degli ospedali”. E’ una musica che si ripete nel tempo. 

Alla fine dell’Ottocento c’erano a Napoli una ventina di stabilimenti balneari: spiccava, per la sua pubblicità “Il Chiatamone” dei fratelli Manzi, “ Unico Policlinico Idrologico in Italia.”. “Questo stabilimento possiede sei sorgenti di acqua ferruginosa e una sorgiva sulfurea”.