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Lo scrittore,  che Hemingway definì il padre del  romanzo americano,  esercitò il suo sarcasmo contro gli Italiani, contro il Colosseo, contro la Chiesa di San Pietro, contro le poesie di Petrarca, contro il disordine e la promiscuità sociale di Napoli, e contro la liquefazione del sangue di San Gennaro. Ma ammise che era incantevole il panorama di Napoli vista dal Vesuvio e maestoso quello delle lave del vulcano. La passeggiata serale per la Riviera di Chiaia.  

 

Nel 1867, quando visitò Napoli, Mark Twain non aveva ancora pubblicato i romanzi “Le avventure di Tom Sawyer”e “Le avventure di Huckleberry Finn” che, come disse Hemingway, avrebbero fatto di lui il padre del romanzo americano. Era, tuttavia, un personaggio già noto al grande pubblico e ammirato e odiato perché pronto in ogni circostanza all’esercizio della polemica anche aspra, che quasi sempre si colorava di sarcasmo. Nel giugno del’67 partecipò a un viaggio organizzato in Terra Santa e in Europa, come inviato del “New York Tribune”, del “New York Herald” e di un giornale di San Francisco: gli articoli vennero poi pubblicato nel  libro“ Innocents abroad” ( Innocenti all’estero) che ottenne grande successo. Twain arrivò a Napoli da Roma, in treno, per imbarcarsi sulla nave che lo avrebbe riportato in America, ma non poté partire subito, perché la nave era stata messa in quarantena. Il che lo costrinse a prolungare la permanenza in città. Napoli gli parve una città senza ordine sociale, in cui “prìncipi senza principato”, che abitano in povere case appollaiate su impervie rampe di scale e “patiscono la fame”, non rinunciano a possedere una carrozza, e a mostrarsi in pubblico nella  quotidiana passeggiata serale per la Riviera di Chiaia. E qui ogni sera si incontrano, in una “processione” incredibile, ricchi e poveri, nobili, vescovi, mendicanti, ragazzi coperti solo di stracci, operai, modiste, prostitute, e perfino gli spazzini con i carri su cui si ammassano i rifiuti di tutta la città e che sono trainati da asini “poco più grossi di un cane”. “In questa città avviene una delle più miserabili imposture religiose che si possano trovare in Italia: la liquefazione miracolosa del sangue di San Gennaro…Questa farsa sinistra si ripete due volte l’anno e dura otto giorni”. Il primo giorno il sangue si scioglie in 47 minuti, perché la “chiesa è affollata e chi raccoglie danaro ha bisogno di tempo per fare il giro..”; l’ottavo giorno, in chiesa ci sono “poche dozzine di persone, e allora il sangue si scioglie in 4 minuti”. Insomma, Twain ripete i luoghi comuni – soprattutto i temi del disordine e della promiscuità – di un “ritratto “ della città che altri giornalisti americani avevano già dipinto a tinte fosche. Egli nota – e sono osservazioni originali -che Napoli “con i suoi 620.000 abitanti” è solo di poco più estesa di una città americana di 150.000 abitanti, e che in essa “fasto e indigenza” si manifestano in misura più marcata che a Parigi.

Lo scrittore va a Ischia, che non suscita la sua ammirazione, e va anche a Capri, dove lo infastidiscono – scriverà poi nel libro, esercitando la sua nota ironia – i severi controlli a cui la polizia sottopone lui e gli altri turisti: “ forse temevano che volessimo rubare la Grotta Azzurra, che sicuramente vale parecchio”: e valgono parecchio anche i colori dell’ isola, a cui l’americano dedica un breve, ma assai positivo commento.. Poi Twain sale sul Vesuvio, da Torre Annunziata: e non risparmia note velenose. Mentre nel resto d’Italia la gente vi chiede un compenso solo in cambio dei servizi che presta agli ospiti, “qui non hanno un briciolo di delicatezza”: chiedono soldi senza sosta, li pretendono anche per un sorriso, anche per un’informazione che ti danno. E tuttavia dall’alto della Montagna “la veduta di Napoli è magnifica”, è “una collana di diamanti” che luccica “in lontananza attraverso l’oscurità, meno brillante delle stelle lassù, ma di una bellezza più soffice, più ricca. E oltre la città, lontano, estese su miglia di campagna, erano sparsi linee, circoli, gruppi di luci, tutti brillanti come gemme, che segnalavano il posto dove un gruppo di villaggi stava dormendo.”. E proprio mentre Twain osservava lo spettacolo, un uomo che si era appeso alla coda di uno dei cavalli delle guide e che sottoponeva l’animale a ogni sorta di crudeltà, “ si prese un bel calcione e questo incidente, insieme allo spettacolo delle luci in lontananza, mi rese serenamente felice e fui contento di essere venuto sul Vesuvio”. Il groviglio delle lave suggerisce allo scrittore una profonda riflessione: “ tutte queste forme incantate, questo panorama turbolento, questa tempestosa, enorme distesa di nero, con le sue elettrizzanti suggestioni di vita, di azione, di moto furioso, ribollente, impetuoso: tutto questo era pietrificato, colpito a morte e raffreddato nell’istante stesso della sua più frenetica turbolenza, incatenato, paralizzato, con lo sguardo torvo di rabbia impotente rivolto al cielo per sempre.”. La “penna” dello scrittore dà un’anima alla lava, e la “vede” morta e viva contemporaneamente.  Nel disegno che apre l’articolo pare  che anche la penna e i colori di Gaetano Dura rappresentino qualcosa di simile.

“Il Vesuvio di oggi –nota infine Twain – è ben poca cosa rispetto al potente vulcano del Kilauea, nelle isole Sandwich, ma sono contento di averlo visitato. Ne valeva la pena”.