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La lezione che un personaggio del romanzo “Il resto della settimana” impartisce al Professore sui comportamenti dei tre “popoli” che “abitano” le Curve, la Tribuna e i Distinti di uno stadio, anzi dello stadio del Napoli. Secondo l’ “ometto” il popolo migliore, per competenza, è quello dei Distinti. Al di là dell’ironia, il testo riflette anche le polemiche degli ultimi anni sui comportamenti dei tifosi delle squadre di calcio.

 

Quasi sempre la fama degli stadi, di quelli di Buenos Aires, di Rio de Janeiro, di Liverpool,  è legata non solo alle imprese delle squadre, ma anche a quelle dei tifosi, e sempre dei tifosi della Curva. Un caso a parte è la tribuna del “Filadelfia” di Torino, descritta da Eraldo Pecci nel libro “ Il Toro non può perdere: la magica stagione ’75-‘76”: la stagione dello scudetto, di Radice, di Claudio Sala, di Pulici e di Graziani. Racconta Pecci, che di quella squadra fu, con Claudio Sala, il direttore d’orchestra, che nello stadio “fatiscente” le due Curve e i Distinti erano inagibili, e che la pista del Lingotto si snodava sopra la Tribuna: perciò chi sedeva in Tribuna vedeva “girare in cielo” le auto: una scena unica: le auto dei padroni della Fiat e della Juve facevano da sfondo celeste ai trionfi dei “granata” di Radice.

Come è noto a tutti, Maurizio De Giovanni è tifoso del Napoli e possiede la sapienza del calcio. Al Professore, protagonista del libro “Il resto della settimana”, un ometto sollevandosi “orgoglioso in tutto il suo metro e sessanta” spiega che in uno stadio, anzi nello stadio, quello del Napoli,  “ci sono tre mondi a parte ognuno con una fisica, un’etica e una popolazione proprie”. Il popolo delle Curve respira un’aria particolare, in cui si mescolano i fumogeni, la puzza del sudore e l’olezzo della “marijuana di pessima qualità”. I “curvaioli” sono uomini forti, “tagliati con l’accetta” e, non appena entrano nella Curva, diventano come i guerriglieri di Castro e di Guevara, e se notano che in mezzo a loro c’è qualcuno che non corrisponde al modello, lo fanno immediatamente sloggiare. Immersi in questo stato di “trance”, i “curvaioli” la partita non la guardano, la giocano “ a tutti gli effetti” come se stessero in campo: è naturale che essi prendano coscienza di sé e del risultato molto tempo dopo la fine della partita e che le loro orecchie ancora per giorni rimbombino “ di cori e bestemmie”. I “curvaioli” arrivano allo stadio molto tempo prima della partita, per preparare la mente, la voce, il corpo e i cori, mentre tra quelli della “Tribuna” c’è chi arriva, calmo e sereno, anche un quarto d’ora dopo il fischio d’inizio e, calmo e sereno, “per evitare il traffico” se ne va un quarto d’ora prima, “quando la tensione è al parossismo”, e non sente, e se le sentisse, non gliene importerebbe un fico secco, le imprecazioni di chi siede in ultima fila. In Tribuna vanno i nuovi borghesi, che “parlano un italiano corretto, ancorché privo di congiuntivi”, che tra il primo e secondo tempo vanno a prendere il caffè alla buvette, e ai quali “il fuorigioco che non c’era” serve solo come argomento di qualche futile, breve conversazione, un argomento destinato all’oblio rapido e assoluto, mentre i “curvaioli” quel fuorigioco che non c’era, e il minuto, e i protagonisti, e l’arbitro, e il guardialinee  lo ricorderanno, avrebbe detto Gianni Brera, per sempre, come uno sfregio perenne. Infine, ci sono i Distinti, che l’ometto di De Giovanni chiama la “Terra di Mezzo”, qualcosa di simile al continente di Tolkien, in cui confluiscono e trovano accordo centinaia di identità: tutti pronti, quelli dei Distinti, a sopportare il caldo impietoso, le piogge scroscianti e i venti gelidi, perché pare che gli ingegneri abbiano mirato a esporre proprio questo settore all’urto degli “incidenti” atmosferici.Quelli dei Distinti portano anche i figli a guardare la partita, a imparare da subito che ogni partita è la Partita, quella che “potrebbe aprire una strada luminosa verso un Obiettivo scintillante”. Quelli dei Distinti non pronunciano mai il nome dell’Obiettivo perché, “come tutti sanno porta malissimo e questa città è, come dire, tendente alla scaramanzia”, ma lo fa, aggiunge l’ometto a cui lo scrittore presta la sua ironia, “in maniera vaga e lieve”. Quelli dei Distinti portano allo stadio bottiglie senza tappo, per “evitare lanci letali verso il guardialinee”, e cercano di memorizzare i volti dei vicini di posto, perché può capitare che proprio con loro vivranno uno dei momenti memorabili della loro esistenza, quelli che si raccontano ai nipoti. “E’ nei Distinti che si capisce il calcio, credete a me. Non altrove. E’ nei Distinti che si capisce l’amore”.

Nel maggio del 1999, commentando su “La Repubblica” la vittoria di Birmingham, che permise alla Lazio di vincere la Coppa delle Coppe, il compianto Gianni Mura si augurava di vedere anche “in Italia uno, dieci stadi come quello di Birmingham, senza separazioni tra i tifosi, senza barriere tra tribune e terreno di gioco, con poliziotti disarmati.”. Negli anni divennero sempre più aspri i suoi giudizi sugli atti assai poco rispettosi della legge di cui erano responsabili gli ultras “curvaioli” di alcune squadre. L’anno scorso Giovanni Francesio gli rispose in un articolo sul “Foglio”: “Io potrei farne moltissimi, di nomi di curve e di gruppi, dalla serie A alla serie D, che non hanno mai chiesto mezzo biglietto e mezzo favore a nessuno, e che hanno fatto sempre il possibile per tenere la politica fuori dello stadio, cosa peraltro non semplicissima, visto che, anche se Mura è stufo di sentirselo dire, le curve degli stadi rimangono uno spazio di aggregazione”, uno dei pochi, “frequentato ogni fine settimana da decine di migliaia di persone”.

Il mio augurio è che tornino le polemiche: significa che gli stadi si sono aperti al ritorno dei tifosi. L’ometto di De Giovanni non l’ha detto, perché è cosa ovvia: senza il pubblico la partita di calcio non è una partita di calcio.